Storie di Strada 6: lontano dagli occhi…

Indoor: il fenomeno della prostituzione in casa, in Italia

Stella, Santo Domingo

Stella ha i capelli rosso fuoco, gli occhi scuri e un corpo giunonico.

«Mia mamma dice che sono grassa…secondo te? Secondo me no»

Mi disse, scrutandosi allo specchio, durante il primo accompagnamento sanitario. Supportata dalla sorella maggiore, ha deciso di venire in l’Italia per poter garantire al figlio un futuro migliore.

«Vivo con mia sorella e mio nipote. Anche lei lavora. Si sposta sempre…lavora in tante città. Io faccio poco, lavoro ogni 15 giorni. Affitto delle case in varie città. Ci alterniamo: quando lavora lei io mi occupo della casa e del bambino, quando lavoro io, se ne occupa lei. A me non piace molto questo lavoro qui però. Non ho mai avuto problemi con i clienti, ma ci vuole tanta pazienza!»

Cristina, Romania

Cristina ha i capelli biondi, l’eyeliner grigio fumo ed è solita posizionarsi con il culo rivolto verso la strada, per attirare più clienti.

«Io lavoro anche in casa. Pubblico in vari siti, ma non metto la foto della faccia. La maggior parte delle foto che mettono le tipe sono finte. Le copiano da altre, così come gli annunci. Tutto copiato. Io vado a casa loro o in hotel. Sono una escort io!»

«E i prezzi come sono?» le chiedo

«Insomma. In casa c’è gente che chiede 45. Se fanno così, io, in strada, cosa posso chiedere!? I clienti mi dicono che ci sono pure ragazzine di 16 anni che si fanno pagare 15 euro per farsi la ricarica. Poi in casa ci sono molte che fanno tutto scoperto! Preferisco la strada».

Alice, Ucraina

Alice. ha la mia età. È di origine ucraina, ma è cresciuta in Italia. Dopo aver lavorato nei night, su consiglio di un’amica, da circa un mese, ha deciso di lavorare in casa.

«Nei night non è bello. Devi convincere i clienti a bere e alla fine bevi anche tu. Poi si portano fuori o dentro il locale, alcuni hanno uno spazio adibito. Ora devo dire che mi trovo abbastanza bene. L’unico problema è l’appartamento perché quello dove sto adesso è troppo centrale e brutto».

«Stai già facendo i tour?»

Le chiedo (“tour” è il termine usato per indicare gli spostamenti  delle/dei sex workers tra varie città, a scopo lavorativo).

«La mia amica me lo dice. Vai a Bologna dice. Vai a Milano dice. Ma che cazzo ci vado a fare?! Ci sono già tanti cazzi qua» dice ridendo. «Quando li finisco, ci vado!».

Tania, Perù 

Tania è una trans peruviana. Rispetto alle altre conosciute in strada, è timida e riservata. Tra un bicchiere di birra e una sigaretta mi racconta che, dopo aver lavorato in strada per diversi anni, ha deciso di lavorare in appartamento.

«Mi sento più tranquilla. Ti pagano di più e non devo restare lì ferma in strada per 20/30 euro. In casa 70 o 100 e basta. Poi penso che sia più sicuro, i clienti sono molto diversi da quelli che si incontrano in strada. In strada ci va chiunque…mentre quelli che ti trovano da internet sono più che altro signori di casa che hanno una doppia vita o che magari vogliono soddisfare qualche fantasia».

«E se ti dovesse succedere qualcosa? Non ci sono le tue compagne vicino che ti possono dare una mano…»

Le chiedo, ricordando le parole di alcune persone “pro-strada”.

«Credo che dipenda dalla situazione. Perché può succedere che sei in strada e non c’è nessuna vicina a te, oppure che ti facciano salire in macchina e ti portino lontano. Io quando sono a casa aspetto il cliente fuori e lascio la porta di una stanza socchiusa con la televisione accesa e dico al cliente: “Non parlare ad alta voce perché c’è il mio ragazzo di là che dorme!”. Sono cose che impari con il tempo»

«E come funziona la pubblicazione?», chiedo curiosa.

«Guarda, è facilissimo! Ora ci sono i pubblicisti, basta solo dargli le foto e i soldi e loro ti pubblicano l’annuncio su Bakeca. Ci sono varie opzioni, ad esempio per 4 giorni o una settimana. Io compro i crediti su Bakeca e pubblico da sola quando posso lavorare. Mi programmo da sola. Lascio il numero di cellulare e mi chiamano con preavviso e niente…arrivano i clienti. Io pubblico soprattutto di notte, ma i clienti che vengono la notte mi chiamano durante il giorno, all’ora di pranzo o quando finiscono di lavorare. Ci sono anche quelli che chiamano per disturbarti»

«I guadagni?»

«Chiedo 70 euro. Se loro ti chiedono uno sconto arrivo a 50. Nella mia peggiore settimana guadagno 800 euro. Quando giro dipende dalla città in cui mi trovo. Recentemente sono andata a Como e lì ho lavorato molto bene. In una settimana ho fatto 2000 euro…arrivavano molti clienti dalla Svizzera».


«Ciao! Ho trovato il tuo numero su Bacheka. Ti posso disturbare 5 minuti?»

Solitamente, il contatto – rigorosamente telefonico – con le persone che lavorano in casa inizia così. Ma che cosa significa lavorare al chiuso in Italia? Chi sono gli attori coinvolti nel mercato? E ancora, la prostituzione esercitata in casa può essere una soluzione all’insicurezza?

La prostituzione è strettamente connessa ai cambiamenti storici, politici ed economici; pertanto cambia, si evolve, assume nuove forme, sempre più sfumate, sempre meno circoscrivibili.

Se fino alla fine degli anni 90 la strada si configurava come il luogo principale di esercizio della pratica prostitutiva, a partire dal 2000 si assiste ad un aumento della prostituzione indoor, ovvero quella esercitata negli appartamenti, locali notturni e centri massaggio.

Oggi, agli inizi del 2020, possiamo affermare con certezza che circa 2/3 della prostituzione si svolge indoor.

Il progressivo spostamento dalla strada al chiuso e la compenetrazione dei due mercati ha ragioni politiche, culturali ed economiche.

Le ordinanze comunali antiprostituzione, l’inasprimento delle politiche migratorie, unite ad un’intensificazione dell’utilizzo di Internet e smartphone sono solo alcune di queste.

Peraltro, è del 2002 il disegno di legge Bossi-Fini-Prestigiacomo, approvato dal consiglio dei ministri, che prevedeva l’eliminazione della prostituzione su strada e la regolarizzazione di quella svolta al chiuso – con controlli sanitari inclusi, ça va sans dire.

In una ricerca condotta in Emilia-Romagna[1] nel 2010, emerge la presenza di donne (60-70%), seguite dalle trans (20-30%) e infine dagli uomini (3-5%). La maggior parte delle persone contattate ha un’età compresa tra 18 e 35 anni, con una presenza di over 50enni per le donne italiane e le trans. Per quanto riguarda la provenienza geografica, troviamo soprattutto persone di nazionalità italiana (in aumento), sudamericana, est-europea, cinese e africana.

