In Bed With Valentina n°4 – Joka

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Oggi nel lettino di Valentina c’è un pittore iper-puntinista veramente fuori dal comune: Joka. Leggiamo insieme la sua storia e la sua arte.

Da quanto tempo dipingi?

In maniera professionale, o con questa intenzione, dal 2004. Dopo essere stato licenziato dal vecchio lavoro, avendo scoperto da poco il mondo del pop-surrealismo, ho deciso che esporre nelle gallerie quadri di questo genere era lo scopo che avrei voluto raggiungere. Prima mi cimentavo molto, producendo dei quadri eclettici, di vario stile, ma senza nessuna reale direzione o intento, perché non avevo frequentato scuole d’arte e quindi non avevo mai preso decisioni a riguardo.

Cosa ti ha portato all’iper-puntinismo?

La maggior parte dei puntinisti usano i pennelli o le penne; quando ho aggiunto a questi altri strumenti (gli stuzzicadenti, nel mio caso), utilizzando diversi colori, ho spinto l’idea di puntinismo a un livello, per qualcuno, impensabile.

Ci sono degli artisti dai quali trai ispirazione?

Di questi tempi, con tutti gli artisti che girano in questo ethos, ho perso il conto di quelli che seguivo, non riesco a stare dietro la massa ormai. Però è di ispirazione qualunque artista viva intensamente il lavoro che fa.

Hai scritto che il puntinismo è una sorta di meditazione, per te. Funziona per la vita di tutti i giorni o solo per il processo creativo?

È sicuramente la carica di cui la mia vita ha bisogno per avere una direzione e un focus. Programmare un obiettivo (l’opera d’arte, in questo caso) e muovermi affinché sia compiuto è una specie di disciplina che senza esso mancherebbe.

I soggetti delle tue opere creano come un “collage”, un effetto visuale assurdo, anche erotico, in alcune. Pensi che questo sentore surreale aiuti a comprendere l’erotismo nei suoi diversi aspetti?

Penso che l’assurdo re-contestualizzi l’erotico per renderlo più artistico e aperto a una moltitudine di interpretazioni, altrimenti sarebbe solo noi, corpi. 

La tua campagna di “Censor Art” è profondamente significativa. Concordo con te quando scrivi “l’annacquamento o la censura di cose tanto universali quanto il corpo umano sono controproducenti per l’arricchimento delle arti”. Come si spiega, secondo te, questa regressione al “pudore”, oggigiorno? Perché è così difficile avere a che fare con i corpi e la nudità nei nuovi media?

Trovo, sfortunatamente, che tutto sia ridotto nelle mani delle entità corporative, timorose che i loro prodotti siano danneggiati da qualcosa che pochi ritengono inappropriata, escludendo una parte dei loro clienti, così come alcuni di noi hanno paura di certe parti del corpo. Penso che la nudità, in tutte le sue forme di intrattenimento, sia molto più accessibile, oggi, grazie a internet.

Il progetto “Censor Art” vuole puntare un faro sull’ipocrisia di queste piattaforme che dicono quanto sia giusto coprire un nudo, che abbia l’intento di essere erotico, con tre punti strategicamente posti, ma un’opera d’arte che abbia come scopo quello di suscitare emozioni è oscurata perché magari mostra un capezzolo.

Io censuro con la mia arte a puntini, piuttosto di lasciare fare a un algoritmo che mi oscura l’opera dagli occhi delle masse perché potrebbe contenere materiale adulto.

Infatti, la censura che tu fai in realtà risalta i corpi e che davvero diventano più evidenti. Credi che sia per quell’effetto di “vedo non vedo” spesso utilizzato nell’erotismo, o per qualcos’altro?

Ci sono poche cose in più con le quali abbiamo familiarità oltre le forme umane, quindi persino una silhouette si riconosce immediatamente e nel mio caso la metto in evidenza con tanti colori.

Comunque, lasciare via libera all’immaginazione implica anche un coinvolgimento erotico e dunque a qualcosa più desiderabile.

Parlando dei nuovi mezzi: la tua arte è un lavoro manuale, tangibile. In quanto creativo, cosa ne pensi di queste due “scuole”, quella “analogica” e quella digitale? Possono coesistere e supportarsi oppure no?

Vivendo dipendenti da questo mondo digitale in cui siamo adesso, il svilupparsi di un regno dell’arte digitale è inevitabile. I bambini prima o poi creeranno arte direttamente su questi dispositivi, senza usare più supporti fisici. Comunque sia, sono parecchio della vecchia scuola e vorrò sempre un prodotto tangibile.

