Storie di Strada 5: Whorearchy

Lo stigma che divide e unisce

Natasha, Christy, Ines

Nat e Chris sono nigeriane, mentre Ines è una donna cubana di circa 40 anni che ha fatto un patto con il diavolo per sembrare eternamente una 20enne. Solitamente lavorano nella stessa zona, ma in due posti diversi. Una sera di primavera, la situazione che ci troviamo davanti è questa:

«Vattene! Ti ammazzo!» grida Natasha.
«Sì, te ne devi andare! Questo è il posto delle nere. Le bianche stanno di là!» incalza la più vecchia.
«Io sto qui quanto mi pare. Sono sempre stata qui!» risponde Ines.
«Vai o ti giuro che ti mando all’ospedale con le ossa rotte» controbatte Natasha, lasciandola senza parole.

Anna, Ucraina

Anna è una signora con un sorriso dolce, ma due bicipiti da far paura.

«Ma con le altre ragazze ci parli?» le chiedo.
«Ma che cazzo me frega. Una volta eravamo unite. Se una abbassava i prezzi di questa zona, andavamo tutte a menarla. Ora no».

Monica, Romania

Poco più avanti c’è Monica, una ragazza che lavora in Italia da molti anni e che si veste sempre in modo molto sobrio (no, non sono sarcastica). Provo a chiedere anche a lei in che rapporto è con le altre ragazze rumene.

«Ci incontriamo qualche volta alle macchinette del caffè, ma ci salutiamo e basta. È capitato che una mi chiedesse i preservativi perché li aveva finiti e glieli ho dati… basta».
«Ma non ti piacerebbe creare un gruppo? Per far sentire i vostri diritti, supportarvi?» le chiedo.«Ma no…io mi faccio i cazzi miei e loro si fanno i cazzi loro»

Tania, Albania

Non mi arrendo e anche con Tania, affronto l’argomento amicizia/solidarietà con le altre sex workers.

«Macchè, non me ne frega. Io ho solo un’amica. Con le altre non ci parlo»
«Ma non pensi che potrebbe essere utile formare un gruppo, magari per supportarvi in caso di problemi…» le dico con gli occhi pieni di speranza.«Beh, se ci sono problemi ovvio che ci aiutiamo. Siamo tutte qua».

Patty, Perù

Patty è una meravigliosa trans che ha lasciato la strada per lavorare in maniera autonoma nel suo appartamento.

«Se io non vado in strada è anche perché non posso. Se andassi in strada lavorerei sicuramente. Comunque io non esco tutti giorni come una morta di fame, se esco, esco solo una volta alla settimana, mica come le altre che stanno là tutti i giorni. C’è molta invidia nella strada, ognuna fa i propri interessi. È anche per questo che sto per i fatti miei, lontana dalle mariconas, non sono come la F. che si battibecca con tutte. A me non piace. Ti dico la verità: tutte sono ipocrite, tutte. Davanti sono carine, parlano bene di tutte; poi dietro…te matan (ti ammazzano)! La peggior amica di una peruviana è un’altra peruviana».

Alexsandra, Russia

Conosco Alex al telefono, durante il monitoraggio degli annunci online. Dalle foto sembra giovane. È magra, alta, bionda. Non si vede in faccia. Dice solo di essere russa e di offrire un servizio per uomini educati e di classe. È interessata al progetto, ma qualcosa non le torna:

«Ma andate anche in strada? Io non capisco. Quelle lì sono tutte sfruttate. Quindi dovrei venire in questo posto…mmh. Cos’è? Un ospedale? È sicuro? Perché se vengono quelle lì (le persone che lavorano in strada), non so…non è sicuro. Magari è sporco».


Ogni persona ha una serie di questioni che la attivano emotivamente, che la innervosiscono al punto da farle diventare il volto paonazzo e battere forte il cuore.

La guerra tra sex workers, per me, è una di queste.

Karley Sciortino in “Generazione Slut” la definisce Whorearchy (whore, “prostituta”, e hierarchy “gerarchia”), ovvero:

«la gerarchia (che è emica ed endemica allo stesso tempo) nell’industria del sesso, che rende alcuni lavori più stigmatizzati di altri, e altri più accettabili».[1]


Se volessimo rappresentare il Sex Work e le/i sex workers in una piramide, che va dal meno al più “rispettabile“, alla base troveremo senza ombra di dubbio la prostituzione su strada, seguita dalla prostituzione indoor, e poi a salire le/gli escort, le/gli stripper, l’attrice/attore porno, la mistress/il master, le cam, le linee erotiche, ed infine, in cima alla vetta del rispetto, le/gli sugar baby.

Ma quali sono i criteri secondo i quali si stabilisce chi è più meritevole di rispetto e chi invece lo è di meno, o non lo è per nulla?

Il grado di esposizione/occupazione dello spazio pubblico e la somiglianza/dissomiglianza (o la tipologia di intimità con il/la cliente) alla relazione romantica credo siano alcuni di questi.

Dando per buoni questi indicatori, la prostituzione su strada rappresenta la trasgressione assoluta, in quanto sfida (almeno) due norme che hanno condizionato la sessualità umana (in particolare modo quella femminile) per secoli, schiacciandola e castigandola. Mi riferisco alla relegazione della donna allo spazio privato, “l’angelo del focolare”; e al mito del legame inscindibile tra sesso e amore, dove “fare l’amore” è la massima espressione e coronamento dell’amore romantico, e “fare sesso” un’azione manchevole e colpevole.

