Vieni? – Catania Porn Fest: un diario (pt.1)

Da 24 al 26 maggio 2019 ha avuto luogo il primo festival porno in Sicilia: “Vieni? – Catania Porn Film Fest”, al Teatro Coppola, è stata una sorpresa per tutt*.

Chi milita, per passione e/o per professione, nell’ambito dell’erotismo e della pornografia lo sa: questi festival di cinema porno indipendente, performance teatrali e incontri sono tappe obbligatorie per scoprire nuove cose e scoprirsi (sia interiormente, sia esteriormente).

L’esperienza catanese di “Vieni?” ha stupito tutt*, lasciandoci senza parole: semplicemente, l’evento che non ci aspettavamo e di cui non sapevamo di averne bisogno.

“Film inediti o dimenticati, segni anatomici, letteratura genitale, erotografie, performance interrotte: per liberarsi finalmente dalla memoria periferica che, incessante, ci ricorda che dove c’era il più antico e nobile cinema porno catanese, adesso vendono cheeseburger.”

Così recita un estratto dalle informazioni sulla pagina facebook di “Vieni?”. Cosa è stato, quindi, questo festival inedito per questa Isola?

24 maggio, giorno 1: di cazzi mosci, viaggi in camper e vecchi cinema a luci rosse

Dal primo giorno si denota come la pornografia sia stata e sempre sarà una sfera estranea alla realtà, in quanto esiliata da essa, ma che sempre potrà narrarne un’alternativa che possa, oltre ogni indignazione e ogni scandalo, creare una vera inclusione.

Valentina Nappi, madrina del festival, apre le danze con un video sul cosiddetto “soft cock massage”; ovvero massaggio fatto intorno e sul pene senza erezione. Con tre nudi intenti a mugolare e a darsi piacere quasi vicendevolmente, sono stati scardinati temi e stereotipi riguardanti la mascolinità tossica e quanto questa incida, senza alcun profitto personale, sulla vita di un individuo: infatti lo scopo di una pratica come questa è quello di donare piacere intenso e orgasmico non solo tramite una stimolazione attiva e “virile”, ma anche con il coinvolgimento di tutto il corpo in un contesto di rilassamento e “resa” che non sempre è scontato sia accettabile per un uomo etero, il quale deve rientrare necessariamente entro standard “giusti” e da “vero uomo”.

In poche parole: un orgasmo maschile può scaturire anche senza erezione; un uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale, può lasciare il ruolo di membro attivo – in tutti i sensi – e abbandonarsi anche lui all’altro, può ricevere; non esiste davvero la vergogna per “il cazzo moscio” in quanto un’erezione non definisce la mascolinità: credere fermamente in concetti simili significa aderire a un’idea di mascolinità dannosa e, peraltro, retrograda.

Dopo una pausa sigaretta o birretta, c’è stata la proiezione di “Cumper – The Erotic Family”, di Rosario Gallardo, 2019, con Regina Vertebra, Lady Attila e Manfredi: una storia onestamente porno di una famiglia decisamente non tradizionale in viaggio verso Roma, ma soprattutto verso le nostre fantasie erotiche; un camper come dimora di squirting, cam sex, risate e pasta che bolle in pentola tra un rapporto e un altro. Non solo un film divertente, ma anche una dichiarazione di “pornoguerrilla”, come hanno spiegato Regina e Rosario dopo la proiezione: il ritratto del desiderio sessuale come atto politico, estetico e sociale; una presa di consapevolezza di sé, di ciò che si ama fare nel momento in cui lo si fa, senza necessità di giustificazioni.

Il fatto di ideare un film porno con soggetti non convenzionali rende l’atto sessuale un atto sociale in quanto pubblico e quindi politico. Una dichiarazione di positività e inclusione sessuale su quattro ruote, insomma. Sperando che inizi a viaggiare per non fermarsi più.

La Camera Di Valentina
Collettivo Gallardo subito dopo la proiezione

Alle 21:00 una performance dal nome “Sorella Molesta”, di Mario La Monaca e Santi Costanzo: una proiezione di estratti di film montati e sovrapposti in loop mentre sul palco Costanzo suonava la chitarra, in estemporanea. Il risultato è una sperimentazione noise che, nel contesto porno, si sposa perfettamente. Non è facile farsi piacere un’esibizione del genere, infatti ammetto di aver ceduto, ma gli esperimenti noise non nascono per piacere e c’è da ammettere che l’effetto disturbante e molesto – appunto – acquisisce una dimensione coerente se associata a immagini porno, le quali sono fatte anche per colpire allo stomaco. La colonna sonora che non ti aspetti per un film che non immaginavi.

Il reading di Guido Celli con brani tratti da “M’ha detto Rachele” e “Desiderio. Excerpta” è stato l’equivalente della quiete dopo la tempesta. Una quiete contraddittoria, però, poiché carica di erotismo e malinconia, per questo irrequieta, pronta a viaggiare dalla voce di Guido Celli ai nostri cervelli e regalarci fotogrammi, parola per parola, di passioni disperate, corpi che si consumano a vicenda e di questa Rachele che adesso tutt* amiamo e sogniamo di avere conosciuto, almeno una volta, pur per poco tempo.