Le riproduzioni sono fighe, ma avere quel pezzo d’arte unico-e-solo per me ha molto significato: è come avere il pezzo direttamente dall’artista e non credo che l’artista digitale possa dire lo stesso.

Cos’è quell'”immaginario nostalgico” di cui parli nella tua “about“?

Mi piace usare un sacco di immagini vintage e rielaborarle in chiave moderna. Molto di quello che utilizzo proviene da vecchie riviste che ho collezionato.

“Censor Art” è l’ultimo dei tuoi progetti. C’è qualcos’altro che puoi anticiparci?

Con questa serie ho iniziato diverse cose, ma per il prossimo futuro nulla di più è programmato. Mi piacerebbe lavorare più in grande, ma sto studiando la logistica. Questo progetto è stato accolto davvero molto bene e credo abbia una rilevanza di questi tempi, quindi continuerò a svilupparlo in tutte le sue possibili vie.

Grazie Joka per aver preso parte in questa intervista, trovate i link al suo sito e al suo instagram nell’articolo.

 

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In Bed With Valentina n°4 – Joka (ENG)

Today in Valentina’s bed there’s a great hyperpointillist very uncommon: Joka. Let’s read together about his story and art.

 How long you been painting?

“Professionally”, or with the intent to be, since about 2004. After I was laid off from a job, and having just discovered the pop-surrealism genre of art, I decided that showing paintings in galleries of that vein is what I wanted to pursue. Before that I dabbled a lot and made eclectic paintings of varying styles but with no real direction or intent, because having not gone to school for painting I never had to decide on any of those. 

What did you bring to hyperpontillism?

Most pointillists use a brush or a pen, so incorporating a different tool (toothpicks in my case) and using many colors, I pushed the idea of pointillism into a realm that maybe some hadn’t thought possible. 

Are there any artists you take inspiration from?

These days with so many artists swirling around in the ethos I’ve lost track of a bunch that I used to follow, and just can’t keep up with the masses anymore. But any artist living strictly off the work they’re making is an inspiration to me. 

You wrote that pointillism is a sort of meditation. Does it work for your daily life or just in the creative process?

It is definitely the outlet that my life needs to have direction and focus. Setting a task (the piece of art) and then following through with completing it, is a kind of discipline that would probably be lacking otherwise. 

Subjects of your works always make a sort of “collage”, absurd visual effect, even the erotic ones. Do you think a sense of surreal helps understand eroticism in its different aspects?

I think it re-contextualizes it to make it more artistic and up to a multitude of interpretations, because otherwise anything “erotic” is just us being humans. 

Your campaign of “Censor Art” is deeply effective. I totally agree when you say “the watering down and censoring of something as universal as  human body is counterproductive to the enrichment of the arts”. How do you explain, in your opinion, this regression into “shyness” nowadays? Why is it so difficult to concern with bodies and nudity in art within new media?

Unfortunately I think it all boils down to corporate entities being afraid to taint their product with something that a few might seem inappropriate and then excluding part of their customer base, as well to us all being afraid of certain body parts.

I think nudity, in all forms of entertainment, is more accessible these days than ever before thanks to the internet. The Censor Art Project is meant to shine a light on the hypocrisy of platforms that say it’s ok to cover up a nude image, meant to be erotic, with three little strategically placed dots, but a piece of art, meant to elicit other emotions, is restricted just because it shows a nipple. 

I’m censoring WITH my dot art, instead of having an algorithm exclude it from the masses because it might be deemed adult content.

The “censorship” you do is actually a way to highlight bodies, and it really works as that. Do you believe is because of that “hide and seek” effect that is often used in erotic art or there’s another reasons?

There’s little else that we are as familiar with as the human form/features, so even a silhouette is immediately recognizable, and I’m highlighting that in a colorful way.

Leaving things to the imagination though does tap into ones erotic mindset, and leaves more to be desired.  

Talking about new media: your art is a manual, tangible work. As a creator, what do you think of these two “schools”, the digital and the “analogic” one? Could they really coexist and support each other or not?

Living in the digital reliant world that we do now, the digital realm of art is inevitable. There will probably be kids soon that only ever make art on a device, never using any solid materials.

I’m pretty old school though, and will always want a tangible product. Manufactured reproductions are cool, but having the one-and-only of an art piece really means something to me.

It’s gives you something directly from an artist, that I don’t feel a digital artist is able to convey the same way. 

What is the “nostalgic imagery” named in your “about” page?

I like to use a lot of ‘vintage’ references and re-appropriate them to modern times. A lot of what I use comes from actual older magazines that I’ve collected.

“Censor Art” is one of the latest project you’re working. Is there any else you could anticipate?

I’ve started a bunch of different series within the project, but nothing else planned in the foreseeable future.