Come dice la Serughetti:

«la prostituzione è in ogni tempo e luogo una rottura delle regole di proprietà delle donne».[2]

Per quanto riguarda il secondo criterio, sebbene non si possa generalizzare, nella prostituzione su strada il rapporto tra cliente e prostituta è più veloce, rapido, le prestazioni più “standard” e finalizzate a rispondere ad un desiderio sessuale.

Volendo generalizzare, il cliente della strada non è alla ricerca della messa in scena di una specie di relazione romantica – ovviamente con tutti i benefit della stessa, ma senza nessun inconveniente. Il rapporto tra sugar baby e sugar daddy/mama invece, si basa proprio su questo. Infatti:

«il lavoro da sugar baby è il più accettato visto che è anche quello più vicino al matrimonio per il fatto che imita la monogamia e solitamente prevede lo scambio di beni materiali per denaro contante».[3]

Paradossalmente, seppur il Sex Work sia caratterizzato da uno scambio sessuo-economico, volendo esagerare, sembra che ad essere maggiormente soggetta a stigma sia colei/colui che ha un contatto più diretto e prettamente sessuale. In altre parole, lo stigma è direttamente proporzionale al grado di intimità sessuale. Persino tra sex workers, più fai “solo” sesso, più sei puttana.

La gerarchia poi è alimentata da un altro ordine di sistemi di oppressione e discriminazione, che potremmo spiegare con il paradigma dell’intersezionalità.
Il termine Intersectionality fa la sua comparsa all’interno del black feminism statunitense sul finire degli anni Ottanta, e ad utilizzarlo per la prima volta fu Kimberlé Crenshaw, giurista e attivista statunitense. Immaginiamo un incrocio:

«il traffico […] viene e va in tutte e quattro le direzioni. Così, la discriminazione può scorrere nell’una e nell’altra direzione. E se un incidente accade in corrispondenza di un incrocio, può essere stato causato dalle macchine che viaggiavano in una qualsiasi delle direzioni e, qualche volta, da tutte»[4].

Ogni persona si trova dunque al centro di un incrocio simbolico, ed è dunque attraversata da un numero considerevole di assi identitarie (il genere, l’orientamento sessuale, la religione, la (dis)abilità, la nazionalità, la classe sociale) che interagiscono a molteplici livelli, spesso in modo simultaneo.

Razzismo, sessismo, abilismo, omo-transfobia, xenofobia e tutte le forme di intolleranza non agiscono in modo indipendente e slegato, bensì sono forme di esclusione tra loro interconnesse che agiscono creando un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di molteplici forme di discriminazione.

Così, pur essendo sulla stessa barca, una sex worker donna, bianca, di classe media, godrà di un privilegio di cui una sex worker trans, immigrata e di classe bassa, non gode. In altre parole, entrambe sono soggette allo stigma della puttana, ma per la seconda a questo si aggiungono altre forme di discriminazione.

Ma come la mettiamo per le/i sex workers che lavorano all’interno dello stesso settore? Qui, dove apparentemente non c’è gerarchia, sono possibili forme di solidarietà?

Scendiamo in strada.

Come raccontano le storie di oggi, la solidarietà in strada, soprattutto tra nazionalità diverse, è rara, e lascia piuttosto spazio alla competizione all’ultimo sangue. Sono tanti i fattori che spiegano questa “guerra”.

Prima di tutto occorre ricordare che il lavoro sessuale è un mercato, pertanto è governato dalle leggi che caratterizzano tutte le società capitaliste. Se fino agli anni 80 la strada era il paradiso di quell* che ci lavoravano, l’arrivo della prostituzione straniera prima e la crisi economica (unita ai cambiamenti sociali, culturali e politici) poi, ha sconvolto l’intero mercato, inasprendo la competizione e accentuando le disuguaglianze.

In altre parole, se prima l’offerta bastava e avanzava alla domanda, ora l’offerta è in netto esubero. In un contesto in cui il guadagno di una significa la perdita dell’altra, com’è possibile sperimentare delle forme di unione? La vulnerabilità, la precarietà, e la concorrenza rendono il clima poco adatto a tentativi di organizzazione, soprattutto tra nazionalità diverse.

Inoltre, la prostituzione in strada (e buona parte dell’indoor) è quasi esclusivamente esercitata da persone migranti, e qui si aggiunge un altro dei motivi che spiegano la poca solidarietà. Alcune, sono partite dal proprio paese con un progetto migratorio ben chiaro: fare soldi.
L’intenzione dunque, per molte, non è quella di stabilirsi nel territorio, ma piuttosto quella di guadagnare la maggior cifra nel minor tempo possibile e di tornare nel proprio paese, oppure di migrare – spesso con “l’aiuto” delle organizzazioni criminali – verso altre mete, in un ciclo continuo.
Inoltre, la gran parte delle persone migranti soggiorna illegalmente in Italia, pertanto va da sé che la paura di esporsi e sperimentare, ad esempio, forme di associazionismo sia molto alta.