La Camera Di Valentina
Guido Celli durante il reading

Ultima proiezione della serata il docu-film “Mignon” di Massimo Alì Mohammad, 2013. La storia della “chiesa dal cuore porno” di Ferrara: un ex edificio ecclesiastico diventato il primo cinema a luci rosse della città. Nel documentario scorrono le testimonianze e i pensieri di Michele e Nello Poletti, di Franco Talamini e dei tanti protagonisti che animano questo posto ancora oggi. Non solo una storia di un cinema di provincia, come ha definito Mohammad nel video che ha inviato al Festival in sostituzione della sua presenza fisica, nella quale viene raccolto e raccontato un campionario di umanità libera e commovente, ma anche tra gli ultimi superstiti di un cinema che rendeva il porno un’esperienza comune, comunitaria e inclusiva, dove chi era ignorato ed escluso dalla società trovava, nella discrezione del buio della saletta con i film in pellicola, un posto dove appartenere senza giudizi.

Per la prima sera e le seguenti, a contorno degli eventi che si susseguono, due costanti gustose e inaspettate: l’aperitivo offerto da Rocket From The Kitchen e l’installazione audio-visiva “YouBorn – La Petit Mort” di Roberta Castorina e Sebastiano Sicurezza: il primo golosissimo – ché la libidine passa anche dal palato e non può mancare -, la seconda sorprendente: entrare in quella saletta e restare in mezzo a Roberta e Sebastiano mentre scorrono immagini porno-endoscopiche (avete letto bene), tenendosi per mano mentre alla fine si arriva a una “piccola morte” che poi è l’orgasmo. Non so quale fosse lo scopo, io sono scoppiata a ridere uscendo dalla saletta, vi dico solo questo.

25 maggio, giorno 2: dimmi di Ossì, BDSM da ridere e piogge d’oro*
*non ho avuto modo di seguire tutta la giornata, purtroppo. Troverete di seguito, quindi, testimonianze e riflessioni di ciò che ho potuto vedere.

Valentina Nappi apre di nuovo la giornata con un altro, piacevolmente sconvolgente, video anti-mascolinità tossica: la masturbazione anale per lui.

Fortunatamente siamo tutt*, indistintamente, possessori di un culo, dunque è ovvio che questi tutorial offerti dalla Nappi siano alla portata di chiunque voglia provare. Ma il fatto che i protagonisti fossero uomini apre uno spaccato proprio là dove fa più male: la sempre famigerata virilità. La Nappi accenna che molti, tra i suoi colleghi, hanno ancora difficoltà a concepire l’idea sia della masturbazione sia del rapporto anale senza che sentano minata la loro eterosessualità o la loro mascolinità, non c’è da sorprendersi se ciò avviene anche fuori da un contesto pornografico.

I tutorial quindi su come masturbarsi, in quanto uomo, con una stimolazione anale svela il meraviglioso mondo del piacere che scinde e prescinde l’orientamento sessuale, l’identità di genere e qualunque cosa possa definirci in un modo rispetto un altro.

La Camera Di Valentina
Valentina Nappi (in nero) durante la visione del tutorial.

La presentazione di “Ossì – Fanzine Erotica” con Leda Gheriglio e Alice Scornajenghi, ideatrice della fanzine. “Ossì” racchiude musica, letteratura e fotografia in poche pagine graficamente accattivanti e dal buonissimo odore. 

In ogni numero, un racconto zozzo da mondi che speriamo esistano davvero e le foto sexy scattate da qualcuno che vorresti ti conoscesse.

retro-copertina di “Ossì”

L’esperimento magico di questa fanzine è quello di nascere sul web, comunicare ed espandersi tramite quello promuovendo, però, il giornaletto porno par excellence. Significa quindi fruire di qualcosa di vecchio nel più nuovo dei modi; la dimostrazione che l’eccitazione non conosce vecchiaia.

La Camera Di Valentina
Leda Gheriglio e Alice Scornajenghi presentano “Ossì”

Dalle 22:00 in poi due performance della sex worker e attivista francese Marianne Chargois che non solo ha stupito e lasciato tutt* a bocca aperta, ma in più ha fatto scaturire una valanga di domande come mai, prima della sua presenza, sono fioccate.

La prima performance dal titolo “Golden Flux” racconta del suo lavoro con determinati clienti che vogliono da lei una cura particolare, una sorta di routine condivisa di bisogni primari, mangiare e bere con lei, da lei e su di lei: i suoi clienti la pagano per liberarsi da ruoli preimpostati e per lasciarsi andare a delle cure anche animalesche, ma spontanee, senza costrizioni. Mentre sullo schermo scorre il video che mostra e spiega queste dinamiche, sul palco la Chargois prepara una vaschetta di ghiaccio secco che inizia a fumare sul tavolo.

La fine del video mostra la “golden shower”, la pioggia di pipì – uno dei servizi offerti, il più importante, il più significativo – e mentre tutto verte alla fine, Marianne Chargois sale sul tavolo, si spoglia e sulle note di “money money money” degli ABBA, ricoperta solo di glitter dorato, comincia a pisciare sopra la vaschetta di ghiaccio secco che, ovviamente, alza una fumata bianchissima che si riversa sul pavimento.

Ovazione totale.
Il silenzio che permeava la sala un secondo prima viene completamente frantumato, sul volto della Chargois si allarga un sorriso e si allontana dal palco. La fierezza e la sicurezza con cui ha portato avanti questa prima performance e che proseguirà anche per la seconda sono state le caratteristiche incantevoli che hanno fatto da collante a un’esibizione già di suo eccezionale per non essere guardata.

La seconda performance “The Sewers Of Heterosexuality” è la più politica e infatti, come ha spiegato lei nel lungo intervento fatto alla fine, anche la più discussa: attraverso pratiche come il fisting, la “pubblica” cacca – sì, esatto – e il bdsm Marianne Chargois permette ai clienti che si rivolgono a lei di liberarli, per una sessione, proprio dalla stessa mascolinità tossica di cui abbiamo già parlato e che è diventata un po’ il filo rosso di tutto il festival.