Al contrario del mercato della strada che sembra più stanziale, quello degli appartamenti è estremamente mobile. Sono molte le lavoratrici che si spostano non solo a livello regionale, ma anche nazionale e internazionale.

Non è raro infatti vedere lo stesso annuncio comparire in un’altra città a distanza di pochi giorni. Le presenze più fisse sul territorio potrebbero essere legate ad appartamenti di prostituzione organizzata, in cui le/ lavoratrici/lavoratori si alternano, oppure a persone che vivono sul territorio da svariati anni, e che magari svolgono anche una seconda professione.

In aumento infatti, le persone che utilizzano la prostituzione come lavoro saltuario: «lo faccio così, ogni tanto…se capita, se ho la casa libera» diceva Rosanna, una travestita conosciuta su Loovo.

Oltre alle/ai sex workers e i/le clienti, nel mercato indoor sono presenti alcuni soggetti terzi, impegnati a vario livello nella gestione e controllo del mercato. Mi riferisco non solo a eventuali protettori/protettrici, ma a delle vere e proprie agenzie immobiliari o singoli intermediari occupati nella ricerca di immobili a scopo prostitutivo, oltre che ai promotori pubblicitari dei giornali e dei siti web.

Infatti, l’elemento che più caratterizza il lavoro indoor è l’attivazione di canali di promozione dei propri servizi sessuali.

La pubblicazione degli annunci avviene attraverso siti internet più o meno specializzati nell’offerta di sesso, riviste cartacee, e – anche se in modo diverso – dating app.

Gli annunci online, croce ma, soprattutto, delizia del mio lavoro di monitoraggio, si dividono in due grandi categorie: l’annuncio diretto, esplicativo, e l’annuncio più pacato, quasi poetico.

Vi avverto: se siete grammar nazi, saltate questo pezzo.

“NEW NEW APPENA ARRIVATA (lallero…sarà qui dal 15/18). REGINA DEL POMPINO E MASSAGGIO PROSTATICO. VERA FIGGA CALDISIMA ❤❤

POMPINO AL NATURALE 👄👄+ SBORRATA LIBERA 💦💦– SCOPATA IN TUTTE LE POSIZIONI-. MI PIACE TANTISSIMO FARE IL 69, HO UN 💓💓💓BELLISSIMO CULO, UNA PATATINA 😋😋STRETTA. UNA BELLA SPAGNOLA ALL NATURALE? PUOI SCOPARMI PER BENE POI PRENDERMI PER I CAPELLI E SBORRARMI SULLE TETTE … _SPAGNOLA. 69… TI ASSICURO TI FARO GODERE💋💋!!

FOTO REALI 100%” (lallero n’altra volta)

Bellissima top trans brasiliana. Una vera bambolina trasgressiva con 23 motivi (adoro) per venirmi a trovare. Disponibilissima per persone distinte ed educate. Fisico mozzafiato, dolce e dalla pelle vellutata e profumata, preliminari unici e sempre pronta per ogni tuo desiderio. Ambiente riservato.

Un minuto per trovarmi…. una vita per scordarmi…. (adoro bis)
No anonimi e no sms

E ancora:

“Caldo uomo italiano, fisico statuario, travolgente ed esperto. Senza limiti e trasgressivo, unico per le tue serate, cene ed hotel. Solo per chi veramente desidera il meglio e vivere i propri sogni ad occhi aperti!!! Sarà mia premura coccolarti in ogni senso… Anzi sarò come il tuo nettare… Disponibile per uomini, donne e coppie, ricevo in ambiente privato, climatizzato e pulito. Non aspettare, potresti pentirti.”


Gli annunci, oltre alla descrizione più o meno dettagliata di sé e del proprio corpo comprendono spesso l’elenco delle prestazioni offerte. Rispetto ai servizi, il sex work indoor sembra offrire molta più varietà, rispetto alla strada dove le sex worker offrono una prestazione “standard” («che cazzo vuoi? bocca figa e basta. Noi non siamo come quelle che ti dicono amore di qua amore di là» diceva quel zuccherino di Nicole).

Alcune, come nel secondo caso, esplicitano limiti e richieste: “no stranieri”, “solo educati e distinti”, “solo puliti”. Ad impreziosire l’annuncio troviamo poi foto, video e/o gif che ritraggono la/il lavoratrice/lavoratore in questione in posizioni provocanti, o per così dire, all’opera. Il testo si conclude con l’età, la zona e il numero di telefono.

Come racconta Tania, la pubblicazione ha un costo. In uno dei siti maggiormente utilizzati dalle/dai sex workers, l’offerta Base per 15 giorni costa 100 euro, quella Top 150, quella Class 200, e così a salire.

I costi di pubblicazione, uniti ai costi di affitto dell’appartamento, rendono la prostituzione indoor più dispendiosa, e quindi non adatta a tutt*. Gli appartamenti sono spesso condivisi da più persone della stessa nazionalità e si concentrano per lo più in zone periferiche, facilmente raggiungibili in macchina e maggiormente riservate.

Ed è sulla riservatezza e dunque l’invisibilità che fa leva una linea di pensiero che vede il lavoro in casa come maggiormente tollerabile.

Se proprio devi fare la puttana, falla a casa, e se puoi chiudi bene le tende, nasconditi. Il concetto è questo.

Dall’indagine citata in precedenza, emerge come la percezione sociale della prostituzione indoor sia completamente diversa da quella esercitata in strada, che nelle cronache cittadine appare associata allo sfruttamento e al degrado. Quella in appartamento invece, viene percepita quasi come un’attività imprenditoriale, svolta in completa autonomia.

Però, come sempre, le rappresentazioni uniche non solo restituiscono la complessità della realtà, ma sono anche pericolose. Non mi stancherò mai di ripeterlo: il mondo della prostituzione è un mondo che racchiude tanti mondi.

E il mercato dell’indoor è a sua volta un universo che contiene un numero infinito di storie, luoghi e soggettività.

Quello della riapertura dei bordelli è una carta sfoderata a più riprese, da vari partiti e governi. L’ultima proposta arriva dal senatore leghista Gianfranco Rufa, il quale, il 7 febbraio dello scorso anno, presentava un disegno di legge che vietava la prostituzione nei luoghi pubblici e prevedeva la riapertura delle case chiuse, con registro e controlli sanitari annessi. «E’ un gesto di civiltà nei riguardi delle prostitute che sono in strada, ma anche per il decoro e l’immagine delle strade» ha commentato il parlamentare.

È proprio questo il problema. Non è la legalizzazione delle case chiuse – che in ogni caso assumerebbero più la forma di appartamenti condivisi e autogestiti più che quella dei bordelli di stato pre ’58 – ma l’idea che la prostituzione vada nascosta, resa invisibile in nome del decoro e del buon costume.

Il problema è l’idea che la società debba essere difesa e protetta dalla prostituzione, parafrasando la Serughetti.[2] In questo quadro, il bordello appare quindi il male minore.