Ma c’è dell’altro. E quest’altro è caratteristico del Sex Work. Mi riferisco allo stigma.

Com’è collegato lo stigma alla competizione? Ve lo spiego subito.

Anche se come abbiamo visto colpisce con gradi di intensità diversi, lo stigma è universale. Prima o poi tocca tutt*. Lo stigma agisce innescando un meccanismo che porta tutt* le/i sex workers, quasi inevitabilmente, a sentirsi in colpa.

Il senso di colpa e la vergogna ti logorano; e spesso, la soluzione per alleviare questo macigno è tentare con tutte le forze di sentirti superiore alle altre, denigrandole e umiliandole.

«Io non sono come loro» mi disse Anna in tono di sfida, indicando un punto indefinito dall’altro lato della strada. «Quelle già a 15 anni facevano le troie. Io sono libera, se non voglio stare qua non ci vengo».

La colpa e l’emarginazione, che caratterizza soprattutto le storie delle/dei migranti, negano la possibilità di pensarsi come soggetto politico con dei diritti. Perché dovrei unirmi con le altre se non ho nulla per cui lottare, nulla da difendere?

 


Non voglio però concludere queste righe lasciandovi con l’amaro in bocca.

Non sempre lo stigma divide. Sono tante le/i sex workers che in tutto il mondo si sono unite in organizzazioni che chiedono la depenalizzazione del Sex Work e lottano per vedersi garantire quei diritti civili che ogni persona dovrebbe avere.

In Italia, la prima organizzazione fondata dalle prostitute fu il Comitato dei diritti civili delle prostitute; 
In Francia troviamo STRASS e Steel Roses;
In Austria Red Edition; 
In Argentina Ammar;
In India Durbar;
In Spagna Otras;
In Thailandia Empower Foundation;
Nella Repubblica Dominicana Cotravetd
In Nigeria ODWI (Ohotu Diamond Women’s Initiative);
In Olanda PROUD.
E potremo continuare, ma vi voglio lasciare con un’esperienza bolognese appena nata.

Il gruppo delle “Trans peruanas en Bolonia”.

Era estate. Io e V. ci preparavamo ad un’uscita. Avevamo un obiettivo: capire se, tra le sex workers trans, c’era il desiderio e la necessità di incontrarsi periodicamente per condividere difficoltà, idee e gioie. Con nostra grande sorpresa, tutte risposero di sì. Qualche settimana dopo ci fu il primo incontro, e poi molti altri.

Il mio augurio per questo nuovo anno cominciato da poco è che esperienze simili non siano l’eccezione, ma la regola.

Giulia Zollino

 

[4] K. Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex, University of Chicago Legal Forum, 4, 1989

[3] K. Sciortino, op.cit.

[2] G. Serughetti, Uomini che pagano le donne, Ediesse, 2013
[1] K. Sciortino, Generazione slut, Odeya, 2019

 

Storie di Strada 4: le relazioni affettive

Sono una donna, sono una madre, sono una sex worker

Gioia, Perù

Gioia è una trans peruviana. Una delle prime volte che l’ho incontrata mi ha portato con sé nella sua infanzia, vissuta tra le strade di un quartiere di Lima.

«Sono scappata di casa molto presto. Mia mamma però non voleva vedermi per strada, non voleva che scappassi. Per questo mi ha messa a lavorare nel negozio. Facevo tutto: taglio, acconciature, manicure, trucco. Ero brava!».

Nel negozio conosce Christian, un ragazzo più grande di lei. Si innamorano perdutamente, tant’è che decidono di comprare assieme un altro negozio, ma le cose non andarono come sperato.

«È scappato. Un giorno entro nel negozio e non trovo più niente…niente. Si era portato via tutto».

Il ricordo di Christian fa ancora male. Gli occhi sono lucidi, la voce spezzata.

Nicoletta, Romania

Nicoletta ha i capelli biondo platino e porta sempre una lunga coda di cavallo. È dura, diretta. Lei e il suo giubbetto di pelle ne hanno viste tante. Quella sera è particolarmente spenta.

«Sono delusa. Non so, non mi fido più. Non mi fido degli uomini, non mi fido di nessuno».

È sposata da 20 anni ed ha un figlio. Il marito è da poco uscito dal carcere e da quel momento non è più stato lo stesso:

«Non ci parliamo da 4 giorni. È geloso di un tipo che abita davanti a noi, ma non è successo nulla. È un pazzo, cazzo! Ormai non c’è più amore, nemmeno affetto. C’è solo una grande abitudine. È così. Ti giuro che stavo meglio quando stava in carcere. Lui non mi parla? Beh, nemmeno io. Non me ne frega più un cazzo, io voglio stare tranquilla. Non voglio nemmeno trovarne un altro. Perché sopportare un altro se già devo sopportare questo qui? Credimi, non vedo l’ora che arrivi dicembre (andrà in Romania). Passeranno in fretta questi mesi?»

Cristina, Albania

Una delle prime persone di cui mi parlò fu G., il compagno attuale.

«Pensa che lui è stato il mio primo amore quand’ero piccola. Nel frattempo io mi ero spostata con uno che non voglio neanche dire…uno stronzo, violento. Mi ha fatto tanto male, credevo di morire. Poi, a distanza di anni ho incontrato G., e ci siamo innamorati ancora. Adesso viviamo assieme: io, lui e mia figlia (avuta con il marito precedente). Non sa niente di questo lavoro. Io nascondo la borsetta con tutte le mie cose e le scarpe in garage e quando esco gli dico che vado a lavorare in un ristorante».