Sono pratiche estreme, a volte crude e sconvolgenti ma liberatorie. Come ha spiegato dopo, alcuni clienti vanno da lei perché sanno che solo in quell’ambiente da lei creato possono liberare le loro fantasie, queste erotizzazioni che altrove sarebbero solo esiliate.

Marianne Chargois è un’attivista sex worker, ha lavorato anche a un documentario dove sono raccolte testimonianze di lavoratori e lavoratrici che come lei pagano le tasse ma che sono privi di ogni tutela.

Il lavoro di sex worker è estramente discusso, criticato e messo in discussione ma necessario, checché se ne dica. I e le sex worker creano uno spazio davvero libero che in moltissimi, puntualmente, cercano. È una totale ingiustizia che ancora non sia un ruolo riconosciuto non solo in Francia, ma in tutto il mondo. Queste performance e questo incontro sono serviti per ribadire ulteriormente questo concetto e per affrontare tematiche che altrimenti non avrebbero la visibilità che meriterebbero.

La Camera Di Valentina
Marianne Chargois verso la fine della seconda performance.

La pornosettimana catanese prima del festival è stata condita da tre mostre importanti, che è stato possibile visitare per tutto il periodo del festival stesso: “Viadelporno”, “Membra/o” e “Eroto-mani”: la prima mostra era una collettiva fotografica di artisti quali: CINQUENOVECINQUE, Luca Donnini, Anita Dadà, Luca Mata, Ricky Karuso, Aisha Kandisha & Voodoo Doll, FKN’R; la seconda mostra di illustratori a cura dell’associazione Avaja, edizione della fanzine a cura di Sartoria Editoriale di Roberta Normanno e Marco Magiò. Artisti in mostra: Francesco Balsamo, Giovanna Brogna Sonnino, canecapovolto, Laura Cantale, Simone Caruso, Rita Casdia, Irene Catania, Alice Grassi, Gianluca Normanno, Maurizio Pometti; la terza invece è una personale di Lydia Giordano.

Finisce qui il riassuntone – il più breve possibile, giuro – delle prime due giornate di “Vieni? – Catania Porn Fest”.

Primi due giorni pieni di spunti di riflessioni, possibilità di mettersi in discussione e confronto con mondi apparentemente lontani ma che invece possono fare parte di noi.

Non è facile ritrovarsi in un “safe space” dove per una volta si può parlare e visionare di tutto spogliandosi innanzitutto spiritualmente delle abitudini a giudicare male qualunque cosa sia o diversa da noi o magari già presente in noi, ma rifiutata.

Sono stati giorni di risate, bocche aperte dallo stupore, sconvolgimenti, poesia, letteratura, cinematografia e arte; di quella verità sempre nuda che viaggia per il mondo e che forse, proprio perché senza veli, siamo più propensi a ignorare, in imbarazzo. Stavolta è venuta a scuoterci le spalle e a dire che, tutto sommato, non è poi così male stare al sole come mammà ci ha fatti, anche perché così siamo davvero senza differenze rilevanti. 

Restate qui in attesa del resoconto dell’ultima giornata scritto da una ospite veramente speciale, senza la quale non avrei potuto concludere questo reportage di una delle esperienze più belle per LCDV

a Venerdì!

 

In Bed With Valentina n°2 – Hayley Quentin

Oggi a letto con Valentina c’è una pittrice sorprendente, che ha conquistato il mio cuore con il suo lavoro eccezionale ed emozionante: Hayley Quentin, pittrice americana. Accomodatevi a letto – c’è spazio per tutti – e scoprite cosa ci siamo dette.

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La prima cosa che mi ha colpito quando ho visto il tuo lavoro è che tutti i tuoi ritratti sono maschili. Non è una cosa molto comune: come mai hai deciso di ritrarre solo uomini?

Ho iniziato a dipingere ragazzi quando ero studentessa alla Otis College di Arte e Design, ma io ho sempre amato il corpo umano e ricordo che fin da piccola, non avendo tanti esempi culturali o artistici di donne che dipingevano uomini mi sono sentita sempre strana nel desiderio di volerlo fare. In qualche modo ho dovuto accettare che questo fosse il mio personale e poetico punto di vista sul mondo e ho preso confidenza con tutto il piacere che traevo dipingendo questi soggetti. Studiare Belle Arti mi ha chiarito le idee su come volevo che la mia arte fosse e mi ha dato gli strumenti tecnici, pittorici e persino linguistici per arrivare precisamente alla mio scopo. Semplicemente, amo guardare gli uomini, vedere la loro bellezza, ricreare il piacere di guardarli attraverso il piacere nel dipingerli, forse addirittura unire i due, e moltiplicarli ancora tramite il piacere che l’osservatore ha nel guardare i dipinti.

Le figure nei tuoi dipinti hanno infatti una forza che sembra comunicare con l’osservatore. Gli uomini ritratti li conosci già o sono estranei? Come scegli i tuoi modelli?

Solitamente sono persone che conosco, alcune meglio di altre. Quando conosci qualcuno, diversamente dall’assumere un modello, c’è una relazione, pur piccola. Il grado di conoscenza con il ragazzo influenza l’agio suo e il mio; quanto possa essere scomoda la posa – anche se a me piace che le pose siano un po’ scomode -. Comunque, crescendo ed evolvendomi in quanto artista potrei cambiare il mio approccio, nel tempo.

Che significato hanno i colori che scegli di utilizzare?

