Storie di strada 3: la legge Merlin

o di maghi e maghe dell’ipocrisia

Roxana, Romania

Anita è una donna bellissima. Il tacco 12 e i brillantini sono la sua passione. In quei giorni c’erano stati diversi furti in strada perciò ne approfitto per ricordarle che se dovesse avere dei problemi di qualsiasi genere può chiamare la polizia.

«Ormai lo sappiamo. Vengono i drogati neri e rubano. Ma posso chiamare carabinieri? Come mai? Ma non è illegale quello che sto facendo?».

Dopo averle spiegato la normativa italiana in materia di prostituzione, incredula mi dice: «Ma veramente? Beh, buono a sapersi».

Cristina, Romania

Cristina è cinica, diretta e stronza, ma tremendamente divertente. Da un po’ si lamenta del fatto che in strada non si batte chiodo. Quella sera mi racconta di com’era lavorare nel 2014, quando se ti era andata male facevi 800 euro alla settimana.

I: «Ma com’è stato per te all’inizio? Avevi paura di stare qua da sola?»

C: «ho iniziato 4 anni fa con mia cugina, stavamo vicine. Poi ci siamo divise e ora sto qui. In alcuni momenti ho avuto paura. Tipo c’erano dei ragazzi che per un periodo passavano e ci lanciavano le stikla addosso. Come si dice…Vetro ecco! Stavamo sempre attente noi, ma una volta me l’hanno tirata addosso proprio, sulla gamba. Sono finita per terra e in quel momento è passata la polizia, quindi gli ho detto di seguirli, ma credo che abbiano fatto finta. Infatti poi quei ragazzi sono ripassati altre volte».

Nicoletta, Romania

Nico lavora in una via stretta e buia, ma al contrario di S., che lavora pochi metri più avanti, da qualche anno ha deciso di lavorare in macchina.

«Hai sempre lavorato in macchina?» le chiedo.

“Mi sono messa nella macchina dopo che ho avuto dei problemi con due moldavi. Stavo lavorando lì davanti e questi sono passati e mi hanno tirato un sasso. Sono finita nel fosso. Ero da sola. C’era solo S., ma se n’è fregata. Non mi ha mica aiutata. Io invece l’avevo aiutata a lei, quando le hanno tirato una bottigliata. Quei due moldavi ora sono in carcere, li ho subito denunciati. Da allora, sto in macchina così se c’è un problema mi chiudo dentro».

Fabiola,Romania:

Stivali neri fino al ginocchio, legging di pelle rosso fuoco, coda biondo platino ed è subito magia. Fabiola vive con il marito, che sta scontando i domiciliari dopo essere stato accusato di sfruttamento ed aver passato vari anni in carcere.

«Mi hanno intercettato tutte le telefonate, hanno sentito tutto. Un giorno sono venuti qui ed hanno visto che c’era anche mio marito, in un’altra macchina. Il maresciallo mi ha detto che gli sto sul cazzo e che crede che io sia la capa di tutta la strada. Non è così. Che cazzo ne sapevo io che se portavo un’amica mi accusavano? Non si capisce un cazzo».


Chi mi segue su Instagram lo sa: uso spesso BlaBlaCar. Non tanto perché io sia una persona socievole, quanto piuttosto perché trovo che i sedili della macchina siano di gran lunga più comodi di quelli di Trenitalia.

BlaBlaCar è un car sharing in cui oltre al mezzo si condividono aneddoti e frasi di circostanza.

Normalmente, ogni passaggio inizia con il fantastico momento in cui si deve raccontare a dei/delle perfett* sconosciut* chi sei, da dove vieni, che lavoro fai e quanto spesso usi BlaBlaCar.  

Alla mia bellissima presentazione, resa fluida e sintetica da anni di esperienza, segue una domanda, ormai divenuta una certezza: «Quante ne hai salvate?».
E mentre cerco di placare il mio istinto suicida e annoto sul cellulare di formulare una nuova presentazione del tipo “ciao sono Giulia e non salvo nessuna”, solitamente la conversazione procede con una discussione sulla legalità della prostituzione, alla fine della quale la maggior parte delle persone resta convinta del fatto che «la prostituzione non è mica legale».