Joy, Nigeria

Un vulcano pieno di minne e ironia. Questa è Joy.

«Lo sai dov’è Lilian? È andata a Roma. Si è sposata con un bianco, italiano (un ex cliente)
Belle (incinta in Nigerian pidgin) eh. Tra un poco bambino. Mamma mia…»

«E tu?» le chiedo, cogliendo l’occasione per farmi i fattacci suoi.

«Io no sposata. Adesso ho una ragazza. Sono andata a Bari, in Sicilia con la mia ragazza. Abbiamo girato, e poi fiki fiki, coccole».

P.s. Le abbiamo spiegato più volte che Bari non si trova in Sicilia, ma non ci crede.


Le storie di oggi riflettono scene di vita quotidiana, ci portano tra i ricordi di un’adolescenza tumultuosa, e ci fanno appassionare con amori rifioriti ed altri appena nati.

Niente di strano. Banalità assoluta. Eppure tra gli innumerevoli pregiudizi che costellano la vita di un/una lavoratrice/lavoratore del sesso, c’è quello che l* vede protagonist* di una vita stravagante, strana, non ordinaria.

Niente di più falso.

Una/un sex worker fa la spesa, cucina, pulisce casa, e se li ha, sgrida i/le figli/e per l’ennesimo 4 in matematica. Una/un sex worker fa sesso occasionale, ha delle relazioni amorose, combina appuntamenti pessimi su Tinder. Una/un sex worker gode, piange, ride e manda messaggini d’amore.

Una/un sex worker è una persona comune.

Eppure, l’idea che chi lavora nel mondo del sesso non abbia una vita comune è molto diffusa.

È come se una persona che decide di utilizzare il proprio corpo sessuato come mezzo, non possa conservare una sfera privata, intima, nascosta ai più.

La sessualità è plurale, ha varie funzioni e modalità per esprimersi. Una/un lavoratrice /lavoratore sessuale (e non solo) ha la capacità di vivere il sesso in maniera multiforme. È un’abilità che fa parte di tutte quelle skills che sono proprie del lavoro sessuale.

Ciò non significa che durante il rapporto sessuale con un/una cliente il sesso sia sempre peggiore, meccanico, brutale, e che invece nelle vita privata risieda il vero piacere. Può essere così, ma non necessariamente; e l’euforia di T. ce lo dimostra:

«Mmmh…ho appena fatto l’amore con un omone alto alto, con un cazzo gigante. Ay mami, mi son quasi dimenticata che lavoravo!».

Una/un sex worker stabilisce cos’è per l*i intimo e cosa non lo è, decide che cosa custodire per sé e cosa invece rendere pubblico.

Ma è forse diverso da quello che noi tutti facciamo? All’interno di un rapporto – di qualunque genere esso sia – non negoziamo continuamente il nostro spazio personale, la nostra intimità? La definizione di intimità non è forse un fatto squisitamente personale? Mangiare una pizza in pigiama la domenica sera può essere più intimo di un deepthroat?

Vorrei raccontarvi un breve aneddoto, che vede come protagonista un caro amico, che qualche tempo fa incontrò una ragazza su Badoo. Alla prima uscita lei gli raccontò del suo lavoro: faceva la escort. Lui, da studente squattrinato qual era, in preda al panico, abbandonò l’appuntamento – facendo peraltro una figura barbina.

L’idea che una/un sex worker sia sempre in cerca di uomini da spennare trabocca di pregiudizi e stereotipi.

Le relazioni affettive-sessuali che una/un sex worker instaurano con altre persone non sono sempre mediate dai soldi.

Se una lavoratrice del sesso, come in questo caso, si avvicina ad una persona non è obbligatoriamente per attivare uno scambio sessuo-economico.

Potrebbe essere semplicemente interessata a quella persona, potrebbe trovare stuzzicante il modo in cui muove le mani, impazzire per quei ricci color nocciola o voler stringere quei polpacci così definiti (e intanto vi ho svelato i fetish della Zollino). Oltretutto, di storie di amori e passioni nate sul posto di lavoro ne è piena la strada e tutto il mondo del Sex Work.

Le relazioni affettive, e qui mi riferisco all’universo relazionale più in generale, oltre a costituire una fonte di calore e supporto, possono essere però anche causa di stress e sofferenza.

«Mia mamma non mi chiede da dove arrivano i soldi, mia figlia è troppo piccola per chiedere. Forse (la madre) lo sospetta, ma non chiede. Sarebbe difficile per lei»

Mi confida Bianca, un’altra donna rumena.

La famiglia scatena emozioni ambivalenti. Se da un lato c’è la gioia di poter offrire una vita migliore alla propria famiglia di origine, dall’altro, la sofferenza per la lontananza e il senso di colpa sono altrettanto forti. Ma non per tutte.

La storia di Nicoletta- la biondona con la coda di cavallo- è diversa. Lei, circa 10 anni fa, ha deciso assieme al marito che avrebbe lavorato in strada. Durante i primi mesi, lui stava dietro di lei, nascosto dentro la sua macchina, «sai, controllava la situazione, mi proteggeva » dice Nicoletta.