L’obiettivo della lega è chiaro: toglierle le prostitute dalle strade. Ma cari amici e amiche, l’apertura delle case, non è direttamente proporzionale alla scomparsa della prostituzione su strada, né coincide con l’eliminazione dello sfruttamento.

La maggior parte delle persone che lavorano in strada sono migranti, senza documenti, e quindi non potrebbero lavorare nelle case legalizzate, destinate alle prostitute bianche, europee, autonome.

Dove finirebbero le altre, quelle straniere, non europee, magari in situazioni di vulnerabilità? La risposta la sappiamo già. Verrebbero espulse e rimpatriate oppure continuerebbero a lavorare nel sommerso, magari in strade sempre più buie o in appartamenti sempre più isolati; sempre che non decidano di aderire a dei programmi di salvataggio e protezione, sempre più eurocentrici e paternalistici.

Signor Rufa, se lo lasci dire: i gesti di civiltà sono altri.


[2] Claudia Torrisi, Cosa succederebbe se in Italia si riaprissero le case chiuse, 19 gennaio 2018, VICE, https://www.vice.com/it/article/a3n8va/cosa-succederebbe-se-si-riaprissero-le-case-chiuse

[1] Nel 2008 in Emilia-Romagna nasce il progetto InVisibile, con l’obiettivo di effettuare azioni di monitoraggio e di contatto con le/i sex workers che lavorano in luoghi chiusi.

Storie di Strada 5: Whorearchy

Lo stigma che divide e unisce

Natasha, Christy, Ines

Nat e Chris sono nigeriane, mentre Ines è una donna cubana di circa 40 anni che ha fatto un patto con il diavolo per sembrare eternamente una 20enne. Solitamente lavorano nella stessa zona, ma in due posti diversi. Una sera di primavera, la situazione che ci troviamo davanti è questa:

«Vattene! Ti ammazzo!» grida Natasha.
«Sì, te ne devi andare! Questo è il posto delle nere. Le bianche stanno di là!» incalza la più vecchia.
«Io sto qui quanto mi pare. Sono sempre stata qui!» risponde Ines.
«Vai o ti giuro che ti mando all’ospedale con le ossa rotte» controbatte Natasha, lasciandola senza parole.

Anna, Ucraina

Anna è una signora con un sorriso dolce, ma due bicipiti da far paura.

«Ma con le altre ragazze ci parli?» le chiedo.
«Ma che cazzo me frega. Una volta eravamo unite. Se una abbassava i prezzi di questa zona, andavamo tutte a menarla. Ora no».

Monica, Romania

Poco più avanti c’è Monica, una ragazza che lavora in Italia da molti anni e che si veste sempre in modo molto sobrio (no, non sono sarcastica). Provo a chiedere anche a lei in che rapporto è con le altre ragazze rumene.

«Ci incontriamo qualche volta alle macchinette del caffè, ma ci salutiamo e basta. È capitato che una mi chiedesse i preservativi perché li aveva finiti e glieli ho dati… basta».
«Ma non ti piacerebbe creare un gruppo? Per far sentire i vostri diritti, supportarvi?» le chiedo.«Ma no…io mi faccio i cazzi miei e loro si fanno i cazzi loro»

Tania, Albania

Non mi arrendo e anche con Tania, affronto l’argomento amicizia/solidarietà con le altre sex workers.

«Macchè, non me ne frega. Io ho solo un’amica. Con le altre non ci parlo»
«Ma non pensi che potrebbe essere utile formare un gruppo, magari per supportarvi in caso di problemi…» le dico con gli occhi pieni di speranza.«Beh, se ci sono problemi ovvio che ci aiutiamo. Siamo tutte qua».

Patty, Perù

Patty è una meravigliosa trans che ha lasciato la strada per lavorare in maniera autonoma nel suo appartamento.

«Se io non vado in strada è anche perché non posso. Se andassi in strada lavorerei sicuramente. Comunque io non esco tutti giorni come una morta di fame, se esco, esco solo una volta alla settimana, mica come le altre che stanno là tutti i giorni. C’è molta invidia nella strada, ognuna fa i propri interessi. È anche per questo che sto per i fatti miei, lontana dalle mariconas, non sono come la F. che si battibecca con tutte. A me non piace. Ti dico la verità: tutte sono ipocrite, tutte. Davanti sono carine, parlano bene di tutte; poi dietro…te matan (ti ammazzano)! La peggior amica di una peruviana è un’altra peruviana».

Alexsandra, Russia

Conosco Alex al telefono, durante il monitoraggio degli annunci online. Dalle foto sembra giovane. È magra, alta, bionda. Non si vede in faccia. Dice solo di essere russa e di offrire un servizio per uomini educati e di classe. È interessata al progetto, ma qualcosa non le torna:

«Ma andate anche in strada? Io non capisco. Quelle lì sono tutte sfruttate. Quindi dovrei venire in questo posto…mmh. Cos’è? Un ospedale? È sicuro? Perché se vengono quelle lì (le persone che lavorano in strada), non so…non è sicuro. Magari è sporco».


Ogni persona ha una serie di questioni che la attivano emotivamente, che la innervosiscono al punto da farle diventare il volto paonazzo e battere forte il cuore.

La guerra tra sex workers, per me, è una di queste.

Karley Sciortino in “Generazione Slut” la definisce Whorearchy (whore, “prostituta”, e hierarchy “gerarchia”), ovvero:

«la gerarchia (che è emica ed endemica allo stesso tempo) nell’industria del sesso, che rende alcuni lavori più stigmatizzati di altri, e altri più accettabili».[1]


Se volessimo rappresentare il Sex Work e le/i sex workers in una piramide, che va dal meno al più “rispettabile“, alla base troveremo senza ombra di dubbio la prostituzione su strada, seguita dalla prostituzione indoor, e poi a salire le/gli escort, le/gli stripper, l’attrice/attore porno, la mistress/il master, le cam, le linee erotiche, ed infine, in cima alla vetta del rispetto, le/gli sugar baby.

Ma quali sono i criteri secondo i quali si stabilisce chi è più meritevole di rispetto e chi invece lo è di meno, o non lo è per nulla?

Il grado di esposizione/occupazione dello spazio pubblico e la somiglianza/dissomiglianza (o la tipologia di intimità con il/la cliente) alla relazione romantica credo siano alcuni di questi.

Dando per buoni questi indicatori, la prostituzione su strada rappresenta la trasgressione assoluta, in quanto sfida (almeno) due norme che hanno condizionato la sessualità umana (in particolare modo quella femminile) per secoli, schiacciandola e castigandola. Mi riferisco alla relegazione della donna allo spazio privato, “l’angelo del focolare”; e al mito del legame inscindibile tra sesso e amore, dove “fare l’amore” è la massima espressione e coronamento dell’amore romantico, e “fare sesso” un’azione manchevole e colpevole.