Ma l’ignoranza e la confusione sulla legislazione in merito alla prostituzione non riguardano solo l’utente medi* di BlaBlaCar, ma anche le persone che si dedicano a questo mestiere; e le storie che ho scelto di raccontarvi oggi lo dimostrano.


Era il 19 settembre del 1958.

«Edizione straordinaria! Chiusura de li casini. Da domani tutti a fasse le pippe» gridava la strillona di via del Tritone.[1]

La legge Merlin fu approvata nel gennaio del 1958 con 385 favorevoli e 115 contrari, dopo un iter parlamentare durato quasi 10 anni (la legge fu presentata per la prima volta il 6 agosto 1948) ed entrò ufficialmente in vigore nel settembre dello stesso anno. Allo scoccare della mezzanotte del 20 settembre, più di 560 “au bord de l’eau” chiusero le porte.

“Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”

recita la legge. Infatti, con la senatrice Merlin, inizia una nuova stagione, quella abolizionista.
Il movimento abolizionista nasce nell’Inghilterra vittoriana e segna una rottura definitiva con il modello regolamentista (introdotto in Italia nel 1860 dal Regolamento Cavour), in cui lo stato interveniva massicciamente e violentemente nel controllo e nella gestione della pratica prostitutiva.

Con l’abolizionismo si crea un vuoto. Lo Stato chiude gli occhi, e li apre solo per perseguire il nobile e cristiano obiettivo di liberare e proteggere le povere vittime (tutte e sempre donne) che decidono di cambiare vita e “lasciare la strada”.


Ma vediamola meglio la nostra Merlin.

La legge n.75 è composta da tre capi (“Chiusura delle case di prostituzione”, “Dei patronati ed istituti di rieducazione”, “Disposizioni finali e transitorie”) ed oltre a disporre la chiusura delle case di tolleranza, introduce i reati di favoreggiamento, sfruttamento, induzione, reclutamento e adescamento (depenalizzato con la legge 689/1981).

All’art.3 rende inoltre punibile da due a sei anni chiunque affitti la propria casa a scopo di esercizio prostitutivo o chiunque, essendo in possesso di un locale pubblico, tolleri la presenza di una o più persone che si dedicano alla prostituzione. Ultima novità della Merlin è l’istituzione di patronati ed istituti di rieducazione, nei quali

«(…) potranno trovare ricovero  ed  assistenza, oltre alle donne  uscite  dalle  case di prostituzione (…), anche quelle altre che, pure  avviate  già  alla  prostituzione, intendano  di ritornare ad onestà di vita».

In nessuno dei quindici articoli la prostituzione viene dichiarata illegale, ma quale sia il giudizio dei 385 favorevoli, mi sembra evidente.

Se formalmente lo scambio sessuo-economico non viene criminalizzato, nei fatti prostituirsi legalmente in Italia sembra impossibile.
Incappare nel rischio di essere accusat* di favoreggiamento e/o sfruttamento è molto comune.
Per non parlare poi delle innumerevoli ordinanze comunali che celate dietro a motivi di “decoro urbano” o  “pubblica sicurezza”, multano clienti e sex workers, provocando una progressiva marginalizzazione e ghettizzazione del lavoro sessuale.

Non stupisce quindi che per la maggior parte della popolazione la prostituzione sia considerata un’attività illegale. Ma la percezione dell’illegalità  non è solo sintomo di una mancanza di conoscenze in materia o del silenzio che avvolge il sex work; bensì dice molto di noi, di quanto l’impianto abolizionista moraleggiante sia radicato nel nostro tessuto socio-culturale.

La legge Merlin infatti si fonda su un presupposto intriso di morale e paternalismo che marchia come vittima chiunque si dedichi alla prostituzione.

