Storie di strada 3: la legge Merlin

o di maghi e maghe dell’ipocrisia

Roxana, Romania

Anita è una donna bellissima. Il tacco 12 e i brillantini sono la sua passione. In quei giorni c’erano stati diversi furti in strada perciò ne approfitto per ricordarle che se dovesse avere dei problemi di qualsiasi genere può chiamare la polizia.

«Ormai lo sappiamo. Vengono i drogati neri e rubano. Ma posso chiamare carabinieri? Come mai? Ma non è illegale quello che sto facendo?».

Dopo averle spiegato la normativa italiana in materia di prostituzione, incredula mi dice: «Ma veramente? Beh, buono a sapersi».

Cristina, Romania

Cristina è cinica, diretta e stronza, ma tremendamente divertente. Da un po’ si lamenta del fatto che in strada non si batte chiodo. Quella sera mi racconta di com’era lavorare nel 2014, quando se ti era andata male facevi 800 euro alla settimana.

I: «Ma com’è stato per te all’inizio? Avevi paura di stare qua da sola?»

C: «ho iniziato 4 anni fa con mia cugina, stavamo vicine. Poi ci siamo divise e ora sto qui. In alcuni momenti ho avuto paura. Tipo c’erano dei ragazzi che per un periodo passavano e ci lanciavano le stikla addosso. Come si dice…Vetro ecco! Stavamo sempre attente noi, ma una volta me l’hanno tirata addosso proprio, sulla gamba. Sono finita per terra e in quel momento è passata la polizia, quindi gli ho detto di seguirli, ma credo che abbiano fatto finta. Infatti poi quei ragazzi sono ripassati altre volte».

Nicoletta, Romania

Nico lavora in una via stretta e buia, ma al contrario di S., che lavora pochi metri più avanti, da qualche anno ha deciso di lavorare in macchina.

«Hai sempre lavorato in macchina?» le chiedo.

“Mi sono messa nella macchina dopo che ho avuto dei problemi con due moldavi. Stavo lavorando lì davanti e questi sono passati e mi hanno tirato un sasso. Sono finita nel fosso. Ero da sola. C’era solo S., ma se n’è fregata. Non mi ha mica aiutata. Io invece l’avevo aiutata a lei, quando le hanno tirato una bottigliata. Quei due moldavi ora sono in carcere, li ho subito denunciati. Da allora, sto in macchina così se c’è un problema mi chiudo dentro».

Fabiola,Romania:

Stivali neri fino al ginocchio, legging di pelle rosso fuoco, coda biondo platino ed è subito magia. Fabiola vive con il marito, che sta scontando i domiciliari dopo essere stato accusato di sfruttamento ed aver passato vari anni in carcere.

«Mi hanno intercettato tutte le telefonate, hanno sentito tutto. Un giorno sono venuti qui ed hanno visto che c’era anche mio marito, in un’altra macchina. Il maresciallo mi ha detto che gli sto sul cazzo e che crede che io sia la capa di tutta la strada. Non è così. Che cazzo ne sapevo io che se portavo un’amica mi accusavano? Non si capisce un cazzo».


Chi mi segue su Instagram lo sa: uso spesso BlaBlaCar. Non tanto perché io sia una persona socievole, quanto piuttosto perché trovo che i sedili della macchina siano di gran lunga più comodi di quelli di Trenitalia.

BlaBlaCar è un car sharing in cui oltre al mezzo si condividono aneddoti e frasi di circostanza.

Normalmente, ogni passaggio inizia con il fantastico momento in cui si deve raccontare a dei/delle perfett* sconosciut* chi sei, da dove vieni, che lavoro fai e quanto spesso usi BlaBlaCar.  

Alla mia bellissima presentazione, resa fluida e sintetica da anni di esperienza, segue una domanda, ormai divenuta una certezza: «Quante ne hai salvate?».
E mentre cerco di placare il mio istinto suicida e annoto sul cellulare di formulare una nuova presentazione del tipo “ciao sono Giulia e non salvo nessuna”, solitamente la conversazione procede con una discussione sulla legalità della prostituzione, alla fine della quale la maggior parte delle persone resta convinta del fatto che «la prostituzione non è mica legale».

Ma l’ignoranza e la confusione sulla legislazione in merito alla prostituzione non riguardano solo l’utente medi* di BlaBlaCar, ma anche le persone che si dedicano a questo mestiere; e le storie che ho scelto di raccontarvi oggi lo dimostrano.


Era il 19 settembre del 1958.

«Edizione straordinaria! Chiusura de li casini. Da domani tutti a fasse le pippe» gridava la strillona di via del Tritone.[1]

La legge Merlin fu approvata nel gennaio del 1958 con 385 favorevoli e 115 contrari, dopo un iter parlamentare durato quasi 10 anni (la legge fu presentata per la prima volta il 6 agosto 1948) ed entrò ufficialmente in vigore nel settembre dello stesso anno. Allo scoccare della mezzanotte del 20 settembre, più di 560 “au bord de l’eau” chiusero le porte.

“Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”

recita la legge. Infatti, con la senatrice Merlin, inizia una nuova stagione, quella abolizionista.
Il movimento abolizionista nasce nell’Inghilterra vittoriana e segna una rottura definitiva con il modello regolamentista (introdotto in Italia nel 1860 dal Regolamento Cavour), in cui lo stato interveniva massicciamente e violentemente nel controllo e nella gestione della pratica prostitutiva.

Con l’abolizionismo si crea un vuoto. Lo Stato chiude gli occhi, e li apre solo per perseguire il nobile e cristiano obiettivo di liberare e proteggere le povere vittime (tutte e sempre donne) che decidono di cambiare vita e “lasciare la strada”.


Ma vediamola meglio la nostra Merlin.

La legge n.75 è composta da tre capi (“Chiusura delle case di prostituzione”, “Dei patronati ed istituti di rieducazione”, “Disposizioni finali e transitorie”) ed oltre a disporre la chiusura delle case di tolleranza, introduce i reati di favoreggiamento, sfruttamento, induzione, reclutamento e adescamento (depenalizzato con la legge 689/1981).

All’art.3 rende inoltre punibile da due a sei anni chiunque affitti la propria casa a scopo di esercizio prostitutivo o chiunque, essendo in possesso di un locale pubblico, tolleri la presenza di una o più persone che si dedicano alla prostituzione. Ultima novità della Merlin è l’istituzione di patronati ed istituti di rieducazione, nei quali

«(…) potranno trovare ricovero  ed  assistenza, oltre alle donne  uscite  dalle  case di prostituzione (…), anche quelle altre che, pure  avviate  già  alla  prostituzione, intendano  di ritornare ad onestà di vita».

In nessuno dei quindici articoli la prostituzione viene dichiarata illegale, ma quale sia il giudizio dei 385 favorevoli, mi sembra evidente.

Se formalmente lo scambio sessuo-economico non viene criminalizzato, nei fatti prostituirsi legalmente in Italia sembra impossibile.
Incappare nel rischio di essere accusat* di favoreggiamento e/o sfruttamento è molto comune.
Per non parlare poi delle innumerevoli ordinanze comunali che celate dietro a motivi di “decoro urbano” o  “pubblica sicurezza”, multano clienti e sex workers, provocando una progressiva marginalizzazione e ghettizzazione del lavoro sessuale.

Non stupisce quindi che per la maggior parte della popolazione la prostituzione sia considerata un’attività illegale. Ma la percezione dell’illegalità  non è solo sintomo di una mancanza di conoscenze in materia o del silenzio che avvolge il sex work; bensì dice molto di noi, di quanto l’impianto abolizionista moraleggiante sia radicato nel nostro tessuto socio-culturale.

La legge Merlin infatti si fonda su un presupposto intriso di morale e paternalismo che marchia come vittima chiunque si dedichi alla prostituzione.

L’idea che una persona possa esercitare tale professione per piacere o per pura necessità/convenienza non viene minimamente presa in considerazione.

«Le puttane sono vittime per legge».[2]


La povera Merlin – perdonatemi la battuta – ha creato un casino.

Se in partenza le sue intenzioni erano sicuramente nobili e sotto certi aspetti rivoluzionarie, oggi ci troviamo con una legge inadeguata,  che non è stata capace di stare al passo con i cambiamenti del mercato del sesso, oltre che ad accettare i mutamenti culturali del nostro paese. Una legge confusa, sbiadita, che anziché tutelare le persone che decidono di prostituirsi, le costringe a lavorare con maggiori rischi.

Una legge che mentre premia chi vuole ritornare sull’onesta via, relega le altre ai margini, ai bordi di strade sempre più buie e dense di stigma.

«Non si capisce una cazzo» diceva Fabiola, appoggiata alla sua macchina grigio fumo.

È vero. I fraintendimenti e gli equivoci sono molti. Ma c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare:

la prostituzione tra persone adulte e consenzienti è legale. Considerare questo aspetto è fondamentale soprattutto per le/i sex workers; per (ri)conoscere i propri diritti e soprattutto alleviare quella la sensazione di vergogna che spesso uccide.

Ed è da questa consapevolezza che dobbiamo ripartire per sbattere furiosamente i tacchi e lottare per una nuova legge. Una legge più inclusiva, rispettosa e chiara.

Perché abbiamo infinitamente bisogno di un nuovo discorso sulla prostituzione, un discorso onesto, diretto, che vada dritto al punto, senza perdersi in stupidi paternalismi, che ormai puzzano di chiuso.

[1] Chirico A., Siamo tutti puttane, Marisilio Editori, 2014
[2] ibidem