Uso tantissimi colori posti non convenzionalmente, sebbene siano tutti colori che esistono davvero nella pelle o nel corpo. Inoltre i colori di William Turner mi influenzano tantissimo: i suoi lavori sono pieni di rossi e blu (e pochi verdi) che risuonano in me profondamente. Molto del mio lavoro per selezionare il colore è arduo, perché il processo non va di pari passo con il linguaggio: uso i colori intuitivamente. C’è qualcosa che sento nel corpo che mi guida nella scelta del colore. Mentre dipingo scelgo per istinto, per impulso. Utilizzo il colore per porre l’attenzione e per sessualizzare parti del corpo. Il colore è interconnesso con il soggetto, con la scelta del modello. Uso i colori strategicamente, voluttuosamente, per sedurre l’osservatore e indurlo a soffermarsi su ogni pezzo.

Qual è il processo dall’ideazione alla creazione di un dipinto?
Il concepimento di un corpo di lavoro può venire da diverse fonti: un pensiero prima di dormire, una linea di un libro; vedere qualcosa che stimola un altro punto di vista che è già presente nella mia testa; non è solo una fonte. Una volta che ho un’idea, ci penso su, capita anche qualche annotazione, finché non si rafforza in qualcosa di più solido. Lavoro dalle fotografie ed è un processo importantissimo per me: faccio molte foto in ogni sessione di posa e poi passo molto tempo rimuginando sulle foto prima di iniziare a dipingere. Amo questa sorta di rimozione della vera persona: favorisce un senso di attesa che io voglio tradurre nel pezzo finale. Per il processo di pittura, inizia tutto quando stendo la tela sul pannello per sostenere il peso dei colori ad olio che utilizzo. Questo è un lavoro intenso ma fondamentale per raggiungere la superficie che voglio per dipingere .
Ogni dipinto inizia con un disegno base. Uso un pennello colorato di blu per disegnare ogni pezzo (anche se i materiali sono cambiati, negli anni); poi creo una pittura di base con il blu ultramarino per catturare i limiti del pezzo e una volta asciugato vado di colore locale. I primi tempi facevo una smaltatura tradizionale, poi sono passata alla tecnica “alla prima”, qualche volta applico entrambe: mi piace utilizzare due tecniche apparentemente opposte. Mentre lavoro mi piace “ascoltare” ogni parte e intervenire dove è necessario. Una volta che il dipinto mi dà la sensazione che voglio (che è una cosa d’istinto), cerco di non ritornarci più.
La bellezza e l’eleganza del tuo lavoro rappresentano un’alternativa al personaggio maschile, cioè una liberamente fuori dalla cosiddetta “mascolinità tossica”. La carica erotica dei corpi maschili nei tuoi dipinti è uguale a quelli femminili, ma è inusuale vedere gli uomini ritratti in questa maniera, come una nuova narrazione della bellezza umana. Questo punto di vista ti appartiene?
Assolutamente sì. Quando ero più piccola non vedevo rappresentazioni del desiderio femminile tanto spesso, sia nella cultura pop sia nella storia dell’arte. Pensavo fossi strana io nel voler dipingere gli uomini. Prima ho scritto che frequentare le Belle Arti mi ha permesso di accettare ciò che desideravo: i miei pezzi sono un’esplorazione di ciò che significa essere una donna non in quanto soggetto dell’opera, ma in quanto creatrice. Ciò significa che da un creatore differente vengono fuori visioni di uomini differenti.
Da quali artisti trai ispirazione?
Per fare una lunga ma breve lista: Elizabeth Peyton, William Turner, Jenny Saville, Marlene Dumas, Nicole Wittenberg, Daisy Patton, Doron Langberg, Kris Knight, Claire Tabouret, Cecily Brown, Mark Tansey, Paul Mpagi Sepuya, Jen Mann, Maja Ruznic, Anthony Cudahy, Kaye Donachie; be’ potrei andare avanti chilometri.
A Febbraio 2019 hai avuto la tua esposizione personale “Myth”, da Ro2 Art. Quale è stato il concept di questa esposizione?
Ho lavorato sull’idea che la pittura è un’elaborazione del mito della profondità, volevo creare un mondo contenuto di piacere e artificio, dipingere questa illusione attraverso i colori eccessivamente saturati, con una giustapposizione piatta e una pittura di realismo scrupoloso e con cambi di sottigliezza e applicazione del pennello. Presi da soli, ogni elemento o rappresentazione della serie potevano essere credibili, anche per un momento. Era importante porre insieme questi opposti in un modo equilibrato sul filo del rasoio pur restando contemporaneamente seducente e invitante.
L’arte è sempre stata la tua passione?
Sempre e inequivocabilmente sì. Ho sempre disegnato, fin da quando ho memoria. Amavo osservare le persone e i corpi e scoprire come le facce cambiavano in determinate angolazioni; come potevo vedere le vene sotto la pelle. Sono stata fortunata nell’aver ricevuto sostegno per la mia creatività e di aver potuto frequentare dei corsi d’arte, lezioni di disegno incluse.
Come scegli i titoli per i tuoi pezzi e qual è la relazione con ciò che vediamo?
Un titolo non è la sintesi del pezzo, ma può essere una finestra su delle informazioni a riguardo, un riferimento il quale può dare un altro velo di significato che il lavoro prende. Per esempio per la mia serie “Love Is A Wild Computer” consiste in dipinti immersi di rosa, rossi e di mani che si toccano, timidamente. La combinazione con le parole quasi ha senso, ma non del tutto: il senso d’amore si annulla davanti all’intrusione della fredda, goffa parola “computer”. I quadri di questa serie provocano un senso di attesa e desiderio, con i corpi maschili come vascelli. Sembra un insieme di cose strane, ma quando combinate significano più di una sintesi delle parti.
Attualmente sto lavorando a una nuova serie intitolata “Intrinsic, Wicked“. Questo insieme è scuro, di malumore, con blu profondi e arancioni acquosi. Le parole sono state estrapolate dal libro di Richard O. Prum “The Evolution of Beauty” riguardo la selezione sessuale (precedentemente ho letto “Descent Of Man” di Darwin). Sono veramente dentro questo tema della bellezza come importante passo dell’evoluzione che però è anche contemporaneamente arbitraria. I pezzi di questa serie sono piccoli, come delle gemme e la loro oscurità può essere definita come “wicked” (cattiva), sebbene il contesto della parola viene da una nozione riguardo la selezione sessuale nell’evoluzione.
Quali sono i progetti futuri progetti che puoi svelarci?
Sto lavorando per rilasciare una stampa firmata e limitata, quest’anno. Condividerò la data sul mio profilo instagram e sul sito.

