Storie di Strada 4: le relazioni affettive

Sono una donna, sono una madre, sono una sex worker

Gioia, Perù

Gioia è una trans peruviana. Una delle prime volte che l’ho incontrata mi ha portato con sé nella sua infanzia, vissuta tra le strade di un quartiere di Lima.

«Sono scappata di casa molto presto. Mia mamma però non voleva vedermi per strada, non voleva che scappassi. Per questo mi ha messa a lavorare nel negozio. Facevo tutto: taglio, acconciature, manicure, trucco. Ero brava!».

Nel negozio conosce Christian, un ragazzo più grande di lei. Si innamorano perdutamente, tant’è che decidono di comprare assieme un altro negozio, ma le cose non andarono come sperato.

«È scappato. Un giorno entro nel negozio e non trovo più niente…niente. Si era portato via tutto».

Il ricordo di Christian fa ancora male. Gli occhi sono lucidi, la voce spezzata.

Nicoletta, Romania

Nicoletta ha i capelli biondo platino e porta sempre una lunga coda di cavallo. È dura, diretta. Lei e il suo giubbetto di pelle ne hanno viste tante. Quella sera è particolarmente spenta.

«Sono delusa. Non so, non mi fido più. Non mi fido degli uomini, non mi fido di nessuno».

È sposata da 20 anni ed ha un figlio. Il marito è da poco uscito dal carcere e da quel momento non è più stato lo stesso:

«Non ci parliamo da 4 giorni. È geloso di un tipo che abita davanti a noi, ma non è successo nulla. È un pazzo, cazzo! Ormai non c’è più amore, nemmeno affetto. C’è solo una grande abitudine. È così. Ti giuro che stavo meglio quando stava in carcere. Lui non mi parla? Beh, nemmeno io. Non me ne frega più un cazzo, io voglio stare tranquilla. Non voglio nemmeno trovarne un altro. Perché sopportare un altro se già devo sopportare questo qui? Credimi, non vedo l’ora che arrivi dicembre (andrà in Romania). Passeranno in fretta questi mesi?»

Cristina, Albania

Una delle prime persone di cui mi parlò fu G., il compagno attuale.

«Pensa che lui è stato il mio primo amore quand’ero piccola. Nel frattempo io mi ero spostata con uno che non voglio neanche dire…uno stronzo, violento. Mi ha fatto tanto male, credevo di morire. Poi, a distanza di anni ho incontrato G., e ci siamo innamorati ancora. Adesso viviamo assieme: io, lui e mia figlia (avuta con il marito precedente). Non sa niente di questo lavoro. Io nascondo la borsetta con tutte le mie cose e le scarpe in garage e quando esco gli dico che vado a lavorare in un ristorante».

Joy, Nigeria

Un vulcano pieno di minne e ironia. Questa è Joy.

«Lo sai dov’è Lilian? È andata a Roma. Si è sposata con un bianco, italiano (un ex cliente)
Belle (incinta in Nigerian pidgin) eh. Tra un poco bambino. Mamma mia…»

«E tu?» le chiedo, cogliendo l’occasione per farmi i fattacci suoi.

«Io no sposata. Adesso ho una ragazza. Sono andata a Bari, in Sicilia con la mia ragazza. Abbiamo girato, e poi fiki fiki, coccole».

P.s. Le abbiamo spiegato più volte che Bari non si trova in Sicilia, ma non ci crede.


Le storie di oggi riflettono scene di vita quotidiana, ci portano tra i ricordi di un’adolescenza tumultuosa, e ci fanno appassionare con amori rifioriti ed altri appena nati.

Niente di strano. Banalità assoluta. Eppure tra gli innumerevoli pregiudizi che costellano la vita di un/una lavoratrice/lavoratore del sesso, c’è quello che l* vede protagonist* di una vita stravagante, strana, non ordinaria.

Niente di più falso.

Una/un sex worker fa la spesa, cucina, pulisce casa, e se li ha, sgrida i/le figli/e per l’ennesimo 4 in matematica. Una/un sex worker fa sesso occasionale, ha delle relazioni amorose, combina appuntamenti pessimi su Tinder. Una/un sex worker gode, piange, ride e manda messaggini d’amore.

Una/un sex worker è una persona comune.

Eppure, l’idea che chi lavora nel mondo del sesso non abbia una vita comune è molto diffusa.

È come se una persona che decide di utilizzare il proprio corpo sessuato come mezzo, non possa conservare una sfera privata, intima, nascosta ai più.

