Non finito erotico: Minimalismo sexy per l’immaginazione

Guardare la sessualità con la lente dell’arte non è un modo di decifrarla, più che altro un’opportunità per interpretarla. È questo quello che vorrei offrirvi oggi, parlandovi di “minimalismo erotico” e del perché si sposa così bene con l’erotismo.

Ne vedrete a centinaia sul vostro feed, alcune le avrete pure salvate sul cellulare, magari condivise, persino dedicate: sono le illustrazioni “minimal” che tanto vanno di tendenza sui social e, dunque, tra tutti i creators di contenuti creativi.
In particolar modo esistono migliaia di account di artisti erotici che hanno adottato questo linguaggio sintetico, fatto di poche linee e tanta malizia. 

Minimal, dicevamo, sì.
Il Minimalismo, però, ha una storia poco più vecchia e più ampia rispetto a questi disegni. Eppure non è sbagliato associarli a esso, poiché di questo sposano alcuni concetti.


Minimalismo Storico vs. Minimalismo Erotico

la camera di valentina
Hatra I. 1967, Frank Stella

Vi prometto che non andrò per le lunghe, per non annoiarvi: farò un piccolo accenno a ciò che è il Minimalismo per inquadrare e collocare meglio le parole che leggerete.
Erede del Costruttivismo, la “Minimal Art” nasce negli Stati Uniti intorno la metà degli anni Sessanta. Una giovinetta, tutto sommato (motivo per il quale, in quanto stile – e in quanto filosofia, addirittura – è ancora tanto in voga e si estende in tutti gli ambiti del nostro senso estetico).

Esattamente come tutta l’arte nella storia, anche il Minimalismo nacque in risposta e reazione e, nel suo caso, si trattò di contrapporsi all’Espressionismo Astratto, ovvero: alle forme e ai colori decodificabili secondo un codice soggettivo e intimo, i minimalisti preferirono la sintesi delle geometrie.

“Strutture Primarie”, la mostra che si tenne nel 1966 a New York, consacrò il battesimo di questo movimento artistico e il nome ne rivela il principale interesse: le strutture “primarie” sono quelle delle geometrie semplici.
Avviene dunque questa drastica semplificazione delle forme e dei colori; più che una ricerca espressiva e appariscente, i minimalisti ricercarono – e ricercano, tutt’oggi – la forza emotiva (sembrano freddini, e invece si appassionano pure loro!) nelle componenti strutturali e percettive; semplificazione, struttura, percezione

la camera di valentina
Monumento per V. Tatlin, 1966-69, D.Favlin

Queste tre parole chiave, in particolare l’ultima, sono quelle che l’attuale trend di illustrazioni zozzette su Instagram hanno ereditato in maniera diretta, permettendo loro di essere inserite correttamente in questa definizione artistica.  

La percezione gioca un ruolo essenziale nell’illustrazione erotica e il minimalismo vince su tutto perché non esplicita nulla di quello che ritrae. È per questo che account come Petites Luxures hanno tanta popolarità: con due linee viene descritta una scena sessuale, senza esplicitare quei dettagli che la rendono tanto pornografica. 

In un certo senso, questo è anche un modo di eludere furbescamente i cari “standard della community” (i quali ancora non si è capito quale community tutelino davvero); un continuo riciclo di “vedo, non vedo”, dove il “vedere” si traduce in “immagino, non immagino”. 

la camera di valentina
Introspection, Petites Luxures

Ed è proprio dall’immaginazione che voglio lanciarmi per raccontarvi un’eredità ancora più lontana, più intrinseca, negli sketches che tanto ci fanno fremere.


Il “non finito” michelangiolesco e il suo moderno sex appeal

Ci stai prendendo per il culo, cosa diamine c’entra adesso Michelangelo se hai parlato finora di anni Sessanta, Stati Uniti e via discorrendo?
Niente panico, non voglio farvi impazzire. Il discorso è semplice, anche se serve un altro spiegone: cos’è il “non finito” di Michelangelo?