In Bed With Valentina n°2 – Hayley Quentin

Today In Bed With Valentina there’s an amazing painter who win my heart with her exquisite and moving works: Hayley Quentin. Just take a seat in bed – there’s room for everyone – and look at what we talked about.

ENGLISH VERSION

What struck me when I first saw your work is the fact that all your subjects are male. This is not very common; why do you choose to paint men?

I first started painting men while I was a student at Otis College of Art and Design, however I have always loved the human body, and have many memories being a young person drawing the figure. Without many cultural or artistic examples of women painting men I really felt strange when I was a young person that I wanted to paint men. In a way I had to accept that this was my own poetic view of the world and I had to become comfortable with how much I took pleasure in painting this subject. Studying Fine Arts gave me a clearer vision of what I wanted my art practice to be like, and gave me the technical, painterly and even linguistic tools to accurately convey my ideas. Simply, I like to look at men, see their beauty, recreate the pleasure of looking with the pleasure of painting, perhaps conflate the two, and then multiply this yet again when the viewer takes pleasure in looking at the paintings.

The figures in your paintings have an emotional force that seems to communicate with the viewer. Are your subjects men you already know, or strangers? How do you choose your models?

Generally, my subjects are people I know, some better than others. When you know someone, as opposed to hiring a model, there is a relationship there, however small. My degree of relationship with the person influences how comfortable he is, how comfortable I am, how awkward he will be when I pose him – however, I like the poses being a little awkward. However, as I grow and evolve as an artist over time, I may change my approach.

What is the significance of your color choices?
I use a lot of unconventional color placement in my figures, although really they’re all colors that are found in skin or in bodies. I’m also very influenced by the colors of JMW Turner. His work uses a lot of reds and blues (and very little green) that resonates with me deeply. Much of my color choice is difficult to articulate, because my process of choosing colors works without language; I use color intuitively. There is something that I sense within the body that helps guide my color choices. I choose instinctually, impulsively, as I paint. I use color to bring attention to and sexualize, parts of the body. The way I use color is so intertwined with my subject matter, with choosing to paint men. I use color very strategically, lushly, decadently, to entice my viewer, to have their eyes linger on each piece.
What is your process from conception to completion of the final work?
The conception of a body of work can come from many sources: a thought just before falling asleep, a line of text from a book, seeing something in the world that stimulates another point of reference that is already in my mind… There is no one source for me. Once I have an idea I ruminate over it, sometimes jotting a few words in a notebook, until it builds into something more solid. I work from photographs, and this is very important for my process. I take many photos from each modelling session, and then spend a long time ruminating over the photos before beginning a painting. I like this sense of removal from the real person. It fosters a sense of longing that I want to translate into the final pieces.
As for the painting process, it all begins when I stretch my canvases over panel to support the oil ground I use. This is a labor intensive process but very important to achieve the painting surface I want.
Each painting then starts with an underdrawing. I use a blue colored pencil to create the underdrawing for each piece (though the material and color has changed over the years). Next I create an underpainting in ultramarine blue to capture the values of the piece. I begin to use local color after the underpainting has fully dried. Over the years I have moved from traditional glazing to alla prima techniques – sometimes using both together. I enjoy utilizing seemingly opposite painterly approaches. As I’m working I really try to “listen” to each piece, and go where it needs to go. Once a painting is giving me the feeling I want (which is difficult to articulate, it is more of an instinct) I try not to work past that point.
The beauty and elegance of your work represents an alternative male character, one that is freely outside of so-called “toxic-masculinity”. The erotic depictions of the male bodies in your work is equal to the female ones. It’s unusual to see men represented this way, like a new narration of human beauty. Is this point of view important for you?
Definitely. When I was a young artist I didn’t see representations of female desire very often, whether in pop culture or art history. I thought I was strange for wanting to paint men. I mentioned before that attending art school allowed me to accept what I wanted to paint. My pieces are an exploration of what it means to be a woman and not be the subject, but to be the creator. And so from an unconventional creator comes a different kind of man depicted.
Which artists inspire you?
To make a long list very short: Elizabeth Peyton, JMW Turner, Jenny Saville, Marlene Dumas, Nicole Wittenberg, Daisy Patton, Doron Langberg, Kris Knight, Claire Tabouret, Cecily Brown, Mark Tansey, Paul Mpagi Sepuya, Jen Mann, Maja Ruznic, Anthony Cudahy, Kaye Donachie, I mean I really could go on and on.
In February 2019, you had your solo exhibition “Myth” at Ro2 Art. What was the concept for this exhibition?
Working from the concept that painting is an elaborate Myth of depth, I wanted to create a self-contained world of pleasure and artifice. I wanted to depict this illusion through overly saturated colors, through flatness juxtaposed against painstaking realism, and through changes in thickness and application of the paint. Taken on their own, each element or representation in the series could be believable, if only for a moment. It was important to bring together these opposites in a way that is balanced on a knife-edge yet simultaneously enticing and inviting.
Has art always been your passion?
Always and unequivocally yes. I was always drawing, as young as I can remember. I loved looking at people and bodies and how faces looked at certain angles; how I could see the veins under skin. I was very lucky to have my creativity fostered and to be able to take art classes, including figure drawing, when I was young.
How do you choose the titles for your pieces and what is the relationship with what we see?
A title isn’t a summation of the piece, but it can be a window into an aspect, or a reference which will give another layer of meaning to the work Take, for example, my series titled “Love Is A Wild Computer”. This series consists of paintings bathed in pinks, reds, and blushing, touching hands. The combination of words in the title almost makes sense but not quite. The sense of love is immediately quashed by the intrusion of the clunky, cold word, “computer”. The paintings in this series elicit a sense of longing and desire, with the male body as the vessel. It is a combination of things that seem to be strange, but when combined mean more than the sum of their parts.
I’m currently working on a new series of work titled “Intrinsic, Wicked”. This body of work is dark, moody, with deep blues and watery oranges. The words were plucked from Richard O. Prum’s book “The Evolution of Beauty” about sexual selection (as originally explored in Darwin’s “Descent of Man”). I’m very drawn to the aspect of beauty as an important part of evolution, that is simultaneously entirely arbitrary. The pieces in this series are small and gemlike, and their darkness could be described as wicked, though the context of the word “wicked” comes from an archaic, reactionary response to the notion of sexual selection in evolution.
What are your future projects that you can share?
I’ve been working towards releasing a signed, limited edition print, to be released this year. I’ll share the release date when available on my Instagram and website.