La sessualità è plurale, ha varie funzioni e modalità per esprimersi. Una/un lavoratrice /lavoratore sessuale (e non solo) ha la capacità di vivere il sesso in maniera multiforme. È un’abilità che fa parte di tutte quelle skills che sono proprie del lavoro sessuale.

Ciò non significa che durante il rapporto sessuale con un/una cliente il sesso sia sempre peggiore, meccanico, brutale, e che invece nelle vita privata risieda il vero piacere. Può essere così, ma non necessariamente; e l’euforia di T. ce lo dimostra:

«Mmmh…ho appena fatto l’amore con un omone alto alto, con un cazzo gigante. Ay mami, mi son quasi dimenticata che lavoravo!».

Una/un sex worker stabilisce cos’è per l*i intimo e cosa non lo è, decide che cosa custodire per sé e cosa invece rendere pubblico.

Ma è forse diverso da quello che noi tutti facciamo? All’interno di un rapporto – di qualunque genere esso sia – non negoziamo continuamente il nostro spazio personale, la nostra intimità? La definizione di intimità non è forse un fatto squisitamente personale? Mangiare una pizza in pigiama la domenica sera può essere più intimo di un deepthroat?

Vorrei raccontarvi un breve aneddoto, che vede come protagonista un caro amico, che qualche tempo fa incontrò una ragazza su Badoo. Alla prima uscita lei gli raccontò del suo lavoro: faceva la escort. Lui, da studente squattrinato qual era, in preda al panico, abbandonò l’appuntamento – facendo peraltro una figura barbina.

L’idea che una/un sex worker sia sempre in cerca di uomini da spennare trabocca di pregiudizi e stereotipi.

Le relazioni affettive-sessuali che una/un sex worker instaurano con altre persone non sono sempre mediate dai soldi.

Se una lavoratrice del sesso, come in questo caso, si avvicina ad una persona non è obbligatoriamente per attivare uno scambio sessuo-economico.

Potrebbe essere semplicemente interessata a quella persona, potrebbe trovare stuzzicante il modo in cui muove le mani, impazzire per quei ricci color nocciola o voler stringere quei polpacci così definiti (e intanto vi ho svelato i fetish della Zollino). Oltretutto, di storie di amori e passioni nate sul posto di lavoro ne è piena la strada e tutto il mondo del Sex Work.

Le relazioni affettive, e qui mi riferisco all’universo relazionale più in generale, oltre a costituire una fonte di calore e supporto, possono essere però anche causa di stress e sofferenza.

«Mia mamma non mi chiede da dove arrivano i soldi, mia figlia è troppo piccola per chiedere. Forse (la madre) lo sospetta, ma non chiede. Sarebbe difficile per lei»

Mi confida Bianca, un’altra donna rumena.

La famiglia scatena emozioni ambivalenti. Se da un lato c’è la gioia di poter offrire una vita migliore alla propria famiglia di origine, dall’altro, la sofferenza per la lontananza e il senso di colpa sono altrettanto forti. Ma non per tutte.

La storia di Nicoletta- la biondona con la coda di cavallo- è diversa. Lei, circa 10 anni fa, ha deciso assieme al marito che avrebbe lavorato in strada. Durante i primi mesi, lui stava dietro di lei, nascosto dentro la sua macchina, «sai, controllava la situazione, mi proteggeva » dice Nicoletta.

Il 17 dicembre è stata la Giornata Internazionale contro la violenza nei confronti delle e dei sex workers.

La violenza che vive una/un lavoratrice/lavoratore del sesso oggi, in Italia, non è (solo) quella fisica, visibile, intenzionale, che avviene sul posto di lavoro.

La violenza che vive una/un lavoratrice/lavoratore del sesso oggi in Italia è una violenza che è prima di tutto simbolica e istituzionale.

È la violenza di una società che non è pronta ad accettare l’esistenza di una prostituzione non coatta, volontaria e strumentale. È la violenza di un’Italia bigotta e mossa da stereotipi.

Sono tanti i passi da compiere per lottare contro le violenze esercitate nei confronti delle/dei sex workers. Il primo però lo possiamo e dobbiamo fare tutt*. Per natale, facciamoci un regalo: demistifichiamo il lavoro sessuale.

Normalizzare il Sex Work significa normalizzare le vite della lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Chi si dedica ad un qualsiasi tipo di lavoro di tipo sessuale è prima di tutto una persona.

E le storie di strada servono a questo, a rompere gli argini del pregiudizio, per lasciarci travolgere dal fiume in piena del mondo.

Giulia Zollino