Come dice la Serughetti:

«la prostituzione è in ogni tempo e luogo una rottura delle regole di proprietà delle donne».[2]

Per quanto riguarda il secondo criterio, sebbene non si possa generalizzare, nella prostituzione su strada il rapporto tra cliente e prostituta è più veloce, rapido, le prestazioni più “standard” e finalizzate a rispondere ad un desiderio sessuale.

Volendo generalizzare, il cliente della strada non è alla ricerca della messa in scena di una specie di relazione romantica – ovviamente con tutti i benefit della stessa, ma senza nessun inconveniente. Il rapporto tra sugar baby e sugar daddy/mama invece, si basa proprio su questo. Infatti:

«il lavoro da sugar baby è il più accettato visto che è anche quello più vicino al matrimonio per il fatto che imita la monogamia e solitamente prevede lo scambio di beni materiali per denaro contante».[3]

Paradossalmente, seppur il Sex Work sia caratterizzato da uno scambio sessuo-economico, volendo esagerare, sembra che ad essere maggiormente soggetta a stigma sia colei/colui che ha un contatto più diretto e prettamente sessuale. In altre parole, lo stigma è direttamente proporzionale al grado di intimità sessuale. Persino tra sex workers, più fai “solo” sesso, più sei puttana.

La gerarchia poi è alimentata da un altro ordine di sistemi di oppressione e discriminazione, che potremmo spiegare con il paradigma dell’intersezionalità.
Il termine Intersectionality fa la sua comparsa all’interno del black feminism statunitense sul finire degli anni Ottanta, e ad utilizzarlo per la prima volta fu Kimberlé Crenshaw, giurista e attivista statunitense. Immaginiamo un incrocio:

«il traffico […] viene e va in tutte e quattro le direzioni. Così, la discriminazione può scorrere nell’una e nell’altra direzione. E se un incidente accade in corrispondenza di un incrocio, può essere stato causato dalle macchine che viaggiavano in una qualsiasi delle direzioni e, qualche volta, da tutte»[4].

Ogni persona si trova dunque al centro di un incrocio simbolico, ed è dunque attraversata da un numero considerevole di assi identitarie (il genere, l’orientamento sessuale, la religione, la (dis)abilità, la nazionalità, la classe sociale) che interagiscono a molteplici livelli, spesso in modo simultaneo.

Razzismo, sessismo, abilismo, omo-transfobia, xenofobia e tutte le forme di intolleranza non agiscono in modo indipendente e slegato, bensì sono forme di esclusione tra loro interconnesse che agiscono creando un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di molteplici forme di discriminazione.

Così, pur essendo sulla stessa barca, una sex worker donna, bianca, di classe media, godrà di un privilegio di cui una sex worker trans, immigrata e di classe bassa, non gode. In altre parole, entrambe sono soggette allo stigma della puttana, ma per la seconda a questo si aggiungono altre forme di discriminazione.

Ma come la mettiamo per le/i sex workers che lavorano all’interno dello stesso settore? Qui, dove apparentemente non c’è gerarchia, sono possibili forme di solidarietà?

Scendiamo in strada.

Come raccontano le storie di oggi, la solidarietà in strada, soprattutto tra nazionalità diverse, è rara, e lascia piuttosto spazio alla competizione all’ultimo sangue. Sono tanti i fattori che spiegano questa “guerra”.

Prima di tutto occorre ricordare che il lavoro sessuale è un mercato, pertanto è governato dalle leggi che caratterizzano tutte le società capitaliste. Se fino agli anni 80 la strada era il paradiso di quell* che ci lavoravano, l’arrivo della prostituzione straniera prima e la crisi economica (unita ai cambiamenti sociali, culturali e politici) poi, ha sconvolto l’intero mercato, inasprendo la competizione e accentuando le disuguaglianze.

In altre parole, se prima l’offerta bastava e avanzava alla domanda, ora l’offerta è in netto esubero. In un contesto in cui il guadagno di una significa la perdita dell’altra, com’è possibile sperimentare delle forme di unione? La vulnerabilità, la precarietà, e la concorrenza rendono il clima poco adatto a tentativi di organizzazione, soprattutto tra nazionalità diverse.

Inoltre, la prostituzione in strada (e buona parte dell’indoor) è quasi esclusivamente esercitata da persone migranti, e qui si aggiunge un altro dei motivi che spiegano la poca solidarietà. Alcune, sono partite dal proprio paese con un progetto migratorio ben chiaro: fare soldi.
L’intenzione dunque, per molte, non è quella di stabilirsi nel territorio, ma piuttosto quella di guadagnare la maggior cifra nel minor tempo possibile e di tornare nel proprio paese, oppure di migrare – spesso con “l’aiuto” delle organizzazioni criminali – verso altre mete, in un ciclo continuo.
Inoltre, la gran parte delle persone migranti soggiorna illegalmente in Italia, pertanto va da sé che la paura di esporsi e sperimentare, ad esempio, forme di associazionismo sia molto alta.

Ma c’è dell’altro. E quest’altro è caratteristico del Sex Work. Mi riferisco allo stigma.

Com’è collegato lo stigma alla competizione? Ve lo spiego subito.

Anche se come abbiamo visto colpisce con gradi di intensità diversi, lo stigma è universale. Prima o poi tocca tutt*. Lo stigma agisce innescando un meccanismo che porta tutt* le/i sex workers, quasi inevitabilmente, a sentirsi in colpa.

Il senso di colpa e la vergogna ti logorano; e spesso, la soluzione per alleviare questo macigno è tentare con tutte le forze di sentirti superiore alle altre, denigrandole e umiliandole.

«Io non sono come loro» mi disse Anna in tono di sfida, indicando un punto indefinito dall’altro lato della strada. «Quelle già a 15 anni facevano le troie. Io sono libera, se non voglio stare qua non ci vengo».

La colpa e l’emarginazione, che caratterizza soprattutto le storie delle/dei migranti, negano la possibilità di pensarsi come soggetto politico con dei diritti. Perché dovrei unirmi con le altre se non ho nulla per cui lottare, nulla da difendere?

 


Non voglio però concludere queste righe lasciandovi con l’amaro in bocca.

Non sempre lo stigma divide. Sono tante le/i sex workers che in tutto il mondo si sono unite in organizzazioni che chiedono la depenalizzazione del Sex Work e lottano per vedersi garantire quei diritti civili che ogni persona dovrebbe avere.

In Italia, la prima organizzazione fondata dalle prostitute fu il Comitato dei diritti civili delle prostitute; 
In Francia troviamo STRASS e Steel Roses;
In Austria Red Edition; 
In Argentina Ammar;
In India Durbar;
In Spagna Otras;
In Thailandia Empower Foundation;
Nella Repubblica Dominicana Cotravetd
In Nigeria ODWI (Ohotu Diamond Women’s Initiative);
In Olanda PROUD.
E potremo continuare, ma vi voglio lasciare con un’esperienza bolognese appena nata.

Il gruppo delle “Trans peruanas en Bolonia”.