I’d like to work bigger, but am still figuring out the logistics of that. This project has been received very well, and I think it’s relevant to the times, so I’m going to stick with it until I’ve exhausted all its avenues.

 

Non finito erotico: Minimalismo sexy per l’immaginazione

Guardare la sessualità con la lente dell’arte non è un modo di decifrarla, più che altro un’opportunità per interpretarla. È questo quello che vorrei offrirvi oggi, parlandovi di “minimalismo erotico” e del perché si sposa così bene con l’erotismo.

Ne vedrete a centinaia sul vostro feed, alcune le avrete pure salvate sul cellulare, magari condivise, persino dedicate: sono le illustrazioni “minimal” che tanto vanno di tendenza sui social e, dunque, tra tutti i creators di contenuti creativi.
In particolar modo esistono migliaia di account di artisti erotici che hanno adottato questo linguaggio sintetico, fatto di poche linee e tanta malizia. 

Minimal, dicevamo, sì.
Il Minimalismo, però, ha una storia poco più vecchia e più ampia rispetto a questi disegni. Eppure non è sbagliato associarli a esso, poiché di questo sposano alcuni concetti.


Minimalismo Storico vs. Minimalismo Erotico

la camera di valentina
Hatra I. 1967, Frank Stella

Vi prometto che non andrò per le lunghe, per non annoiarvi: farò un piccolo accenno a ciò che è il Minimalismo per inquadrare e collocare meglio le parole che leggerete.
Erede del Costruttivismo, la “Minimal Art” nasce negli Stati Uniti intorno la metà degli anni Sessanta. Una giovinetta, tutto sommato (motivo per il quale, in quanto stile – e in quanto filosofia, addirittura – è ancora tanto in voga e si estende in tutti gli ambiti del nostro senso estetico).

Esattamente come tutta l’arte nella storia, anche il Minimalismo nacque in risposta e reazione e, nel suo caso, si trattò di contrapporsi all’Espressionismo Astratto, ovvero: alle forme e ai colori decodificabili secondo un codice soggettivo e intimo, i minimalisti preferirono la sintesi delle geometrie.

“Strutture Primarie”, la mostra che si tenne nel 1966 a New York, consacrò il battesimo di questo movimento artistico e il nome ne rivela il principale interesse: le strutture “primarie” sono quelle delle geometrie semplici.
Avviene dunque questa drastica semplificazione delle forme e dei colori; più che una ricerca espressiva e appariscente, i minimalisti ricercarono – e ricercano, tutt’oggi – la forza emotiva (sembrano freddini, e invece si appassionano pure loro!) nelle componenti strutturali e percettive; semplificazione, struttura, percezione

la camera di valentina
Monumento per V. Tatlin, 1966-69, D.Favlin

Queste tre parole chiave, in particolare l’ultima, sono quelle che l’attuale trend di illustrazioni zozzette su Instagram hanno ereditato in maniera diretta, permettendo loro di essere inserite correttamente in questa definizione artistica.  

La percezione gioca un ruolo essenziale nell’illustrazione erotica e il minimalismo vince su tutto perché non esplicita nulla di quello che ritrae. È per questo che account come Petites Luxures hanno tanta popolarità: con due linee viene descritta una scena sessuale, senza esplicitare quei dettagli che la rendono tanto pornografica. 

In un certo senso, questo è anche un modo di eludere furbescamente i cari “standard della community” (i quali ancora non si è capito quale community tutelino davvero); un continuo riciclo di “vedo, non vedo”, dove il “vedere” si traduce in “immagino, non immagino”. 

la camera di valentina
Introspection, Petites Luxures

Ed è proprio dall’immaginazione che voglio lanciarmi per raccontarvi un’eredità ancora più lontana, più intrinseca, negli sketches che tanto ci fanno fremere.


Il “non finito” michelangiolesco e il suo moderno sex appeal

Ci stai prendendo per il culo, cosa diamine c’entra adesso Michelangelo se hai parlato finora di anni Sessanta, Stati Uniti e via discorrendo?
Niente panico, non voglio farvi impazzire. Il discorso è semplice, anche se serve un altro spiegone: cos’è il “non finito” di Michelangelo?

Tra il 1520 e il 1534 Michelangelo ha scolpito una serie di sculture denominate “Prigioni”, “prigionieri” o “schiavi”. Le avrete sicuramente viste, nell’Internet o dal vivo; sono proprio quelle che racchiudono in loro il concetto del “non finito”. I motivi per i quali questi corpi di marmo non sono del tutto liberi dal loro blocco – missione di tutta una vita del genio rinascimentale – sono molteplici, dai problemi di salute alle zuffe per le commissioni.