Il 17 dicembre è stata la Giornata Internazionale contro la violenza nei confronti delle e dei sex workers.

La violenza che vive una/un lavoratrice/lavoratore del sesso oggi, in Italia, non è (solo) quella fisica, visibile, intenzionale, che avviene sul posto di lavoro.

La violenza che vive una/un lavoratrice/lavoratore del sesso oggi in Italia è una violenza che è prima di tutto simbolica e istituzionale.

È la violenza di una società che non è pronta ad accettare l’esistenza di una prostituzione non coatta, volontaria e strumentale. È la violenza di un’Italia bigotta e mossa da stereotipi.

Sono tanti i passi da compiere per lottare contro le violenze esercitate nei confronti delle/dei sex workers. Il primo però lo possiamo e dobbiamo fare tutt*. Per natale, facciamoci un regalo: demistifichiamo il lavoro sessuale.

Normalizzare il Sex Work significa normalizzare le vite della lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Chi si dedica ad un qualsiasi tipo di lavoro di tipo sessuale è prima di tutto una persona.

E le storie di strada servono a questo, a rompere gli argini del pregiudizio, per lasciarci travolgere dal fiume in piena del mondo.

Giulia Zollino

Storie di strada 3: la legge Merlin

o di maghi e maghe dell’ipocrisia

Roxana, Romania

Anita è una donna bellissima. Il tacco 12 e i brillantini sono la sua passione. In quei giorni c’erano stati diversi furti in strada perciò ne approfitto per ricordarle che se dovesse avere dei problemi di qualsiasi genere può chiamare la polizia.

«Ormai lo sappiamo. Vengono i drogati neri e rubano. Ma posso chiamare carabinieri? Come mai? Ma non è illegale quello che sto facendo?».

Dopo averle spiegato la normativa italiana in materia di prostituzione, incredula mi dice: «Ma veramente? Beh, buono a sapersi».

Cristina, Romania

Cristina è cinica, diretta e stronza, ma tremendamente divertente. Da un po’ si lamenta del fatto che in strada non si batte chiodo. Quella sera mi racconta di com’era lavorare nel 2014, quando se ti era andata male facevi 800 euro alla settimana.

I: «Ma com’è stato per te all’inizio? Avevi paura di stare qua da sola?»

C: «ho iniziato 4 anni fa con mia cugina, stavamo vicine. Poi ci siamo divise e ora sto qui. In alcuni momenti ho avuto paura. Tipo c’erano dei ragazzi che per un periodo passavano e ci lanciavano le stikla addosso. Come si dice…Vetro ecco! Stavamo sempre attente noi, ma una volta me l’hanno tirata addosso proprio, sulla gamba. Sono finita per terra e in quel momento è passata la polizia, quindi gli ho detto di seguirli, ma credo che abbiano fatto finta. Infatti poi quei ragazzi sono ripassati altre volte».

Nicoletta, Romania

Nico lavora in una via stretta e buia, ma al contrario di S., che lavora pochi metri più avanti, da qualche anno ha deciso di lavorare in macchina.

«Hai sempre lavorato in macchina?» le chiedo.

“Mi sono messa nella macchina dopo che ho avuto dei problemi con due moldavi. Stavo lavorando lì davanti e questi sono passati e mi hanno tirato un sasso. Sono finita nel fosso. Ero da sola. C’era solo S., ma se n’è fregata. Non mi ha mica aiutata. Io invece l’avevo aiutata a lei, quando le hanno tirato una bottigliata. Quei due moldavi ora sono in carcere, li ho subito denunciati. Da allora, sto in macchina così se c’è un problema mi chiudo dentro».

Fabiola,Romania:

Stivali neri fino al ginocchio, legging di pelle rosso fuoco, coda biondo platino ed è subito magia. Fabiola vive con il marito, che sta scontando i domiciliari dopo essere stato accusato di sfruttamento ed aver passato vari anni in carcere.

«Mi hanno intercettato tutte le telefonate, hanno sentito tutto. Un giorno sono venuti qui ed hanno visto che c’era anche mio marito, in un’altra macchina. Il maresciallo mi ha detto che gli sto sul cazzo e che crede che io sia la capa di tutta la strada. Non è così. Che cazzo ne sapevo io che se portavo un’amica mi accusavano? Non si capisce un cazzo».


Chi mi segue su Instagram lo sa: uso spesso BlaBlaCar. Non tanto perché io sia una persona socievole, quanto piuttosto perché trovo che i sedili della macchina siano di gran lunga più comodi di quelli di Trenitalia.

BlaBlaCar è un car sharing in cui oltre al mezzo si condividono aneddoti e frasi di circostanza.

Normalmente, ogni passaggio inizia con il fantastico momento in cui si deve raccontare a dei/delle perfett* sconosciut* chi sei, da dove vieni, che lavoro fai e quanto spesso usi BlaBlaCar.  

Alla mia bellissima presentazione, resa fluida e sintetica da anni di esperienza, segue una domanda, ormai divenuta una certezza: «Quante ne hai salvate?».
E mentre cerco di placare il mio istinto suicida e annoto sul cellulare di formulare una nuova presentazione del tipo “ciao sono Giulia e non salvo nessuna”, solitamente la conversazione procede con una discussione sulla legalità della prostituzione, alla fine della quale la maggior parte delle persone resta convinta del fatto che «la prostituzione non è mica legale».