L’idea che una persona possa esercitare tale professione per piacere o per pura necessità/convenienza non viene minimamente presa in considerazione.

«Le puttane sono vittime per legge».[2]


La povera Merlin – perdonatemi la battuta – ha creato un casino.

Se in partenza le sue intenzioni erano sicuramente nobili e sotto certi aspetti rivoluzionarie, oggi ci troviamo con una legge inadeguata,  che non è stata capace di stare al passo con i cambiamenti del mercato del sesso, oltre che ad accettare i mutamenti culturali del nostro paese. Una legge confusa, sbiadita, che anziché tutelare le persone che decidono di prostituirsi, le costringe a lavorare con maggiori rischi.

Una legge che mentre premia chi vuole ritornare sull’onesta via, relega le altre ai margini, ai bordi di strade sempre più buie e dense di stigma.

«Non si capisce una cazzo» diceva Fabiola, appoggiata alla sua macchina grigio fumo.

È vero. I fraintendimenti e gli equivoci sono molti. Ma c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare:

la prostituzione tra persone adulte e consenzienti è legale. Considerare questo aspetto è fondamentale soprattutto per le/i sex workers; per (ri)conoscere i propri diritti e soprattutto alleviare quella la sensazione di vergogna che spesso uccide.

Ed è da questa consapevolezza che dobbiamo ripartire per sbattere furiosamente i tacchi e lottare per una nuova legge. Una legge più inclusiva, rispettosa e chiara.

Perché abbiamo infinitamente bisogno di un nuovo discorso sulla prostituzione, un discorso onesto, diretto, che vada dritto al punto, senza perdersi in stupidi paternalismi, che ormai puzzano di chiuso.

[1] Chirico A., Siamo tutti puttane, Marisilio Editori, 2014
[2] ibidem

Il Succhia-clitoride: un’esperienza

Sono entrata in possesso di un giocattolino che sicuramente conoscerete già, la sua nomea di oggetto magico è arrivata in lungo e in largo nel regno della Sexpositivity, e ci credo bene! 

DISCLAIMER: questa non è una recensione. Mi piacerebbe intraprendere anche questa strada, ma non è questo il caso. Se volete idee per deliziarvi, da sol* o in compagnia potrete trovare su instagram e non solo professionist* molto più espert* di me. 

Come per l’articolo sulla cosa a tre, anche in questo caso sono partita da delle domande poste ai e alle follower, dedicandomi principalmente alle donne.
Questo perché ho chiesto loro cosa ne pensassero del succhia-clitoride, se lo volessero provare o se ce l’avessero già. Essendo quindi una domanda mirata al pubblico avente clitoride, pensavo fosse sufficientemente ovvio che non potessero rispondere gli uomini, ma dato che l’estro creativo non manca mai, in molti hanno detto la loro. Grazie, ragazzi, siete i mejo.

Si scherza: certamente l’anatomia non mente e dunque le opinioni di consumo da parte degli uomini non sarebbero inerenti, ma trattandosi di un sex toy può essere usato in coppia e quindi chissà che i partner non trovino un’idea carina per fare un regalo alla propria o alle proprie? I benefici potrebbero essere per tutt*.

Passiamo alle risposte: in molte si sono dette entusiaste nell’utilizzarlo: una vera e propria rivoluzione personale (mi associo a loro: semplicemente, WOW); altre hanno detto che non ce l’hanno ancora e che vorrebbero averlo; alcune hanno detto che l’idea metteva loro ansia ma che proverebbero comunque.

Sull’ansia, posso capire benissimo: è un nome inquietante. Sarà l’atmosfera spooky di ottobre ma, in effetti, restavo alquanto perplessa.

Per risolvere, su instagram ci sono moltissimi account che parlano e recensiscono sex toys, da valiziosa alla coppia rosa le sex en rose e grazie a loro ho scoperto un mondo a riguardo. Ma i primi tempi, pensare un arnese che ti succhiasse il clitoride non evocava un’immagine piacevole. Succhiare come? In che senso? Ti fa da aspirazione? Fa male?