Tra il 1520 e il 1534 Michelangelo ha scolpito una serie di sculture denominate “Prigioni”, “prigionieri” o “schiavi”. Le avrete sicuramente viste, nell’Internet o dal vivo; sono proprio quelle che racchiudono in loro il concetto del “non finito”. I motivi per i quali questi corpi di marmo non sono del tutto liberi dal loro blocco – missione di tutta una vita del genio rinascimentale – sono molteplici, dai problemi di salute alle zuffe per le commissioni.

Ma, dato che parliamo di un genio, nulla è lasciato al caso: infatti Michelangelo, grazie a queste opere non concluse, ha lasciato appositamente in eredità uno strumento che nessun potente scalpello per manipolare la materia può eguagliare: l’immaginazione.
Questo “non finito”, tanto lontano dalla perfezione quanto lo è l’uomo dalla divinità, è una chiave che dall’artista passa all’osservatore per permettere di continuare e concludere l’opera, a seconda di ciò che il proprio gusto e il proprio cervello dicono. Un continuum immaginifico, utile a dare all’opera sempre una vita nuova.

Più avanti, nell’Ottocento, furono gli impressionisti ad abbracciare questa idea: la loro reazione alla fotografia sfociò in una sorta di “non finito” quando i confini entro i loro quadri iniziarono a farsi sempre più scontornati, come dentro un sogno: chiunque osservasse i loro paesaggi, poteva iniziare a trovarne uno diverso ogni volta, specchio di quello interiore.

L’immaginazione, dunque, resta una delle ultime eredità del grande Maestro del Rinascimento ed è quella l’ingrediente segreto per queste illustrazioni che di segreto hanno ben poco.
la camera di valentina
I Prigioni, Michelangelo

Il bisogno dell’immaginazione nell’era iper-pornografica 

Un’amica e follower di LCDV, una volta, mandandomi alcuni screenshot di un’illustratrice erotica di questa “scuola”, mi confessò che quelle immagini la eccitavano più di una scena porno.

Il perché funzionino così bene possiamo ipotizzarlo per più motivi.

Tanto per cominciare, l’immaginazione è liberatoria: Se un disegno ti accenna un incipit, hai pieno potere sulla narrazione totale della scena;
un abbozzo significa anche “discrezione”: il tuo pudore non è né urtato né scioccato da un’immagine esplicita. Dunque non incombe un senso di disagio qualora tu non sia particolarmente apert* e abituat* a visioni del genere. Infine, la curiosità: tanto più qualcosa non è perfettamente definita o dettagliata, tanto più sei indotto/a ad osservala più a lungo

Tutto ciò ci parla di noi e di come viviamo la sessualità, sia come argomento comune sia come percorso interiore. Non è paradossale che un’illustrazione monocromatica – proprio come il Minimalismo prevede -, senza suoni né animazioni, possa essere più eccitante di un porno?
Forse siamo sopraffatt* o assuefatt* , ma oggi, come ieri, l’esigenza dell’immaginazione è ritornata prepotente.

Gli artisti, inoltre, dovranno pur difendersi in qualche modo: paradosso vuole che i social siano, al tempo stesso, la vetrina conoscitiva e divulgativa più veloce ed efficace e il pozzo di oscurità e dannazione più profondo dentro il quale dimenarsi per risalire dopo il primo, inspiegato, passo falso. Censura, oscurantismo, segnalazioni, ban, sono all’ordine del giorno per chi crea e divulga contenuti creativi. 

Se l’arte può servire per scardinare tabù sulla sessualità, allora i social lo impediranno. Gli stessi social dove Questa viene condivisa, però.

Poche linee e pochi colori, qualche didascalia e nessun volume sono gli ingredienti per queste illustrazioni erotiche a prova di ban (forse): alcune accompagnate da didascalie divertenti, altre ancora da titoli bizzarri; ci sono illustrazioni a tema BDSM o altre totalmente romantiche e sentimentali, ma la scuola è quella.

Ancora oggi l’arte ci fa da testimone. Perciò non è un mistero se, anche nei più nuovi mezzi di diffusione ci sono radici profondissime di un passato apparentemente lontano.