Ma l’ignoranza e la confusione sulla legislazione in merito alla prostituzione non riguardano solo l’utente medi* di BlaBlaCar, ma anche le persone che si dedicano a questo mestiere; e le storie che ho scelto di raccontarvi oggi lo dimostrano.


Era il 19 settembre del 1958.

«Edizione straordinaria! Chiusura de li casini. Da domani tutti a fasse le pippe» gridava la strillona di via del Tritone.[1]

La legge Merlin fu approvata nel gennaio del 1958 con 385 favorevoli e 115 contrari, dopo un iter parlamentare durato quasi 10 anni (la legge fu presentata per la prima volta il 6 agosto 1948) ed entrò ufficialmente in vigore nel settembre dello stesso anno. Allo scoccare della mezzanotte del 20 settembre, più di 560 “au bord de l’eau” chiusero le porte.

“Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”

recita la legge. Infatti, con la senatrice Merlin, inizia una nuova stagione, quella abolizionista.
Il movimento abolizionista nasce nell’Inghilterra vittoriana e segna una rottura definitiva con il modello regolamentista (introdotto in Italia nel 1860 dal Regolamento Cavour), in cui lo stato interveniva massicciamente e violentemente nel controllo e nella gestione della pratica prostitutiva.

Con l’abolizionismo si crea un vuoto. Lo Stato chiude gli occhi, e li apre solo per perseguire il nobile e cristiano obiettivo di liberare e proteggere le povere vittime (tutte e sempre donne) che decidono di cambiare vita e “lasciare la strada”.


Ma vediamola meglio la nostra Merlin.

La legge n.75 è composta da tre capi (“Chiusura delle case di prostituzione”, “Dei patronati ed istituti di rieducazione”, “Disposizioni finali e transitorie”) ed oltre a disporre la chiusura delle case di tolleranza, introduce i reati di favoreggiamento, sfruttamento, induzione, reclutamento e adescamento (depenalizzato con la legge 689/1981).

All’art.3 rende inoltre punibile da due a sei anni chiunque affitti la propria casa a scopo di esercizio prostitutivo o chiunque, essendo in possesso di un locale pubblico, tolleri la presenza di una o più persone che si dedicano alla prostituzione. Ultima novità della Merlin è l’istituzione di patronati ed istituti di rieducazione, nei quali

«(…) potranno trovare ricovero  ed  assistenza, oltre alle donne  uscite  dalle  case di prostituzione (…), anche quelle altre che, pure  avviate  già  alla  prostituzione, intendano  di ritornare ad onestà di vita».

In nessuno dei quindici articoli la prostituzione viene dichiarata illegale, ma quale sia il giudizio dei 385 favorevoli, mi sembra evidente.

Se formalmente lo scambio sessuo-economico non viene criminalizzato, nei fatti prostituirsi legalmente in Italia sembra impossibile.
Incappare nel rischio di essere accusat* di favoreggiamento e/o sfruttamento è molto comune.
Per non parlare poi delle innumerevoli ordinanze comunali che celate dietro a motivi di “decoro urbano” o  “pubblica sicurezza”, multano clienti e sex workers, provocando una progressiva marginalizzazione e ghettizzazione del lavoro sessuale.

Non stupisce quindi che per la maggior parte della popolazione la prostituzione sia considerata un’attività illegale. Ma la percezione dell’illegalità  non è solo sintomo di una mancanza di conoscenze in materia o del silenzio che avvolge il sex work; bensì dice molto di noi, di quanto l’impianto abolizionista moraleggiante sia radicato nel nostro tessuto socio-culturale.

La legge Merlin infatti si fonda su un presupposto intriso di morale e paternalismo che marchia come vittima chiunque si dedichi alla prostituzione.

L’idea che una persona possa esercitare tale professione per piacere o per pura necessità/convenienza non viene minimamente presa in considerazione.

«Le puttane sono vittime per legge».[2]


La povera Merlin – perdonatemi la battuta – ha creato un casino.

Se in partenza le sue intenzioni erano sicuramente nobili e sotto certi aspetti rivoluzionarie, oggi ci troviamo con una legge inadeguata,  che non è stata capace di stare al passo con i cambiamenti del mercato del sesso, oltre che ad accettare i mutamenti culturali del nostro paese. Una legge confusa, sbiadita, che anziché tutelare le persone che decidono di prostituirsi, le costringe a lavorare con maggiori rischi.

Una legge che mentre premia chi vuole ritornare sull’onesta via, relega le altre ai margini, ai bordi di strade sempre più buie e dense di stigma.

«Non si capisce una cazzo» diceva Fabiola, appoggiata alla sua macchina grigio fumo.

È vero. I fraintendimenti e gli equivoci sono molti. Ma c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare:

la prostituzione tra persone adulte e consenzienti è legale. Considerare questo aspetto è fondamentale soprattutto per le/i sex workers; per (ri)conoscere i propri diritti e soprattutto alleviare quella la sensazione di vergogna che spesso uccide.