Il “succhia” ne “succhia-clitoride” in realtà è più un’allusione che un un effettivo movimento effettuato dal toy: dal beccuccio – che ha questa forma appositamente per concentrare tutta l’energia sul clitoride – fuoriescono delle pulsazioni che stimolano il clitoride e ricordano, vagamente, una succhiata: et voilà “succhia-clitoride”.

Quindi, curiose di tutto il mondo: non abbiate timore, nessun sex toy vi mangerà la vulva a forza di suzioni.

Non fa male durante né dopo e solo dopo averlo provato potrete capire in che modo il vostro corpo reagirà (spoiler: ringraziandovi).

Ormai ci sono succhia-clitoride di ogni marca, prezzo, forma e dimensione. Il mercato dei sex toys è qualcosa che mi affascina enormemente, per la ricerca e le analisi che vengono fatte prima, durante e dopo la creazione di un determinato prodotto.

A tal proposito, il succhia-clitoride come tecnologia dei giocattoli sessuali è rivoluzionario: si affianca alla rivelazione scientifica e culturale del clitoride come organo legittimato al piacere e al godimento. 

Questa concezione non esisteva fino a poco tempo fa e come già in molti e molte hanno detto, approfondito ed evidenziato il piacere femminile era talmente legato e sottomesso a quello maschile che al di là della penetrazione non si andava.

Per molt* è ancora così, tra l’altro: i tabù sulla sessualità fanno anche questo: inibiscono le fantasie e la voglia di conoscenza.

Mentre i sex toys possono diventare strumento di approfondimento di sé, per alcun* sono limitanti, segno di incapacità o debolezza – come se fossero due cose tanto gravi. Voglio dire: ben venga l’incapacità, poiché si può imparare; ben venga la debolezza, ché si impara a proprio ritmo, oltre i propri blocchi, a diventare più forti, più brav*, più capaci.

la camera di valentina
il succhia-clitoride della Satisfyer

Queste sono tecnologie che danno l’opportunità di riflettere su dove siamo, come siamo, da sol* e gli altri. Fatevi un giro fieramente nei sexy shop della vostra città o online, potreste aggeggi che probabilmente non considerereste mai utili al fine sessuale, e invece… 

Quello che ho io è il Satisfyer 1 Next Generation, della Satisfyer. È già vecchiotto tra i succhia-clitoride, sia all’interno della casa di produzione, sia tra i sex toys di questo genere. Però fa il suo lavoro egregiamente ed è molto piacevole.

Non mi fanno impazzire le pile, che oltre a essere poco ecologiche sono sicuramente poco pratiche: in qualunque momento potrebbero scaricarsi e invalidarne l’utilizzo. Non è ancora successo, per fortuna…!
Mi è stato gentilmente regalato da pleasureroom.it e potrete trovarlo online anche sul loro sito.

Siate curiose e avventurose: non si può sapere mai dove si nasconde una rivoluzione personale, finché non ci caschi dentro in pieno, con tutte le sensazioni fisiche e mentali.

 

Cosa? Cosa a tre! Un’esperienza

Avete partecipato in tantissim* al sondaggio proposto in “Chiacchiere Valentine” a tema Menage à trois; molt* di voi non l’hanno mai fatto… Ma vorreste! In seguito vi ho chiesto altro e dalle tante riflessioni scaturite direi che le cose, da tre, sono diventate molte di più!

La mia recente esperienza è stata un calderone di riflessioni e scoperte e questo articolo è frutto della somma delle mie e delle vostre. Quello che ho vissuto io coinvolge una coppia e un’amica, il che è curioso perché dai sondaggi questa combinazione potrebbe convincere poco. Iniziamo, dunque:

Sconosciut* o conosciut*?