Era estate. Io e V. ci preparavamo ad un’uscita. Avevamo un obiettivo: capire se, tra le sex workers trans, c’era il desiderio e la necessità di incontrarsi periodicamente per condividere difficoltà, idee e gioie. Con nostra grande sorpresa, tutte risposero di sì. Qualche settimana dopo ci fu il primo incontro, e poi molti altri.

Il mio augurio per questo nuovo anno cominciato da poco è che esperienze simili non siano l’eccezione, ma la regola.

Giulia Zollino

 

[4] K. Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex, University of Chicago Legal Forum, 4, 1989

[3] K. Sciortino, op.cit.

[2] G. Serughetti, Uomini che pagano le donne, Ediesse, 2013
[1] K. Sciortino, Generazione slut, Odeya, 2019

 

Storie di Strada 4: le relazioni affettive

Sono una donna, sono una madre, sono una sex worker

Gioia, Perù

Gioia è una trans peruviana. Una delle prime volte che l’ho incontrata mi ha portato con sé nella sua infanzia, vissuta tra le strade di un quartiere di Lima.

«Sono scappata di casa molto presto. Mia mamma però non voleva vedermi per strada, non voleva che scappassi. Per questo mi ha messa a lavorare nel negozio. Facevo tutto: taglio, acconciature, manicure, trucco. Ero brava!».

Nel negozio conosce Christian, un ragazzo più grande di lei. Si innamorano perdutamente, tant’è che decidono di comprare assieme un altro negozio, ma le cose non andarono come sperato.

«È scappato. Un giorno entro nel negozio e non trovo più niente…niente. Si era portato via tutto».

Il ricordo di Christian fa ancora male. Gli occhi sono lucidi, la voce spezzata.

Nicoletta, Romania

Nicoletta ha i capelli biondo platino e porta sempre una lunga coda di cavallo. È dura, diretta. Lei e il suo giubbetto di pelle ne hanno viste tante. Quella sera è particolarmente spenta.

«Sono delusa. Non so, non mi fido più. Non mi fido degli uomini, non mi fido di nessuno».

È sposata da 20 anni ed ha un figlio. Il marito è da poco uscito dal carcere e da quel momento non è più stato lo stesso:

«Non ci parliamo da 4 giorni. È geloso di un tipo che abita davanti a noi, ma non è successo nulla. È un pazzo, cazzo! Ormai non c’è più amore, nemmeno affetto. C’è solo una grande abitudine. È così. Ti giuro che stavo meglio quando stava in carcere. Lui non mi parla? Beh, nemmeno io. Non me ne frega più un cazzo, io voglio stare tranquilla. Non voglio nemmeno trovarne un altro. Perché sopportare un altro se già devo sopportare questo qui? Credimi, non vedo l’ora che arrivi dicembre (andrà in Romania). Passeranno in fretta questi mesi?»

Cristina, Albania

Una delle prime persone di cui mi parlò fu G., il compagno attuale.

«Pensa che lui è stato il mio primo amore quand’ero piccola. Nel frattempo io mi ero spostata con uno che non voglio neanche dire…uno stronzo, violento. Mi ha fatto tanto male, credevo di morire. Poi, a distanza di anni ho incontrato G., e ci siamo innamorati ancora. Adesso viviamo assieme: io, lui e mia figlia (avuta con il marito precedente). Non sa niente di questo lavoro. Io nascondo la borsetta con tutte le mie cose e le scarpe in garage e quando esco gli dico che vado a lavorare in un ristorante».

Joy, Nigeria

Un vulcano pieno di minne e ironia. Questa è Joy.

«Lo sai dov’è Lilian? È andata a Roma. Si è sposata con un bianco, italiano (un ex cliente)
Belle (incinta in Nigerian pidgin) eh. Tra un poco bambino. Mamma mia…»

«E tu?» le chiedo, cogliendo l’occasione per farmi i fattacci suoi.

«Io no sposata. Adesso ho una ragazza. Sono andata a Bari, in Sicilia con la mia ragazza. Abbiamo girato, e poi fiki fiki, coccole».

P.s. Le abbiamo spiegato più volte che Bari non si trova in Sicilia, ma non ci crede.


Le storie di oggi riflettono scene di vita quotidiana, ci portano tra i ricordi di un’adolescenza tumultuosa, e ci fanno appassionare con amori rifioriti ed altri appena nati.

Niente di strano. Banalità assoluta. Eppure tra gli innumerevoli pregiudizi che costellano la vita di un/una lavoratrice/lavoratore del sesso, c’è quello che l* vede protagonist* di una vita stravagante, strana, non ordinaria.

Niente di più falso.

Una/un sex worker fa la spesa, cucina, pulisce casa, e se li ha, sgrida i/le figli/e per l’ennesimo 4 in matematica. Una/un sex worker fa sesso occasionale, ha delle relazioni amorose, combina appuntamenti pessimi su Tinder. Una/un sex worker gode, piange, ride e manda messaggini d’amore.

Una/un sex worker è una persona comune.

Eppure, l’idea che chi lavora nel mondo del sesso non abbia una vita comune è molto diffusa.

È come se una persona che decide di utilizzare il proprio corpo sessuato come mezzo, non possa conservare una sfera privata, intima, nascosta ai più.

La sessualità è plurale, ha varie funzioni e modalità per esprimersi. Una/un lavoratrice /lavoratore sessuale (e non solo) ha la capacità di vivere il sesso in maniera multiforme. È un’abilità che fa parte di tutte quelle skills che sono proprie del lavoro sessuale.

Ciò non significa che durante il rapporto sessuale con un/una cliente il sesso sia sempre peggiore, meccanico, brutale, e che invece nelle vita privata risieda il vero piacere. Può essere così, ma non necessariamente; e l’euforia di T. ce lo dimostra:

«Mmmh…ho appena fatto l’amore con un omone alto alto, con un cazzo gigante. Ay mami, mi son quasi dimenticata che lavoravo!».

Una/un sex worker stabilisce cos’è per l*i intimo e cosa non lo è, decide che cosa custodire per sé e cosa invece rendere pubblico.

Ma è forse diverso da quello che noi tutti facciamo? All’interno di un rapporto – di qualunque genere esso sia – non negoziamo continuamente il nostro spazio personale, la nostra intimità? La definizione di intimità non è forse un fatto squisitamente personale? Mangiare una pizza in pigiama la domenica sera può essere più intimo di un deepthroat?

Vorrei raccontarvi un breve aneddoto, che vede come protagonista un caro amico, che qualche tempo fa incontrò una ragazza su Badoo. Alla prima uscita lei gli raccontò del suo lavoro: faceva la escort. Lui, da studente squattrinato qual era, in preda al panico, abbandonò l’appuntamento – facendo peraltro una figura barbina.

L’idea che una/un sex worker sia sempre in cerca di uomini da spennare trabocca di pregiudizi e stereotipi.

Le relazioni affettive-sessuali che una/un sex worker instaurano con altre persone non sono sempre mediate dai soldi.

Se una lavoratrice del sesso, come in questo caso, si avvicina ad una persona non è obbligatoriamente per attivare uno scambio sessuo-economico.