Il gioco della percezione del Minimalismo, del non finito rinascimentale, funzionano ancora oggi con i nuovi linguaggi dell’arte visiva; si sposano benissimo con la percezione della sessualità che mostriamo pubblicamente e, soprattutto, intimamente.

Quanti segreti, in mezzo alle linee, eh? 


Account che apprezzo (instagram):
Petites Luxures
Crochetcaché
Frédréric Forest
nuen-eroticart
eroticasanova

Ne conosci altr*? Lascia un commento! 

 

 

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L’erotismo in Félicien Rops: francamente pornografico

la camera di valentina
Félicien

Félicien Rops appartenne al movimento dei simbolisti nell’arte, ma in maniera bizzarra: non andava poi così per il sottile, nelle sue opere. Ve lo voglio raccontare perché è incredibilmente attuale nel modo di affrontare la pornografia e il sesso.

Come sapete non mi interessa spiaccicarvi solo nozioni biografiche né ho la presunzione di potervene somministrare di didattiche, perciò eccovi una carrellata veloce di dati essenziali:
Félicien Rops nasce nel 1833 e muore nel 1898; pittore e incisore belga, ereditò da Daumier la passione per le caricature satiriche e infatti collaborò come litografo in diverse riviste, “Le Crocodile”, per citarne una. Lavorò stabilmente a Parigi dove fondò la “Societé Internationale des Aquafortistes” (l’acquaforte è una tecnica di incisione).

Rops fu un simbolista altamente scorretto, volgare oltremodo. Ma fu proprio il suo accento satirico-satanico a caratterizzare il suo lavoro e a distinguerlo dagli altri simbolisti.

autoritratto satanico, 1860

Prima, però, di inoltrarci su Rops è giusto che vi apra una finestra su quell’affascinante e libidinoso movimento che è stato il Simbolismo: genitore dell’Art Nouveau, pur essendo vicino alle rivoluzioni artistiche effettuate dall’Impressionismo e dal Divisionismo, si contrappose marcatamente a queste, poiché mentre il primo trovava una via di fuga dalla fotografia e il secondo invece ci si tuffava dentro con interesse scientifico, il Simbolismo puntava a rappresentare l’immateriale tramite la materia; mentre quindi da una parte si allargava e prendeva piede il materialismo positivistico e quella fascinazione per la macchina tecnologica che avrebbe preso il sopravvento per tutti gli anni ’20 e ’30, i simbolisti – artisti e letterati – desideravano andare oltre la sola restituzione ottica dei fenomeni sensibili.

Il Romanticismo già attuava questa ricerca, ma con quella malinconia e nostalgia del passato che non necessariamente interessava a questa “arte ideista” che invece prendeva pieghe a volte inquietanti, a volte beate.

Soggetti a tema etico e religioso sono presenti tramite l’allegoria, compagna fedele del simbolista; soggetti storici, mitologici e leggendari e soprattutto Lei, la famigerata Femme Fatale, la donna angelo, la donna diavolo: è questo il periodo dove fioccano le Salomé, le Cleopatra, le Eva, le Dalida, le Giuditta, le Pandora, le Elena, le Medea, le Medusa e le sirene.

Ed è con le mani nelle loro mani che voglio condurvi a Rops che a differenza di molti altri simbolisti abbandonò il sogno e l’evasione per immergersi nella realtà con il coraggio che forse solo gli espressionisti fecero dopo di lui.

Félicien Rops fu un artista boccaccesco. Mentre tutti i simbolisti usufruirono delle allegorie per dare un qualche insegnamento morale che tendesse ai grandi valori del passato, lui approfittò di questa simbologia non per viaggiare indietro nel tempo, bensì per sbattere la realtà dell’oggi in tutta la sua verità, scomoda e un po’ sgradevole. Mutò, insomma, una caratteristica della simbologia in ironia, fondendo una nuova identità di allegoria: la satira. Che cos’è, d’altronde, se non un simbolo, un qualcosa che rimanda a qualcos’altro?