Ed è da questa consapevolezza che dobbiamo ripartire per sbattere furiosamente i tacchi e lottare per una nuova legge. Una legge più inclusiva, rispettosa e chiara.

Perché abbiamo infinitamente bisogno di un nuovo discorso sulla prostituzione, un discorso onesto, diretto, che vada dritto al punto, senza perdersi in stupidi paternalismi, che ormai puzzano di chiuso.

[1] Chirico A., Siamo tutti puttane, Marisilio Editori, 2014
[2] ibidem

Storie di Strada 2- di necessità, lavoro (sessuale)

Alina, Albania

È una donna robusta di mezza età con un viso dolcissimo. La sua storia è piuttosto pesante. Al momento fa due lavori perché, oltre a se stessa, deve mantenere suo figlio, che soffre di una grave patologia.

«Sono stanca, ma devo mettere via i soldi per pagarmi il viaggio per l’Ucraina. Sai, andata e ritorno per due persone costano molto».

Sharon, Nigeria

Sharon è una ragazza molto simpatica. Vive in italia da 3 anni e riesce ad imitare l’accento bergamasco piuttosto bene. Ne ignoriamo la ragione.

“Ho iniziato questo lavoro da poco, luglio. Non mi piace, ma devo pagare l’affitto e l’università alle mie sorelle. Loro vivono in Nigeria e studiano tutte e due. Sai, le tasse costano tanto in Nigeria. Io non ci voglio tornare, voglio stare qui.”

Rosy, Albania

Ve le ricordate il duo invincibile Paola e Chiara? Ecco, Rosy è la mora, Paola. È una donna albanese piena di forza e ironia.

«Come è oggi?» le chiedo.

«Mah, io e Roberta (la bionda, Chiara) non lavoriamo mai cazzo. Perché io e lei non siamo come le altre. Siamo stronze. Non diciamo “Amoreee ciaooo, come sei bello!”. Andiamo dirette: “Bocca figa 50”».

«Ma dai, magari prova ad essere più gentile…» le consiglio.

«Ma vaffanculo. Non siamo fatte per questo lavoro noi. Lo facciamo perché abbiamo bisogno di soldi. Anche le italiane lo fanno sai? Se c’è bisogno, c’è bisogno».

Jennifer, Nigeria 

L. ha una trentina di anni ed è quasi sempre elegantissima. Vive in Italia da molti anni ed ha appena ottenuto il permesso di soggiorno. Di solito è molto allegra, ma oggi è piuttosto triste. 

«Ti devo chiedere una mano» mi dice. «Voglio tornare in Nigeria e aprire qualcosa con i soldi che ho guadagnato qui».

Patty, Perù

La sua storia come lavoratrice sessuale inizia in Argentina. Sentiva di “volere di più”. Ed è qui che rintraccia un vecchio amico travestis che le insegna a putear.

«Affittai una stanza lì vicino e poco a poco imparai a lavorare in strada, a conoscere i clienti. Iniziai a risparmiare soldi per trasformarmi. Poco a poco mi operai..mi feci il naso, il viso, il corpo, tutto praticamente. Però ho bruciato le tappe tappe, incontrato i vizi…perché la calle te enseña todo».

«E ti divertivi?»

«All’inizio mi piaceva sì, perché era qualcosa di nuovo. Ti dico, io venivo dal Perù e vedere tanti ragazzi stupendi qui mi sentivo in paradiso. Mi pizzicavo per vedere se stavo sognando. Quindi all’inizio mi divertivo e poi…diventa più un’abitudine».


Il lavoro sessuale è un mezzo, (quasi) mai un fine. È sempre temporaneo, non definitivo.

Tutt* ci muoviamo in una o più direzioni, abbiamo dei sogni, delle necessità e degli obblighi a cui, ogni giorno, dobbiamo far fronte. E questo è un dato oggettivo, o almeno lo è per la maggior parte della popolazione.
Quello che è soggettivo è il come. Il più delle volte, a meno che non facciamo parte di una ristretta nicchia di privilegiat*, decidiamo come pagare le bollette sulla base delle risorse di cui disponiamo in quel preciso momento storico e di quello che siamo disposti a fare.

Mi spiego meglio. Ancora una volta, partirò da me, dalla mia storia. Non tanto perché mi diverta spifferare i fatti miei, quanto piuttosto perché credo sia più semplice e onesto partire da sé, e anche perché sono una buona e brava femminista (pro-sex, si capisce!)

Prima di iniziare l’università non avevo idea di quello che volevo fare ‘da grande’, non sapevo fare quasi nulla tranne i dolci, quelli sì che mi venivano bene!

Le mie aspirazioni erano piuttosto basse e i miei obiettivi si riducevano a guadagnare qualche centinaia di euro. Così, trovai lavoro in una gelateria di paese, che segnò la mia dipendenza dal gelato al pistacchio e il feticcio delle palette. Non ci avete mai fatto caso? Acciaio brillante, punta piatta e arrotondata e manico scanalato…

Ehm ehm, ma ricomponiamoci.

Dopo un colloquio che aveva più l’aria di essere un interrogatorio poliziesco, iniziai quella che doveva essere la mia settimana di prova: 10-12 ore al giorno, ovviamente non pagate, çà va sans dire.
Finita la settimana di prova, i signori del gelato avevano deciso che in fondo me l’ero meritato: assunta! «Siii, potrò mangiarmi tutti i gelati che voglio!» pensai ingenuamente.