Potrebbe essere semplicemente interessata a quella persona, potrebbe trovare stuzzicante il modo in cui muove le mani, impazzire per quei ricci color nocciola o voler stringere quei polpacci così definiti (e intanto vi ho svelato i fetish della Zollino). Oltretutto, di storie di amori e passioni nate sul posto di lavoro ne è piena la strada e tutto il mondo del Sex Work.

Le relazioni affettive, e qui mi riferisco all’universo relazionale più in generale, oltre a costituire una fonte di calore e supporto, possono essere però anche causa di stress e sofferenza.

«Mia mamma non mi chiede da dove arrivano i soldi, mia figlia è troppo piccola per chiedere. Forse (la madre) lo sospetta, ma non chiede. Sarebbe difficile per lei»

Mi confida Bianca, un’altra donna rumena.

La famiglia scatena emozioni ambivalenti. Se da un lato c’è la gioia di poter offrire una vita migliore alla propria famiglia di origine, dall’altro, la sofferenza per la lontananza e il senso di colpa sono altrettanto forti. Ma non per tutte.

La storia di Nicoletta- la biondona con la coda di cavallo- è diversa. Lei, circa 10 anni fa, ha deciso assieme al marito che avrebbe lavorato in strada. Durante i primi mesi, lui stava dietro di lei, nascosto dentro la sua macchina, «sai, controllava la situazione, mi proteggeva » dice Nicoletta.

Il 17 dicembre è stata la Giornata Internazionale contro la violenza nei confronti delle e dei sex workers.

La violenza che vive una/un lavoratrice/lavoratore del sesso oggi, in Italia, non è (solo) quella fisica, visibile, intenzionale, che avviene sul posto di lavoro.

La violenza che vive una/un lavoratrice/lavoratore del sesso oggi in Italia è una violenza che è prima di tutto simbolica e istituzionale.

È la violenza di una società che non è pronta ad accettare l’esistenza di una prostituzione non coatta, volontaria e strumentale. È la violenza di un’Italia bigotta e mossa da stereotipi.

Sono tanti i passi da compiere per lottare contro le violenze esercitate nei confronti delle/dei sex workers. Il primo però lo possiamo e dobbiamo fare tutt*. Per natale, facciamoci un regalo: demistifichiamo il lavoro sessuale.

Normalizzare il Sex Work significa normalizzare le vite della lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Chi si dedica ad un qualsiasi tipo di lavoro di tipo sessuale è prima di tutto una persona.

E le storie di strada servono a questo, a rompere gli argini del pregiudizio, per lasciarci travolgere dal fiume in piena del mondo.

Giulia Zollino

Storie di Strada 2- di necessità, lavoro (sessuale)

Alina, Albania

È una donna robusta di mezza età con un viso dolcissimo. La sua storia è piuttosto pesante. Al momento fa due lavori perché, oltre a se stessa, deve mantenere suo figlio, che soffre di una grave patologia.

«Sono stanca, ma devo mettere via i soldi per pagarmi il viaggio per l’Ucraina. Sai, andata e ritorno per due persone costano molto».

Sharon, Nigeria

Sharon è una ragazza molto simpatica. Vive in italia da 3 anni e riesce ad imitare l’accento bergamasco piuttosto bene. Ne ignoriamo la ragione.

“Ho iniziato questo lavoro da poco, luglio. Non mi piace, ma devo pagare l’affitto e l’università alle mie sorelle. Loro vivono in Nigeria e studiano tutte e due. Sai, le tasse costano tanto in Nigeria. Io non ci voglio tornare, voglio stare qui.”

Rosy, Albania

Ve le ricordate il duo invincibile Paola e Chiara? Ecco, Rosy è la mora, Paola. È una donna albanese piena di forza e ironia.

«Come è oggi?» le chiedo.

«Mah, io e Roberta (la bionda, Chiara) non lavoriamo mai cazzo. Perché io e lei non siamo come le altre. Siamo stronze. Non diciamo “Amoreee ciaooo, come sei bello!”. Andiamo dirette: “Bocca figa 50”».

«Ma dai, magari prova ad essere più gentile…» le consiglio.

«Ma vaffanculo. Non siamo fatte per questo lavoro noi. Lo facciamo perché abbiamo bisogno di soldi. Anche le italiane lo fanno sai? Se c’è bisogno, c’è bisogno».

Jennifer, Nigeria 

L. ha una trentina di anni ed è quasi sempre elegantissima. Vive in Italia da molti anni ed ha appena ottenuto il permesso di soggiorno. Di solito è molto allegra, ma oggi è piuttosto triste. 

«Ti devo chiedere una mano» mi dice. «Voglio tornare in Nigeria e aprire qualcosa con i soldi che ho guadagnato qui».

Patty, Perù

La sua storia come lavoratrice sessuale inizia in Argentina. Sentiva di “volere di più”. Ed è qui che rintraccia un vecchio amico travestis che le insegna a putear.

«Affittai una stanza lì vicino e poco a poco imparai a lavorare in strada, a conoscere i clienti. Iniziai a risparmiare soldi per trasformarmi. Poco a poco mi operai..mi feci il naso, il viso, il corpo, tutto praticamente. Però ho bruciato le tappe tappe, incontrato i vizi…perché la calle te enseña todo».

«E ti divertivi?»

«All’inizio mi piaceva sì, perché era qualcosa di nuovo. Ti dico, io venivo dal Perù e vedere tanti ragazzi stupendi qui mi sentivo in paradiso. Mi pizzicavo per vedere se stavo sognando. Quindi all’inizio mi divertivo e poi…diventa più un’abitudine».


Il lavoro sessuale è un mezzo, (quasi) mai un fine. È sempre temporaneo, non definitivo.

Tutt* ci muoviamo in una o più direzioni, abbiamo dei sogni, delle necessità e degli obblighi a cui, ogni giorno, dobbiamo far fronte. E questo è un dato oggettivo, o almeno lo è per la maggior parte della popolazione.
Quello che è soggettivo è il come. Il più delle volte, a meno che non facciamo parte di una ristretta nicchia di privilegiat*, decidiamo come pagare le bollette sulla base delle risorse di cui disponiamo in quel preciso momento storico e di quello che siamo disposti a fare.

Mi spiego meglio. Ancora una volta, partirò da me, dalla mia storia. Non tanto perché mi diverta spifferare i fatti miei, quanto piuttosto perché credo sia più semplice e onesto partire da sé, e anche perché sono una buona e brava femminista (pro-sex, si capisce!)

Prima di iniziare l’università non avevo idea di quello che volevo fare ‘da grande’, non sapevo fare quasi nulla tranne i dolci, quelli sì che mi venivano bene!

Le mie aspirazioni erano piuttosto basse e i miei obiettivi si riducevano a guadagnare qualche centinaia di euro. Così, trovai lavoro in una gelateria di paese, che segnò la mia dipendenza dal gelato al pistacchio e il feticcio delle palette. Non ci avete mai fatto caso? Acciaio brillante, punta piatta e arrotondata e manico scanalato…

Ehm ehm, ma ricomponiamoci.