Questo lo rese – e lo rende tutt’ora – un simbolista sui generis: tutti, da Odilon Redon in pittura a Paul Verlaine in poesia, evadevano. Lui no, lui restava.

L’altra caratteristica che lo distinse e lo attualizza è l’uso della pornografia. L’erotismo e la sessualità sono sempre stati presenti nel Simbolismo, essendo due sfere dell’intimo e del mistero che mantennero il loro fascino sull’intangibile, ma la schiettezza con la quale Rops trattò l’argomento non ha eguali.

L’unico accenno più allegorico se lo permise con Lei, la Donna, ma in maniera decisamente “ropsiana”.

Tutte le donne precedentemente citate avevano, in quanto fatali, la grande mansione di ricordare a cosa l’uomo andasse incontro incombendo nelle loro tentazioni. Rops subì il fascino di questa tema fintantoché potesse traslarlo ai suoi giorni; la donna fatale non era un archetipo, ma una sua coetanea e così doveva rappresentarla.

Pornokrates, 1896

In quest’ottica “Pornokrates”, 1896 si colloca in un esperimento rivoluzionario per quei tempi preceduto, in bellezza e denuncia, solo da “Olympia” di Manet. La composizione dice “allegoria” a prima vista, ma quale? Una donna bendata è guidata da un maiale, lei sfoggia i suoi accessori da ricca altolocata mentre cammina su una passerella di marmo sotto la quale, scolpite in un bassorilievo, sono rappresentate le vecchie arti.

La pornocrazia non è un concetto inventato da Rops, ma è la definizione che gli antichi greci diedero al potere attuato dalle prostitute sui politici, usando il loro sex appeal, per raggiungere uno scopo personale.
Il simbolista Rops prende quindi il tema della lussuria e del potere sessuale femminile non per farne un monito, ma una denuncia attuale: il nudo infatti non è “antico” né scarno, ma arricchito dagli accessori di una moda incastonata in un’epoca, inconfondibile.

Pornokrates sfuma il contorno della simbologia allegorica per darle un tono satirico e quindi di denuncia. Il corpo della donna rimanda a qualcos’altro, ma diventa estremamente più familiare, meno astratto; reale, dunque ancora più difficile da digerire, più oltraggioso, una critica impossibile da ignorare.

Con la Pornocrate si concretizza quell’allegoria di stampo satirico, politico e sociale che solo con Olympia, un’altra prostituta, è stata possibile. Questa dissolutezza era accettabile nella Classicità, con nudi rappresentanti vecchi déi, baccanali e compagnia bella; così diventa talmente tagliente che i feriti non possono che gridare allo scandalo. E scandalo fu.

Da una parte Félicien Rops rivoluziona la rappresentazione femminile dandole semplicemente contesto: una donna forse è cattiva, sì, ma rimane una donna, senza astrazioni; la pornografia non deve essere pretesto per raccontare dell’altro, ma basta a se stessa per raccontarsi, perché nella carne c’è anche lo spirito e non è sempre detto sia santo. In questo senso questo acquafortista è “francamente pornografico”, come lo definì la storica d’arte Edith Hoffmann. Non un artista facile, certamente.

Egli fu estremamente democratico nell’attenzionare il pudore di tutti, indistintamente: uomini e donne non importa, Rops li ha denudati nella maniera più spietata.

Nelle sue illustrazioni per “Les cents légers croquis sans prétension pour réjouir les hônnetes” (i cento bozzetti leggeri senza pretesa per intrattenere gli onesti e niente, io mi fermerei qui) del 1878-81, e anche per “Les Sataniques” del 1882, ci sono delle esplicite scene di sesso che non lasciano spazio all’immaginazione.

Croquis, La canzone del cherubino
Le Sataniche, Il Calvario, 1882

In questo caso, però, la contemporaneità è lasciata alle spalle in favore di una mitografia atemporale: uomini nudi, donne semivestite come delle divinità antiche intenti a raccontare le gioie e le trappole del sesso.