I mesi successivi furono un ripetersi di una serie indimenticabile di ordini:

Stai dritta, sorridi, sii puntuale, se ti chiamo vieni, se mangi paghi, non stare mai ferma, pulisci, intrattieni, straordinari gratis, nascondi i capelli, no orecchini, no bracciali, spersonalizzati.

Ovviamente c’erano anche dei lati positivi, tutto sommato non ero in miniera o a raccogliere pomodori a 2,50 euro l’ora. Di certo però non posso dire di essermi sentita rispettata e considerata, come non posso dire che pulire i pozzetti e sbrinare le carapine fosse il mio grande sogno. Eppure ero lì.

L’università la volevo pagare e gli Spritz all’osteria pure.
In quel momento, a 18 anni, sulla base delle poche risorse che avevo, la gelataia mi era sembrata l’alternativa più convincente.

La mia è una storia piuttosto banale. Sono più che sicura che tutt* voi avrete vissuto (o state vivendo) il “periodo gelateria”, o meglio detto lavoro in cui vi siete sentit* sminuit* e poco apprezzat*.

Ed è in questo contesto di necessità e doveri economici e sociali che si inserisce il lavoro sessuale.


Le persone che decidono di dedicarsi al Sex Work per un periodo più o meno lungo, hanno ben chiari i loro obiettivi, che non sono poi tanto diversi da quelli di qualsiasi altra persona: mantenere se stess* e le famiglie di origine, garantire una vita dignitosa alle proprie figlie e figli, aprire delle attività, pagarsi gli studi, iniziare un processo di trasformazione come nel caso di Patty,  e potrei continuare a lungo.[1]

Il lavoro sessuale diventa quindi un mezzo temporaneo per raggiungere quegli obiettivi. Semplice. Pratico. «Ma gli piace?» potrebbe chiedersi qualcuno. Non lo so, dipende, ma soprattutto non è questo il punto.
«Perché questo e non altro?» potrebbe chiedersi qualcun altro. Dipende. Soldi veloci (non facili) sono sicuramente un’ottima ragione. Ma ancora, non è questo il punto.

Perché chiedersi le ragioni per cui lo fanno o se provano piacere nel farlo se le stesse domande non ce le porremmo per qualsiasi altro mestiere?

«Perché hai deciso di fare la barista?» come suona? Strano, no?

Invece, domandare «perché fai la prostituta?» ci sembra più accettabile, plausibile, quasi scontato. È come se non riuscissimo ad essere razionali quando si parla di prostituzione, e più in generale di lavoro sessuale.

Diventa subito una questione morale. E la morale ci annebbia, non ci fa andare oltre una rappresentazione pietistica, in cui il lavoro sessuale è sempre una scelta subita.

Ci sembra quasi più semplice pensare che siano tutte vittime. Più complesso e faticoso sarebbe spogliarci degli istinti moralistici che non ci permettono di comprendere un fatto tanto semplice quanto rivoluzionario: la strumentalità e la praticità del Sex Work.

In quest’ottica,  il lavoro sessuale diventa un mezzo, una della tante alternative possibili. Ma per comprendere questo aspetto è necessario fare un altro passo avanti: occorre deromanticizzare il lavoro sessuale, e quindi il sesso.

La sessualità ha assunto nel tempo valori e significati che sono andati ben oltre la sua funzione riproduttiva, per diventare un ambito fondamentale in cui si gioca il benessere dell’individuo.

Oggi, sempre più persone parlano di sesso, sfidano tabù, esplorano i “non detti”. E questo è soprattutto un bene — non fraintendetemi — ma, come tutte le cose, presenta della criticità. La popolarizzazione dei discorsi sul sesso potrebbe andare di pari passo con una sua sacralizzazione, e questo, a mio avviso, comporta non pochi problemi.

Il sesso è un’attività piacevole, così come lo è passeggiare al parco la domenica mattina o mangiare il fegato alla veneziana. Il fatto che per alcune persone il sesso costituisca un ambito di primaria importanza in cui esprimersi ed esplorare il proprio (ben)essere, non significa che sia così per tutt*, e soprattutto, la stessa persona può fare sesso con un’intenzione diversa a seconda del contesto.

Il sesso può quindi farsi strumento ed avere una funzione meramente lavorativa.

Lo so, non è semplice. Ma comprendere la pluralità delle funzioni del sesso è il primo passo per andare oltre stereotipi e pregiudizi che avvolgono il lavoro sessuale.

È solo deromaniticizzando e demistificando il sesso che potremo andare oltre la morale e il giudizio. È abbandonando ogni istinto moraleggiante che potremo portare la riflessione ad un altro livello: più razionale, e se vogliamo, più umano.

NB: Queste riflessioni nascono dalla mia particolare esperienza personale e professionale. Pertanto, rappresentano il mio punto di vista e non la verità assoluta, ammesso che esista.

[1] È importante ricordare che trattandosi di un lavoro che investe il corpo e la sessualità, vi sono poi ragioni che hanno più a che fare con l’esplorazione di sé e il superamento dei propri limiti, piuttosto che on la (sola) necessità economica.

Giulia Zollino