Dopo un colloquio che aveva più l’aria di essere un interrogatorio poliziesco, iniziai quella che doveva essere la mia settimana di prova: 10-12 ore al giorno, ovviamente non pagate, çà va sans dire.
Finita la settimana di prova, i signori del gelato avevano deciso che in fondo me l’ero meritato: assunta! «Siii, potrò mangiarmi tutti i gelati che voglio!» pensai ingenuamente.

I mesi successivi furono un ripetersi di una serie indimenticabile di ordini:

Stai dritta, sorridi, sii puntuale, se ti chiamo vieni, se mangi paghi, non stare mai ferma, pulisci, intrattieni, straordinari gratis, nascondi i capelli, no orecchini, no bracciali, spersonalizzati.

Ovviamente c’erano anche dei lati positivi, tutto sommato non ero in miniera o a raccogliere pomodori a 2,50 euro l’ora. Di certo però non posso dire di essermi sentita rispettata e considerata, come non posso dire che pulire i pozzetti e sbrinare le carapine fosse il mio grande sogno. Eppure ero lì.

L’università la volevo pagare e gli Spritz all’osteria pure.
In quel momento, a 18 anni, sulla base delle poche risorse che avevo, la gelataia mi era sembrata l’alternativa più convincente.

La mia è una storia piuttosto banale. Sono più che sicura che tutt* voi avrete vissuto (o state vivendo) il “periodo gelateria”, o meglio detto lavoro in cui vi siete sentit* sminuit* e poco apprezzat*.

Ed è in questo contesto di necessità e doveri economici e sociali che si inserisce il lavoro sessuale.


Le persone che decidono di dedicarsi al Sex Work per un periodo più o meno lungo, hanno ben chiari i loro obiettivi, che non sono poi tanto diversi da quelli di qualsiasi altra persona: mantenere se stess* e le famiglie di origine, garantire una vita dignitosa alle proprie figlie e figli, aprire delle attività, pagarsi gli studi, iniziare un processo di trasformazione come nel caso di Patty,  e potrei continuare a lungo.[1]

Il lavoro sessuale diventa quindi un mezzo temporaneo per raggiungere quegli obiettivi. Semplice. Pratico. «Ma gli piace?» potrebbe chiedersi qualcuno. Non lo so, dipende, ma soprattutto non è questo il punto.
«Perché questo e non altro?» potrebbe chiedersi qualcun altro. Dipende. Soldi veloci (non facili) sono sicuramente un’ottima ragione. Ma ancora, non è questo il punto.

Perché chiedersi le ragioni per cui lo fanno o se provano piacere nel farlo se le stesse domande non ce le porremmo per qualsiasi altro mestiere?

«Perché hai deciso di fare la barista?» come suona? Strano, no?

Invece, domandare «perché fai la prostituta?» ci sembra più accettabile, plausibile, quasi scontato. È come se non riuscissimo ad essere razionali quando si parla di prostituzione, e più in generale di lavoro sessuale.

Diventa subito una questione morale. E la morale ci annebbia, non ci fa andare oltre una rappresentazione pietistica, in cui il lavoro sessuale è sempre una scelta subita.

Ci sembra quasi più semplice pensare che siano tutte vittime. Più complesso e faticoso sarebbe spogliarci degli istinti moralistici che non ci permettono di comprendere un fatto tanto semplice quanto rivoluzionario: la strumentalità e la praticità del Sex Work.

In quest’ottica,  il lavoro sessuale diventa un mezzo, una della tante alternative possibili. Ma per comprendere questo aspetto è necessario fare un altro passo avanti: occorre deromanticizzare il lavoro sessuale, e quindi il sesso.

La sessualità ha assunto nel tempo valori e significati che sono andati ben oltre la sua funzione riproduttiva, per diventare un ambito fondamentale in cui si gioca il benessere dell’individuo.

Oggi, sempre più persone parlano di sesso, sfidano tabù, esplorano i “non detti”. E questo è soprattutto un bene — non fraintendetemi — ma, come tutte le cose, presenta della criticità. La popolarizzazione dei discorsi sul sesso potrebbe andare di pari passo con una sua sacralizzazione, e questo, a mio avviso, comporta non pochi problemi.

Il sesso è un’attività piacevole, così come lo è passeggiare al parco la domenica mattina o mangiare il fegato alla veneziana. Il fatto che per alcune persone il sesso costituisca un ambito di primaria importanza in cui esprimersi ed esplorare il proprio (ben)essere, non significa che sia così per tutt*, e soprattutto, la stessa persona può fare sesso con un’intenzione diversa a seconda del contesto.

Il sesso può quindi farsi strumento ed avere una funzione meramente lavorativa.

Lo so, non è semplice. Ma comprendere la pluralità delle funzioni del sesso è il primo passo per andare oltre stereotipi e pregiudizi che avvolgono il lavoro sessuale.

È solo deromaniticizzando e demistificando il sesso che potremo andare oltre la morale e il giudizio. È abbandonando ogni istinto moraleggiante che potremo portare la riflessione ad un altro livello: più razionale, e se vogliamo, più umano.

NB: Queste riflessioni nascono dalla mia particolare esperienza personale e professionale. Pertanto, rappresentano il mio punto di vista e non la verità assoluta, ammesso che esista.

[1] È importante ricordare che trattandosi di un lavoro che investe il corpo e la sessualità, vi sono poi ragioni che hanno più a che fare con l’esplorazione di sé e il superamento dei propri limiti, piuttosto che on la (sola) necessità economica.

Giulia Zollino

Storie di Strada 1: lo stigma della puttana

Stigma, stigma delle mie brame, chi è la più puttana del reame?


Tania, Albania:

T. è una signora “tamugna”, come diremmo a Bologna. Ha dei capelli biondo platino e un occhio finto, motivo per cui onestamente non mi è molto semplice guardarla (sì, sono impressionabile).

«Avevo trovato lavoro come badante per il padre di un mio cliente» mi racconta una sera di gennaio.

«Ma questo qua la notte veniva a bussare perché voleva sesso. Allora io me ne sono andata. Che cazzo pensava?! Non siamo mica in strada dove fai quello che vuoi. Lì è un lavoro e mi devi rispettare».

Gabriela, Albania:

Gabri è una delle mie preferite. Nel corso dei mesi si è sviluppato una certa complicità. Ci guardiamo, ci prendiamo in giro e spesso ci tocchiamo affettuosamente.

Questa sera è molto triste, si nota subito. Mi racconta delle sue storie d’amore passate e di sua figlia.

«Ora» dice «non ho il ragazzo. Chi si metterebbe con me? Nessuna donna normale farebbe questo lavoro. La gente ti insulta, urla. Poi impari a fottertene»

Monica, Egitto 

Monica, è una donna di circa 60 anni. Fa questo mestiere da anni e ci dice sempre che «non è più come una volta».
È una sera di luglio e dopo tanto tempo al incontriamo, al solito posto.