L’Erotismo in Edvard Munch: l’adolescente

Alle porte dell’enorme crisi sociale, morale e politica causata dalle due guerre verso la quale l’umanità stava volgendo, l’Espressionismo iniziò a serpeggiare come esigenza comunicativa nelle arti figurative. Edvard Munch aprì le danze – insieme con altri due grandi maestri rivoluzionari, Ensor e Van Gogh -, ma oggi non parleremo tanto di questo aspetto, quanto di come la ferocia e l’angoscia dell’Espressionismo può, per mano dell’artista, trasfigurare il sesso.

la camera di valentina
Autoritratto con sigaretta,1895

Simbolista imprevedibile, Edvard Munch fu un grande interprete delle paure più nascoste nel cuore dell’uomo e dei pericoli sulle quali esse accendevano l’allarme, in anticipo sui temi che avrebbero incorniciato il Novecento nell’arte. L’eros è un tema fortissimo, apripista di un binomio eros-thanatos che avrebbe accompagnato i futuri artisti. Perché è così irresistibile?

 
Possiamo sentirci vicini a Munch, accostarci alle sue opere come se fossero nostre, perché lui, come nessuno prima e dopo, ha posto sulla tela quell’ansia, quel timore adolescenziale che i primi tremori sessuali causano, salendo dalla schiena fino alla testa. La scoperta del sesso e del terrore che a questo legano vita e morte; l’attrazione per la donna che è ancora la caverna del mistero degli Antichi e accenna al nuovo mito demoniaco della femme fatale dell’Art Nouveau; l’Urlo, sì, dell’uomo che scopre se stesso attraverso la carne e impotente e succube cede ai propri desideri, quando una società intorno inizia a stringere la morsa su moralità e senso del pudore.

La prima tentazione carnale è un tema ricorrente in tutto il simbolismo: molti sono gli artisti che per reagire a questi impulsi li trascendono in ambientazioni fiabesche e mistiche – Odilon Redon, per fare un nome -, come una dimensione estatica dalla quale passare, senza il dolore della vita terrena. Munch non può evitare la vita terrena, che va verso una realtà di ferocia e alienazione; non vive, dunque, il sesso alla stessa maniera: il senso tragico della vita lo circonda, gli stimoli intellettuali da Kierkegaard, passando per Ibsen fino a Nietzsche lasciano il segno per quella che diventerà la poetica del pittore e incisore norvegese.

Così succede, tragicamente, a tutti noi quando siamo adolescenti: non possiamo più vivere dentro una fiaba. Qualcosa dentro di noi ci spinge verso il basso e più ci insegnano che quel basso è un posto da evitare, troppo sporco per la gente per bene, più viviamo con conflitto la strada dal basso ventre al cervello. Munch non dimentica l’essere adolescente: non vive dentro un idillio dove tutto è romantico e soave; scoprire il legame primitivo con l’energia cosmica sessuale non ha gli stessi risvolti vitali di Paul Gaugin (maestro alla lontana): tutta la società verte sulla paura e lui non ne è esente.

Il suo spiritualismo simbolista si traduce, graficamente, con una linea fluida ma carnosa e un uso del colore acceso e violento per rappresentare, tra altri soggetti, anche composizioni erotiche non troppo velate. La mostra a Berlino del 1892 fece talmente scalpore, ripudio e scandalo che a seguito di questa coloro che sostennero Munch portarono poi alla Secessione Berlinese e alla fondazione del gruppo artistico Die Brücke (“Il Ponte”) che avrebbe unito la fine dell’Ottocento con le Avanguardie.
 