Qui Rops ha deciso di rappresentare una pornografia “onesta”, fine a se stessa, valida come lo sono tutt’oggi gli affreschi di Pompei; un’onestà eterna e scandalosa, poiché libera nella sua naturalezza: non esiste un’epoca che possa rinchiudere questa natura, nonostante la censura, dall’antichità agli attuali standard della community.

La reputazione libertina e anticlericale fece di Félicien Rops un dio minore del simbolismo, eppure oggi gli dedico volentieri un altare. Il suo genio è stato quello di non tralasciare e ignorare il carattere fortemente evocativo del Simbolismo, applicandolo però al suo contesto sociale e velandolo quindi di un’ironia che non era comunemente diffusa, in quel movimento artistico e letterario.

Ciò che ha provato a fare è stato quello di propinare delle allegorie che però, piuttosto di guardare alle spalle della storia, reggessero dritto lo sguardo sul presente.

Le sue donne, poi, sono tra le allegorie più vicine che abbiamo e di sicuro anche più coraggiose: cattive, sensuali, complete. E nude.  

Chissà cosa farebbe oggi Rops, avendo instagram, se si trovasse a dover coprire i capezzoli della sua “Tentazione di Sant’Antonio”… oggi più che alla fine dell’Ottocento, rischierebbe il ban!

La Tentazione di Sant’Antonio,1878

Bibiliografia:
“Rops et Manet: Pornocratès au prisme d’Olympia”, Denis Laureux
“Félicien Rops – Auguste Rodin anatomie d’un rencontre”, Denis Laureux
L’Universale dell’Arte, le garzantine

Vieni? – Catania Porn Fest: un diario (pt.1)

Da 24 al 26 maggio 2019 ha avuto luogo il primo festival porno in Sicilia: “Vieni? – Catania Porn Film Fest”, al Teatro Coppola, è stata una sorpresa per tutt*.

Chi milita, per passione e/o per professione, nell’ambito dell’erotismo e della pornografia lo sa: questi festival di cinema porno indipendente, performance teatrali e incontri sono tappe obbligatorie per scoprire nuove cose e scoprirsi (sia interiormente, sia esteriormente).

L’esperienza catanese di “Vieni?” ha stupito tutt*, lasciandoci senza parole: semplicemente, l’evento che non ci aspettavamo e di cui non sapevamo di averne bisogno.

“Film inediti o dimenticati, segni anatomici, letteratura genitale, erotografie, performance interrotte: per liberarsi finalmente dalla memoria periferica che, incessante, ci ricorda che dove c’era il più antico e nobile cinema porno catanese, adesso vendono cheeseburger.”

Così recita un estratto dalle informazioni sulla pagina facebook di “Vieni?”. Cosa è stato, quindi, questo festival inedito per questa Isola?

24 maggio, giorno 1: di cazzi mosci, viaggi in camper e vecchi cinema a luci rosse

Dal primo giorno si denota come la pornografia sia stata e sempre sarà una sfera estranea alla realtà, in quanto esiliata da essa, ma che sempre potrà narrarne un’alternativa che possa, oltre ogni indignazione e ogni scandalo, creare una vera inclusione.

Valentina Nappi, madrina del festival, apre le danze con un video sul cosiddetto “soft cock massage”; ovvero massaggio fatto intorno e sul pene senza erezione. Con tre nudi intenti a mugolare e a darsi piacere quasi vicendevolmente, sono stati scardinati temi e stereotipi riguardanti la mascolinità tossica e quanto questa incida, senza alcun profitto personale, sulla vita di un individuo: infatti lo scopo di una pratica come questa è quello di donare piacere intenso e orgasmico non solo tramite una stimolazione attiva e “virile”, ma anche con il coinvolgimento di tutto il corpo in un contesto di rilassamento e “resa” che non sempre è scontato sia accettabile per un uomo etero, il quale deve rientrare necessariamente entro standard “giusti” e da “vero uomo”.