Ci sono, sommariamente, due grandi insiemi che dividono queste due preferenze: chi preferirebbe gli sconosciuti, perché sarebbe assente il coinvolgimento sentimentale, addirittura l’imbarazzo; non ci sarebbe alcun confronto con il passato ma soprattutto, cosa che mi ha colpita di più, non sussisterebbe il rischio di invalidare un rapporto già consolidato. 

Per chi preferirebbe invece farlo con un conoscente, l’imbarazzo si eviterebbe proprio perché lo si conosce e quindi ritorna il concetto di fiducia: ti conosco, so chi sei, mi posso fidare e direi, in questo caso, anche affidare. Un utente ha pure aggiunto che “con due amiche sarebbe anche più divertente”.


Vista la mia introduzione mi sembra evidente che io, anzi noi, apparteniamo alla seconda scuola. La fiducia e la conoscenza pregressa sono fattori che adottiamo per qualunque rapporto, anche per quello sessuale. Per quanto oggi sia estremamente più facile approcciarsi a sconosciuti al solo scopo di fare sesso e, al contrario, sia tanto più difficile parlarne faccia a faccia con chiunque sia, la nostra preferenza non ha indugiato oltre: tra conosciut*, con conosciut*. Ed ecco perché:

Il sesso come strumento: può distruggere o può rafforzare

Tantissime persone hanno il timore che unendo l’amicizia al sesso, questa possa rovinarsi, andare in frantumi, disgregarsi e altri verbi che evocano materiali che si corrodono e rompono. Ma, esattamente, chi l’ha deciso? L’idea che il sesso svalorizzi l’amicizia è un costrutto che forse potremmo cominciare a mettere in discussione.

Amore e amicizia sono due campi che lasciamo sempre molto distanti. In una coppia c’è una carta dei diritti e dei doveri che sicuramente non pretenderemmo di avere, o di ricevere, nei confronti di un amico; ma siamo sicuri che siano poi tanto lontani? 

Da una parte abbiamo compreso contesti come quelli della “scopamicizia” o “friends with benefits” e, in questi, il sesso ha il ruolo di gioco di intrattenimento, al pari del sesso occasionale. Dunque nulla di particolarmente sentimentale, ma comunque accettabile, dico bene?
Dall’altra abbiamo quella sfera elevata dell’amore dove inglobiamo anche il sesso, che a quel punto diventa nobilissimo: due anime che si fondono, due corpi che si uniscono, due baci perugina squagliati al sole della passione, ‘na cosa che proprio che te lo spiego a fa’ tanto non la capiresti


E poi c’è lei, l’amicizia. Questa cosa bellissima, preziosa e sacra come il pane al quale sono devota più di ogni altra cosa.
Ed è proprio dietro la parola “devozione” che mi chiedo: in cosa il sesso dovrebbe rovinarla?

Il timore di una tale intimità in un’amicizia è dettato più dall’abitudine al concetto che: sesso “valido” = rapporto amoroso; ne consegue che: sesso fuori dal rapporto amoroso = “superficiale”. Vedendola in questa maniera, insozzare un’amicizia piace a nessuno. Ed è credendoci fortemente che, in effetti, il sesso diventa distruttivo. Ma se vivessimo il sesso per quello che è, ovvero uno strumento di conoscenza di sé e dell’altr*, questo problema non si porrebbe.
Ragazzi e ragazze, sappiatelo: tutti i vostri amici vi si vogliono fare, ciò che li frena (oltre all’eventuale gusto personale) sono dinamiche sociali probabilmente dettate da rapporti incidentali o ulteriori paletti. 

la camera di valentina

E con questo non voglio aprire il vaso di pandora de “uomo e donna non possono essere amici”, anzi: uomo e donna possono essere amici e possono pure scopare, purché si rispettino vicendevolmente. 