Gelosia, angoscia, tristezza, solitudine: sentimenti comuni a tutti. Se legati alla sessualità, ne viene fuori il ritratto dell’adolescenza perché è quello il periodo dove tutto trema, man mano che l’esperienza la fa da padrona nulla di tutti questi resta ingestibile, ma ciò che Munch ha voluto immortalare nelle sue opere è proprio il senso di impotenza dell’uomo impreparato davanti se stesso.

la camera di valentina
Pubertà,1895

Nel 1895 infatti, dipinge “Pubertà“, il manifesto in immagine di ciò che è stato detto precedentemente: una bambina sul letto, sguardo angosciato, mano che copre il pube e un’ombra minacciosa dietro di lei. Sul corpo della donna, dove ogni cosa è tabùmestruazioni, masturbazione, piacere sessuale – non può che incombere orrorifica questa macchia nera dalla parete. L’intuizione di Munch sta nel fatto che quell’ombra appartiene alla bambina stessa, la quale diventa quindi profetessa inconsapevole delle sue battaglie.
La donna resta, come in passato, un grande tema da affrontare: non più la bellezza preraffaellita lasciata alle spalle, ma la Salomé incubo di Nietzsche e Beardsley.
 

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Il Vampiro, 1895

Munch non si sottrae a questa distorsione fascinosa e sempre nel 1895 dipinge “Vampiro“, iconico al pari de “L’Urlo“. Dagli aneddoti di Munch stesso in realtà si racconta che l’intenzione non era quella di ritrarre per davvero un’aggressione soffocante, un amore troppo vorace, ma un abbraccio sentito e passionale. A voi la preferenza, quindi, della visione, ciò che però fece Munch fu di associare l’immagine di donna- capelli rossi- creatura maligna che da lì in poi sarebbe diventata molto comune, molto pop, diremmo. Infatti, da Munch, a Klimt, fino a Jessica Rabbit, la donna rossa è la Femme Fatale par excellence.

Negli stessi anni ritrae “Madonna“, l’altare blasfemo devoto al corpo che si abbandona: la donna emaciata e pallida si snoda dal basso verso l’alto, un braccio alzato e uno dietro, una cascata di capelli neri a incorniciarle le spalle e i seni e un’aureola rosso sangue. La cornice, elemento particolare di questo quadro che non sempre si trova tra i risultati google, è decorata da spermatozoi: quale monito peggiore di questo a chi consuma e si lascia consumare dal sesso? Se non fa paura questo, cos’altro?

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Madonna, 1895

Certo son rischi del mestiere di uomo: la sessualità è vitale, ma rischiosa; l’amore prima di completarci, ci disintegra; i nodi nei quali prende forma hanno parole diverse, vite diverse: in “Gelosia” una donna infuocata, seminuda e con evidenti sembianze di una vulva, apre le braccia a uno spasimante che le sta andando incontro mentre in primo piano, dritto verso di noi, un altro ci guarda con gli occhi struggenti di tristezza.

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Gelosia,1895

Certo son rischi del mestiere di uomo: la sessualità è vitale, ma rischiosa; l’amore prima di completarci, ci disintegra; i nodi nei quali prende forma hanno parole diverse, vite diverse: in “Gelosia” una donna infuocata, seminuda e con evidenti sembianze di una vulva, apre le braccia a uno spasimante che le sta andando incontro mentre in primo piano, dritto verso di noi, un altro ci guarda con gli occhi struggenti di tristezza.

Quella tentazione primaria, quindi, diventa feroce e minatoria, come ci mostra Munch nelle litografie e nelle innumerevoli versioni de “Il Bacio“: quello che sembra un momento rubato da dietro una finestra, un gesto rivoluzionario e umano lontano dagli occhi indiscreti del progresso che avanza – l’atto più adolescente e puro dell’amore che nasce, rubarsi a vicenda un incontro di labbra al primo momento possibile -, diviene l’unione morbosa e pericolosa, si mangiano a vicenda come due predatori, due corpi fagocitati che quasi non si distinguono più, che sia per troppo amore o troppa disperazione.
Edvard Munch non è stato un grande artista soltanto, un geniale apripista per i movimenti rivoluzionari futuri, un realista che è andato oltre il Realismo, oltre il Simbolismo e oltre l’Espressionismo, collocandosi in una sfera che è solo Edvard Munch; è stato evidentemente un uomo stracolmo di difetti, costellato di drammatiche perdite familiari e di amici.

Il suo erotismo si pone molte domande, senza alcuna risposta: una vita che oscilla tra attrazione e repulsione, timore e tentazione di ciò che è capace di desiderare. L’angoscia del sesso, la prima volta, il dubbio dell’attrazione; qualcosa di illecito, pur sotto la luce del sole.

Un uomo che ha preferito raccontare una visione impaurita davanti alla vita – che effettivamente suonava minacciosa, come oggi, come tutte le guerre – come solo i giovani adulti possono, divenendo quindi immortale.

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In Bed With Valentina n°1 – Fanasmique

Let’s christen with an excellent artist the serie of interview called “In Bed With Valentina”: discovering and chatting with artist all over socials dealing with sex and eroticism.

Who’s Fanasmique and why a name like this? 

I’m a 28 French girl living in Paris (where I have lived almost all my life). I’m an illustrator, graphic designer, and writer; and I’m also running a small restaurant with my mother (so my days are quite long). I’ve grown in a family which had always support everyone to develop their own artistic skills, and almost everyone is a teacher in something (except my mother). So I’ve been visiting museums and exhibitions at a really young age and my taste in drawing is born quickly.

Fanasmique is a mixed name between my name and an erotic project that I have in mind (but not achieved yet.) And the name of this project was already a combination of two french words (Yeah, I like to mix things) so it ended to this weird “Fanasmique” name, but i like it!

How long have you been drawing?

Well, my answer will probably not be really original : I start drawing since I can hold a pencil in my hand. But I would say that I “truly” start drawing when I was 16. 