In poche parole: un orgasmo maschile può scaturire anche senza erezione; un uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale, può lasciare il ruolo di membro attivo – in tutti i sensi – e abbandonarsi anche lui all’altro, può ricevere; non esiste davvero la vergogna per “il cazzo moscio” in quanto un’erezione non definisce la mascolinità: credere fermamente in concetti simili significa aderire a un’idea di mascolinità dannosa e, peraltro, retrograda.

Dopo una pausa sigaretta o birretta, c’è stata la proiezione di “Cumper – The Erotic Family”, di Rosario Gallardo, 2019, con Regina Vertebra, Lady Attila e Manfredi: una storia onestamente porno di una famiglia decisamente non tradizionale in viaggio verso Roma, ma soprattutto verso le nostre fantasie erotiche; un camper come dimora di squirting, cam sex, risate e pasta che bolle in pentola tra un rapporto e un altro. Non solo un film divertente, ma anche una dichiarazione di “pornoguerrilla”, come hanno spiegato Regina e Rosario dopo la proiezione: il ritratto del desiderio sessuale come atto politico, estetico e sociale; una presa di consapevolezza di sé, di ciò che si ama fare nel momento in cui lo si fa, senza necessità di giustificazioni.

Il fatto di ideare un film porno con soggetti non convenzionali rende l’atto sessuale un atto sociale in quanto pubblico e quindi politico. Una dichiarazione di positività e inclusione sessuale su quattro ruote, insomma. Sperando che inizi a viaggiare per non fermarsi più.

La Camera Di Valentina
Collettivo Gallardo subito dopo la proiezione

Alle 21:00 una performance dal nome “Sorella Molesta”, di Mario La Monaca e Santi Costanzo: una proiezione di estratti di film montati e sovrapposti in loop mentre sul palco Costanzo suonava la chitarra, in estemporanea. Il risultato è una sperimentazione noise che, nel contesto porno, si sposa perfettamente. Non è facile farsi piacere un’esibizione del genere, infatti ammetto di aver ceduto, ma gli esperimenti noise non nascono per piacere e c’è da ammettere che l’effetto disturbante e molesto – appunto – acquisisce una dimensione coerente se associata a immagini porno, le quali sono fatte anche per colpire allo stomaco. La colonna sonora che non ti aspetti per un film che non immaginavi.

Il reading di Guido Celli con brani tratti da “M’ha detto Rachele” e “Desiderio. Excerpta” è stato l’equivalente della quiete dopo la tempesta. Una quiete contraddittoria, però, poiché carica di erotismo e malinconia, per questo irrequieta, pronta a viaggiare dalla voce di Guido Celli ai nostri cervelli e regalarci fotogrammi, parola per parola, di passioni disperate, corpi che si consumano a vicenda e di questa Rachele che adesso tutt* amiamo e sogniamo di avere conosciuto, almeno una volta, pur per poco tempo.

La Camera Di Valentina
Guido Celli durante il reading

Ultima proiezione della serata il docu-film “Mignon” di Massimo Alì Mohammad, 2013. La storia della “chiesa dal cuore porno” di Ferrara: un ex edificio ecclesiastico diventato il primo cinema a luci rosse della città. Nel documentario scorrono le testimonianze e i pensieri di Michele e Nello Poletti, di Franco Talamini e dei tanti protagonisti che animano questo posto ancora oggi. Non solo una storia di un cinema di provincia, come ha definito Mohammad nel video che ha inviato al Festival in sostituzione della sua presenza fisica, nella quale viene raccolto e raccontato un campionario di umanità libera e commovente, ma anche tra gli ultimi superstiti di un cinema che rendeva il porno un’esperienza comune, comunitaria e inclusiva, dove chi era ignorato ed escluso dalla società trovava, nella discrezione del buio della saletta con i film in pellicola, un posto dove appartenere senza giudizi.