Piuttosto di incanalare il sesso in scompartimenti stagni e affibbiargli un contesto “più” o “meno” consono, diciamoci qual è il problema: un rapporto amoroso è già un impegno complicato e complesso; per quanto siamo tutt* d’accordo sull’importanza dell’amicizia, questa è svincolata da determinate dinamiche e varcare la soglia della sessualità implicherebbe dei rischi da un punto di vista sentimentale che non abbiamo il coraggio di affrontare.
Cosa più che giusta e lecita, ci mancherebbe. Ma allora il problema non è il sesso, bensì come noi siamo soliti concepire le relazioni. 


Sarà stata la forte sintonia anche prima del menage, fuori dalle lenzuola, ma non abbiamo avuto dubbi sul fatto che questa esperienza non potesse fare altro che rafforzare il nostro rapporto e così è stato. Se fosse successo qualcosa di imbarazzante, probabilmente ci avremmo riso su; se fosse avvenuto qualcosa di sgradevole, avremmo potuto parlarne dopo – o durante, e fermare i giochi -. Non è mancata la tenerezza, che probabilmente con uno sconosciuto sarebbe stata assente, addirittura bandita.  

La coppia nel 3: gelosia, competizione, proprietà

Siete stat* numeros* nel sollevare tutti lo stesso problema: essendo in coppia, preferirei di no. Avrei paura che il terzo venga preferito, sono gelos* , non voglio che il o la mia partner si dedichino ad altr*

Tutte affermazioni contro le quali è difficile mettere bocca, perché non si può sentenziare su come si ritiene più opportuno gestire una relazione. A meno che non mi abbiate detto prima che vorreste provare. Ah, me l’avete detto? 

Tanto per cominciare, si comunica. Una cosa a tre, in una coppia, non si può lanciare sul tavolo tanto per lanciarla, né la si può imporre. Quando si parla e ci si confronta, quello è il momento di mettere in discussione i propri blocchi: non è la cosa a tre in sé, ma la possibilità di una qualunque esperienza all’infuori della coppia (potrebbe trattarsi, ad esempio, di un viaggio erasmus): se vuoi provare, pensi davvero che valga la pena rinunciare per assecondare un timore? 

La gelosia nasconde le insicurezze, me lo avete confermato più e più volte. Il timore di essere rinunciabile o sostituibile debilita ogni desiderio. Prendetevi il vostro tempo per scardinare questa dinamica, per voi e per il rapporto. Una relazione sentimentale amorosa, se vi dà delle certezze, non viene certo messa allo sbaraglio da una serata “diversa” (o da un’esperienza diversa). Non abbiate paura, provate. 


Conclusa la posta del culo, proseguiamo col parlare di competizione. Non c’è molto da dover dire: semplicemente, non deve esistere. Non è una perfomance, né una gara. Se volete provare una threesome dovete entrare nell’ottica che c’è spazio per tutt* e deve esserci equamente. Competizione per quale campo, poi? Per vincere cosa? Il punto è che siete tutt* sullo stesso piano, state vivendo la cosa nello stesso momento e state apportando e arricchendo la dinamica, ognuno con quel che può e vuole fare. Lo scopo è essere soddisfatt* e felici, non migliori o peggiori; alla fine non riceverete una medaglia, né vi direte chi è stato più bravo in cosa; non ci sono pagelle. Se volete provare, just relax e godetevi il momento.

la camera di valentina

E infine, il cruccio più grande di tutti: il senso di possesso, la proprietà.
Chiudiamo tutto, facciamo finta di non parlare di cosa a tre. Lasciatemelo dire: non possedete la persona con cui state. No. Neanche quando “amore mio” è la prassi; è bello dirselo ma non crederci, perché non esiste proprietà, anche se la cultura monogama in cui siamo cresciut* ci ha illuso di questo. 

Sottolineo monogama, perché basta superare questa realtà, considerata come unica, per rendersi conto che le relazioni possono intrecciarsi e strutturarsi in maniera ben differente, scoprendo che questo “culto della proprietà” appartiene principalmente e morbosamente alla monogamia. 