Did you attend studies or are you a self-taught? 

It’s a bit of the both. I have firstly learned how to draw by myself, human bodies and proportions at 12 by copying and tracing pictures I liked. Then I discovered digital painting with photoshop and learned how to use it by myself around 16. When I was 19 I wanted to become an history teacher so I started studying history, but all my family was pushing me to follow art studies. I’ve finally listened to them when I realized that big history was not for me, but what I liked was telling stories. So I passed a competitive exam for a public art school specialized in graphism, illustration, comics and narration. It helped me a lot to develop and discover my own universe and personal subjects I like to draw on. My project for my diploma was a graphic novel mixing two french books responding to each other: “L’étranger” by Camus, and “Meursault, Contre enquête” by Kamel Daoud.

There are some artistis who inspire you?

I have so many Artists I love and that inspired me. In the well known : Egon Schiele, Dugas, Odilon Redon, Renoir, Klimt, Françoise Petrovitch… My all time favorite painting is “Le chevalier aux fleurs” from George Rochegrosse). In graphicnovels : Brecht Evens, ChloëCruchaudet, Sergio Toppi…  Elodie Durand with “La parenthèse” which is the graphic novel that open my mind to that kind and motivates me to do my own…. Not to mention all the wonderful artists I’ve discovered on instagram and deserve to be known. My list can be endless!

Did you always want to deal with erotic art or did you start from other subjects? 

Eroticism has not always been my subject. Actually, I was more drawing and writing for children or young adults. And then I met a man, fell in love with and my world change haha ! He was writing erotic novels. Firstly I have drawn his book’s covers. I was at a period of my life when I lost all my motivation, envy in creation. I had a lot of fun working on his covers, and then my imagination started running again. I don’t know if it was because of love, or because of the subject. This man always supported me and pushed me in drawing again, he was the one and only I showed my erotic pictures, and talked about my erotic projects. Unfortunately, our relationship didn’t work, so I lost him as the person who could give me feedback on what I was producing. But I liked my pictures, and was proud of it so that’s why I have started an instagram account. I didn’t want to let all my drawings sleep in a drawer. 

Even if my erotic creations are firstly linked to this man, it becomes a project of my own. I started to reflect on how sexual energy can linked two human being, relationship, the power of imagination in sexual desire, taboo in sexuality, and a lot of different issues that are not necessarily obvious on my instagram account for now. Sexuality is something that can be so difficult, beautiful and weird at the same time.

Following your Instagram account it is noticeable two sorts of “narration”: one “mythologic” and yours “Book Of Love”: how are they born?

That’s right, I have two narrative arcs. When I have started erotic illustrations, it was with the mythologic one. Because, my ex novels was a mix between eroticism and fantastic and my first productions was for him. As we were talking about our ideas of creation, I started to draw little erotic comics which were also a mix between fantastic and eroticism, but it asked so much time (that I didn’t and still don’t have) to draw them that I put that project on “stand by” until I find myself in the right place to properly execute it. So I just kept doing solo “mythological” illustrations just to keep my imagination running and working until I worked on these stories again.

The “book of Love” (I like that name) is supposed to be more accessible, so people can project themselves more easily. I was thinking about an alternative support as “mainstream porn” to let the imagination flourished, and maybe offer a feminine point of view. I’m not saying that what I’m doing is revolutionary. Anyway, I think it’s fun to draw different positions and human bodies linking together. Also, i’m not paying too much time on these kinds of illustrations so it was a way to produce at least one drawing a day and forcing me to create daily and keep practicing. 

Which techniques and tools do you use for your work?

It depends. For Book of Love I use ink, and then I work the contrasts on photoshop. I would say that it reflects the most my universe, because I usually use only red and blue in my productions, and ink and watercolors are my favorite tools. For the mythological ones I can use acrylics, pencil, ink, digital painting, sometimes all these different techniques together. It was also a way to get out of my comfort zone, trying colors and technics I am not accustomed to.

How important became social networks to make your art known? 

It’s not that much important. Starting an instagram account was more a way for me to be regular in production, and maybe have some feedbacks on what I was drawing. As I have said, I was only showing my pictures to my ex. I was afraid about my friends or my family judgement if I showed them that kind of illustrations, so I was feeling freer to post it anonymously on social media. It help me realized people liked what I was drawing : it rises my motivation to keep going and my self-confidence. I’ve finally said what kind of art I’m doing now to my friends and they are all really supportive. My best reward is when I see couples tagging each other under my drawing, or when one my friends told me they sent one of my drawing to his/her partner. I don’t really know where social medias can lead me, but for now I think it’s a beautiful tool to gather different people in this journey. And I have to say that instagram community is really kindly, and it pushes me to improve myself.

People of your illustrations are real models or just images of your fantasy?

No, they are not real models. I sometimes use reference pictures when I have a position idea for “book of love” drawing, but struggle a lot to put the right proportions. Even though I draw the same type of people, but it’s because it’s part of a bigger project. Then this project will be over, I’ll try to put more diverse bodies type and couples in these kind of illustrations  (as I know representation is important).

For mythological pictures it’s really only my imagination.

Do you have future projects to reveal us in advance?

I have future projects, but I don’t really like to talk about it when they’re not finished (I’m a bit superstitious about that kind of things). All I can say is : what you’re seeing on my instagram account is only the tip of the iceberg. For example, As I have said the illustrations for the “book of love” are part of a bigger project, and I have drawn around 120 illustrations of that type. I am finalizing this project and waiting to see what the future will hold for it. Soon I will have more time to work again on some “mythologic” pictures, and my next series will be about the divinatory tarot.