Per la prima sera e le seguenti, a contorno degli eventi che si susseguono, due costanti gustose e inaspettate: l’aperitivo offerto da Rocket From The Kitchen e l’installazione audio-visiva “YouBorn – La Petit Mort” di Roberta Castorina e Sebastiano Sicurezza: il primo golosissimo – ché la libidine passa anche dal palato e non può mancare -, la seconda sorprendente: entrare in quella saletta e restare in mezzo a Roberta e Sebastiano mentre scorrono immagini porno-endoscopiche (avete letto bene), tenendosi per mano mentre alla fine si arriva a una “piccola morte” che poi è l’orgasmo. Non so quale fosse lo scopo, io sono scoppiata a ridere uscendo dalla saletta, vi dico solo questo.

25 maggio, giorno 2: dimmi di Ossì, BDSM da ridere e piogge d’oro*
*non ho avuto modo di seguire tutta la giornata, purtroppo. Troverete di seguito, quindi, testimonianze e riflessioni di ciò che ho potuto vedere.

Valentina Nappi apre di nuovo la giornata con un altro, piacevolmente sconvolgente, video anti-mascolinità tossica: la masturbazione anale per lui.

Fortunatamente siamo tutt*, indistintamente, possessori di un culo, dunque è ovvio che questi tutorial offerti dalla Nappi siano alla portata di chiunque voglia provare. Ma il fatto che i protagonisti fossero uomini apre uno spaccato proprio là dove fa più male: la sempre famigerata virilità. La Nappi accenna che molti, tra i suoi colleghi, hanno ancora difficoltà a concepire l’idea sia della masturbazione sia del rapporto anale senza che sentano minata la loro eterosessualità o la loro mascolinità, non c’è da sorprendersi se ciò avviene anche fuori da un contesto pornografico.

I tutorial quindi su come masturbarsi, in quanto uomo, con una stimolazione anale svela il meraviglioso mondo del piacere che scinde e prescinde l’orientamento sessuale, l’identità di genere e qualunque cosa possa definirci in un modo rispetto un altro.

La Camera Di Valentina
Valentina Nappi (in nero) durante la visione del tutorial.

La presentazione di “Ossì – Fanzine Erotica” con Leda Gheriglio e Alice Scornajenghi, ideatrice della fanzine. “Ossì” racchiude musica, letteratura e fotografia in poche pagine graficamente accattivanti e dal buonissimo odore. 

In ogni numero, un racconto zozzo da mondi che speriamo esistano davvero e le foto sexy scattate da qualcuno che vorresti ti conoscesse.

retro-copertina di “Ossì”

L’esperimento magico di questa fanzine è quello di nascere sul web, comunicare ed espandersi tramite quello promuovendo, però, il giornaletto porno par excellence. Significa quindi fruire di qualcosa di vecchio nel più nuovo dei modi; la dimostrazione che l’eccitazione non conosce vecchiaia.

La Camera Di Valentina
Leda Gheriglio e Alice Scornajenghi presentano “Ossì”

Dalle 22:00 in poi due performance della sex worker e attivista francese Marianne Chargois che non solo ha stupito e lasciato tutt* a bocca aperta, ma in più ha fatto scaturire una valanga di domande come mai, prima della sua presenza, sono fioccate.

La prima performance dal titolo “Golden Flux” racconta del suo lavoro con determinati clienti che vogliono da lei una cura particolare, una sorta di routine condivisa di bisogni primari, mangiare e bere con lei, da lei e su di lei: i suoi clienti la pagano per liberarsi da ruoli preimpostati e per lasciarsi andare a delle cure anche animalesche, ma spontanee, senza costrizioni. Mentre sullo schermo scorre il video che mostra e spiega queste dinamiche, sul palco la Chargois prepara una vaschetta di ghiaccio secco che inizia a fumare sul tavolo.

La fine del video mostra la “golden shower”, la pioggia di pipì – uno dei servizi offerti, il più importante, il più significativo – e mentre tutto verte alla fine, Marianne Chargois sale sul tavolo, si spoglia e sulle note di “money money money” degli ABBA, ricoperta solo di glitter dorato, comincia a pisciare sopra la vaschetta di ghiaccio secco che, ovviamente, alza una fumata bianchissima che si riversa sul pavimento.