“Mio”, “tuo” non esiste davvero. Quindi, di nuovo: se in realtà non siete poi chissà quanto attratt* all’idea di provare un menage à trois va bene, lasciate dov’è l’idea monogamo-centrica di possesso – anche se farebbe bene scuoterla -, ma se per caso l’ipotesi vi stuzzica, superate questa concezione. Vi amate, vi rispettate, vi desiderate. Ma non vi appartenete. Nessuno di noi ha un vincolo definitivo sulle esperienze e gli esperimenti altrui. Da un lato la vita vi può offrire l’opportunità di sperimentare fuori dagli schemi, dall’altro lato è più comodo restarci dentro. Scegliete. 

Due donne e un uomo o viceversa? 

Partiamo con il problema: una quantità troppo alta di voi ha dichiarato che preferirebbe due del genere opposto così da avere l’attenzione su di sé, quindi due uomini per una donna o due donne per un uomo.
Che dire: carino ‘sto trono, te l’hanno dato con l’happy meal? 

Alcun* nascondono, dietro questo esemplare egocentrismo, il timore vestito da gelosia di cui sopra; sono figli della stessa paura. Ma, purtroppo, non vi giustifica. Non c’è egocentrismo che tenga in questo contesto – ma nel sesso tutto, per cortesia! – e non è l’inizio di un porno: si collabora, ci si prende cura, ci si muove di modo che tutti possano avere la loro dose di attenzione. Si chiama “triangolo”, ma in realtà è un cerchio: pure Renato Zero si è tranquillizzato quando ha capito come funzionava!
Quindi niente piramide gerarchica, scendi da lì. Subito. 


Molt* hanno detto che “uomo o donna non ha importanza, purché uno dei tre sia fluido o bisessuale“. Questa cosa mi ha affascinato molto, poiché posso comprendere la preferenza, ma non credo sia tutto: è rassicurante immaginare che una persona bisessuale sia naturalmente predisposta a donare equa attenzione. Ma, per quanto la mia esperienza sia stata così – due bisessuali su tre -, trovo che la cosa fondamentale sia la voglia. Se non ci si porta dietro il trono giocattolo sopracitato, non c’è il rischio di restare all’asciutto.

Quello che voglio dire è: non fate l’errore di pronosticare la riuscita dell’esperienza a seconda dell’orientamento sessuale di una persona. Non è quello, che fa la persona.

Super conclusioni (vi giuro che ho finito)

la camera di valentina

È stata la mia prima esperienza di menage à trois, la prima con un’altra donna. Questo era ciò che più mi dava pensiero perché conoscendo – e pur da poco, neanche troppo bene – il mio corpo e quanto sia macchinoso per me godere ho temuto lo stesso per la compagna. “Donna” sembrava essere la parola più pesante e preoccupante.

Non mi aspettavo certo che, una volta iniziate le danze, quel senso di estraniamento che sempre mi prende durante un rapporto sessuale – non so spiegarlo bene: è come una sorta di trance, ma presente nel godimento; una sospensione, non so davvero quali parole di più si avvicinino alla cosa -, in qualche modo azzerasse le differenze e rendesse “uomo” e “donna” semplicemente “corpi” non senza identità, semplicemente senza preoccupazioni sulle diversità: ho saputo dove andare e dove toccare, seppur goffamente.

Ed è stato divertente, tenero, curioso, passionale; ha lasciato il segno – ne ha lasciati tanti. Una piccola rivoluzione personale, per tutt* e tre.


Stiamo creando spazi privi di giudizio perché tutt* possano avere la loro opportunità di esprimere qualcosa di liberatorio, che sia una curiosità, un dubbio, un pensiero. Allora poniamoci nella modalità di mettere in discussione quello che abbiamo appreso finora, quello che ci hanno detto, quello che ci insegnano da fuori. Perché quello che ho letto tramite i sondaggi è proprio una curiosità attiva, frenata da altro all’infuori del vostro volere. Siamo qui per dire: non ne vale la pena. Prenditi il tempo che ti serve, che ti spetta di diritto, ma non rinunciare alle varie possibilità. 


In due è amore, in tre è…