«Sono stata al mio paese per Ramadan. Spero che Allah mi perdoni, che capisca che sto facendo questo lavoro non perché mi piace, ma perché ho bisogno di soldi. Prego sempre Dio. Prego anche per te, per voi. Spero che Allah non mi punisca»

Cinzia, Polonia

Cinzia lavora indoor, pubblica sui siti di incontri e riceve 5-6 giorni al mese. Quando ci sentiamo la prima volta al telefono è stupita dell’esistenza di questo servizio. 

«Ma perché aiutate noi? Io mi chiedo perché c’è questo servizio in aiuto delle donne che scelgono di fare prostituzione. Perché non aiutate gli italiani? La brava gente? Perché?» mi chiede ripetutamente.


Cinzia, Monica, Gabriela e Tania. Quattro donne di età e nazionalità diverse, con storie di vita completamente differenti tra loro; eppure c’è una cosa che le accomuna: lo stigma della puttana.

Su di loro, e molte altre, pesa un senso di colpa ingombrante, che le fa sentire irrimediabilmente colpevoli in terra e persino in cielo.

Si sentono sbagliate, anormali, immorali. Sono convinte che il lavoro sessuale non sia dignitoso e che pertanto la vergogna che sentono dentro di sé sia buona e giusta.

Questo lavoro, la prostituzione su strada per Monica, Gabriela e Tania e quella indoor per Cinzia, non lo amano.

Il lavoro sessuale non è per loro vocazionale e definitivo, è solo un mezzo per guadagnare dei soldi nel minor tempo possibile. Un giorno, probabilmente, lo lasceranno.

Ma il punto non è questo. Il punto non è se gli piace o meno fare le sex worker. La vergogna e il senso di colpa che abita le loro parole non dipende tanto dal fatto che a loro, questo mestiere, non piace.

La vergogna e la colpa nascono dallo stigma interiorizzato della puttana, che accompagna da millenni le lavoratrici sessuali, e più in generale tutte le donne.

Tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo sentite chiamare “puttana”, “zoccola”, “troia”, et similia.

Avevo 14 anni e me lo sono trovato scritto a caratteri cubitali davanti la casa delle vacanze: “GIULIA E VALE (un’amica dell’epoca) ZOCCULE”.
La scritta rimase per svariati anni, intatta, sulla pietra calcarea del centro storico di Gallipoli. 

Se all’inizio mi ferì profondamente, soprattutto per il dispiacere di mio padre – tipico uomo del sud -, negli anni successivi sviluppai una sorta di orgoglio per quella parola. Tant’è che, ad ogni estate, andavo a controllare se c’era ancora e dicevo al mio compagno: «Sono proprio io! Parlano di me».

A marchiarci con quel temine erano state un gruppo di ragazzine di paese, furiose perché in pochi giorni avevamo invaso il loro territorio e rubato i loro uomini (dei ragazzini poco più che 15enni).

Era bastato qualche flirt e un paio di limoni ed eravamo diventate delle zoccole.

Non ero certo una sex worker. Avevo 14 anni e un corpo di bambina. Eppure ero colpevole. Zoccula.

Lo stigma della puttana dunque ha radici più profonde, che vanno al di là del lavoro sessuale.

Ci dicono puttana se abbiamo più partner, se ci piace il sesso o semplicemente ne parliamo. Siamo puttane quando usiamo, esibiamo e godiamo del nostro corpo.

E se alla (presunta) libertà sessuale, aggiungiamo uno scambio sessuo-economico siamo doppiamente puttane. Una donna che vende una prestazione sessuale sfida l’assetto culturale patriarcale che la vede come un essere passivo, preda e mai predatrice, angelo indiscusso del focolare domestico e portatrice di santa fica.

La lavoratrice sessuale incarna la trasgressione, l’amoralità, fa qualcosa che non si dovrebbe fare: usa in modo autonomo il proprio corpo per offrire un servizio sessuale, per giunta a pagamento. La prostituta è un soggetto di piacere e per questo sfugge al controllo patriarcale sul corpo delle donne. E ciò che non si può controllare è terrifico, scatena la paura.

Ma se da un lato la sex worker incarna il male, dall’altro è funzionale al modello familiare etero-patriarcale. La puttana esiste perché c’è la santa e la santa esiste perché c’è la puttana. Ecco il paradosso di una frangia del pensiero abolizionista: sei una brutta e cattiva puttana, ma sei necessaria. A cosa? A sfogare gli istinti naturali del maschio alfa latino e a far sì che lo stesso maschio continui a pensare che, certe cose, la sua donna non le fa.

Inutile dire quanto questa visione porti con sé stereotipi di genere profondamente sbagliati.

Gli uomini non hanno una particolare predisposizione al sesso, non portano dentro nessun animale da saziare con calde scopate. O per lo meno non più delle donne e di qualsiasi altro genere. E la divisione delle donne in sante e puttane, laddove le prime sono le madri-mogli-casalinghe e le seconde quelle che fanno ruotare la borsetta sul ciglio della strada o si spogliano davanti alla webcam, è quanto di più falso possa esserci.

Anzi, se vogliamo dirla tutta, le meno puttane che ho conosciuto sono proprio le lavoratrici sessuali.

Puttana è un mood, uno way of life che presuppone una certa libertà e apertura sessuale, non c’entra nulla con il lavoro sessuale. Si può essere puttana e sex worker? Certo, ma non per forza. 

La parola “puttana” però è duttile, è come un vestito nero: si può usare per qualsiasi situazione. Se facciamo un torto a qualcuno, siamo sgarbate o poco gentili, o se ancora, cambiamo idea troppo facilmente, adeguandoci alle circostanze per puro interesse, restiamo comunque puttane. E se ad essere stronzo, infido, disonesto è un uomo, è un figlio di puttana. 

Siamo tutte possibilmente puttane, persino la povera madre innocente di uno stronzo qualsiasi. 

E tutte, quindi, viviamo lo stigma della puttana. Certo, ci sono vari livelli, gradi ed intensità dello stigma, in una scala che va dalla puttana base alla puttanissima. Ma lo stigma tocca tutte. 

Per questo, la discriminazione e la svalutazione del lavoro sessuale non sono solo un problema delle sex worker. La lotta contro stigma sociale della puttana e la riappropriazione positiva di questo termine è una lotta che riguarda tutte e tutti, nessuno escluso. 


Per concludere vorrei dire una cosa, anzi due.

A tutte le donne:
se vi chiamano puttana non vi vergognate, anzi, sorridete e ringraziate. Spiegategli che il corpo è vostro e la sessualità pure.

A Cinzia, Monica, Gabriela, Tania e tutte le lavoratrici sessuali:
se vi chiamano puttane, voi ricordatevi sempre che prima di tutto siete delle lavoratrici e che meritate rispetto. E poi ringraziate, spiegategli che del vostro corpo fate ciò che vi pare e che la sessualità è solo vostra. 

P.s. Mi scuso se ho usato un linguaggio poco inclusivo, ma questa è una questione di genere.

Giulia Zollino