Ovazione totale.
Il silenzio che permeava la sala un secondo prima viene completamente frantumato, sul volto della Chargois si allarga un sorriso e si allontana dal palco. La fierezza e la sicurezza con cui ha portato avanti questa prima performance e che proseguirà anche per la seconda sono state le caratteristiche incantevoli che hanno fatto da collante a un’esibizione già di suo eccezionale per non essere guardata.

La seconda performance “The Sewers Of Heterosexuality” è la più politica e infatti, come ha spiegato lei nel lungo intervento fatto alla fine, anche la più discussa: attraverso pratiche come il fisting, la “pubblica” cacca – sì, esatto – e il bdsm Marianne Chargois permette ai clienti che si rivolgono a lei di liberarli, per una sessione, proprio dalla stessa mascolinità tossica di cui abbiamo già parlato e che è diventata un po’ il filo rosso di tutto il festival.

Sono pratiche estreme, a volte crude e sconvolgenti ma liberatorie. Come ha spiegato dopo, alcuni clienti vanno da lei perché sanno che solo in quell’ambiente da lei creato possono liberare le loro fantasie, queste erotizzazioni che altrove sarebbero solo esiliate.

Marianne Chargois è un’attivista sex worker, ha lavorato anche a un documentario dove sono raccolte testimonianze di lavoratori e lavoratrici che come lei pagano le tasse ma che sono privi di ogni tutela.

Il lavoro di sex worker è estramente discusso, criticato e messo in discussione ma necessario, checché se ne dica. I e le sex worker creano uno spazio davvero libero che in moltissimi, puntualmente, cercano. È una totale ingiustizia che ancora non sia un ruolo riconosciuto non solo in Francia, ma in tutto il mondo. Queste performance e questo incontro sono serviti per ribadire ulteriormente questo concetto e per affrontare tematiche che altrimenti non avrebbero la visibilità che meriterebbero.

La Camera Di Valentina
Marianne Chargois verso la fine della seconda performance.

La pornosettimana catanese prima del festival è stata condita da tre mostre importanti, che è stato possibile visitare per tutto il periodo del festival stesso: “Viadelporno”, “Membra/o” e “Eroto-mani”: la prima mostra era una collettiva fotografica di artisti quali: CINQUENOVECINQUE, Luca Donnini, Anita Dadà, Luca Mata, Ricky Karuso, Aisha Kandisha & Voodoo Doll, FKN’R; la seconda mostra di illustratori a cura dell’associazione Avaja, edizione della fanzine a cura di Sartoria Editoriale di Roberta Normanno e Marco Magiò. Artisti in mostra: Francesco Balsamo, Giovanna Brogna Sonnino, canecapovolto, Laura Cantale, Simone Caruso, Rita Casdia, Irene Catania, Alice Grassi, Gianluca Normanno, Maurizio Pometti; la terza invece è una personale di Lydia Giordano.

Finisce qui il riassuntone – il più breve possibile, giuro – delle prime due giornate di “Vieni? – Catania Porn Fest”.

Primi due giorni pieni di spunti di riflessioni, possibilità di mettersi in discussione e confronto con mondi apparentemente lontani ma che invece possono fare parte di noi.

Non è facile ritrovarsi in un “safe space” dove per una volta si può parlare e visionare di tutto spogliandosi innanzitutto spiritualmente delle abitudini a giudicare male qualunque cosa sia o diversa da noi o magari già presente in noi, ma rifiutata.

Sono stati giorni di risate, bocche aperte dallo stupore, sconvolgimenti, poesia, letteratura, cinematografia e arte; di quella verità sempre nuda che viaggia per il mondo e che forse, proprio perché senza veli, siamo più propensi a ignorare, in imbarazzo. Stavolta è venuta a scuoterci le spalle e a dire che, tutto sommato, non è poi così male stare al sole come mammà ci ha fatti, anche perché così siamo davvero senza differenze rilevanti. 

Restate qui in attesa del resoconto dell’ultima giornata scritto da una ospite veramente speciale, senza la quale non avrei potuto concludere questo reportage di una delle esperienze più belle per LCDV

a Venerdì!