Ma, dato che parliamo di un genio, nulla è lasciato al caso: infatti Michelangelo, grazie a queste opere non concluse, ha lasciato appositamente in eredità uno strumento che nessun potente scalpello per manipolare la materia può eguagliare: l’immaginazione.
Questo “non finito”, tanto lontano dalla perfezione quanto lo è l’uomo dalla divinità, è una chiave che dall’artista passa all’osservatore per permettere di continuare e concludere l’opera, a seconda di ciò che il proprio gusto e il proprio cervello dicono. Un continuum immaginifico, utile a dare all’opera sempre una vita nuova.

Più avanti, nell’Ottocento, furono gli impressionisti ad abbracciare questa idea: la loro reazione alla fotografia sfociò in una sorta di “non finito” quando i confini entro i loro quadri iniziarono a farsi sempre più scontornati, come dentro un sogno: chiunque osservasse i loro paesaggi, poteva iniziare a trovarne uno diverso ogni volta, specchio di quello interiore.

L’immaginazione, dunque, resta una delle ultime eredità del grande Maestro del Rinascimento ed è quella l’ingrediente segreto per queste illustrazioni che di segreto hanno ben poco.
la camera di valentina
I Prigioni, Michelangelo

Il bisogno dell’immaginazione nell’era iper-pornografica 

Un’amica e follower di LCDV, una volta, mandandomi alcuni screenshot di un’illustratrice erotica di questa “scuola”, mi confessò che quelle immagini la eccitavano più di una scena porno.

Il perché funzionino così bene possiamo ipotizzarlo per più motivi.

Tanto per cominciare, l’immaginazione è liberatoria: Se un disegno ti accenna un incipit, hai pieno potere sulla narrazione totale della scena;
un abbozzo significa anche “discrezione”: il tuo pudore non è né urtato né scioccato da un’immagine esplicita. Dunque non incombe un senso di disagio qualora tu non sia particolarmente apert* e abituat* a visioni del genere. Infine, la curiosità: tanto più qualcosa non è perfettamente definita o dettagliata, tanto più sei indotto/a ad osservala più a lungo

Tutto ciò ci parla di noi e di come viviamo la sessualità, sia come argomento comune sia come percorso interiore. Non è paradossale che un’illustrazione monocromatica – proprio come il Minimalismo prevede -, senza suoni né animazioni, possa essere più eccitante di un porno?
Forse siamo sopraffatt* o assuefatt* , ma oggi, come ieri, l’esigenza dell’immaginazione è ritornata prepotente.

Gli artisti, inoltre, dovranno pur difendersi in qualche modo: paradosso vuole che i social siano, al tempo stesso, la vetrina conoscitiva e divulgativa più veloce ed efficace e il pozzo di oscurità e dannazione più profondo dentro il quale dimenarsi per risalire dopo il primo, inspiegato, passo falso. Censura, oscurantismo, segnalazioni, ban, sono all’ordine del giorno per chi crea e divulga contenuti creativi. 

Se l’arte può servire per scardinare tabù sulla sessualità, allora i social lo impediranno. Gli stessi social dove Questa viene condivisa, però.

Poche linee e pochi colori, qualche didascalia e nessun volume sono gli ingredienti per queste illustrazioni erotiche a prova di ban (forse): alcune accompagnate da didascalie divertenti, altre ancora da titoli bizzarri; ci sono illustrazioni a tema BDSM o altre totalmente romantiche e sentimentali, ma la scuola è quella.

Ancora oggi l’arte ci fa da testimone. Perciò non è un mistero se, anche nei più nuovi mezzi di diffusione ci sono radici profondissime di un passato apparentemente lontano.

Il gioco della percezione del Minimalismo, del non finito rinascimentale, funzionano ancora oggi con i nuovi linguaggi dell’arte visiva; si sposano benissimo con la percezione della sessualità che mostriamo pubblicamente e, soprattutto, intimamente.

Quanti segreti, in mezzo alle linee, eh? 


Account che apprezzo (instagram):
Petites Luxures
Crochetcaché
Frédréric Forest
nuen-eroticart
eroticasanova

Ne conosci altr*? Lascia un commento! 

 

 

L’erotismo in Félicien Rops: francamente pornografico

la camera di valentina
Félicien

Félicien Rops appartenne al movimento dei simbolisti nell’arte, ma in maniera bizzarra: non andava poi così per il sottile, nelle sue opere. Ve lo voglio raccontare perché è incredibilmente attuale nel modo di affrontare la pornografia e il sesso.

Come sapete non mi interessa spiaccicarvi solo nozioni biografiche né ho la presunzione di potervene somministrare di didattiche, perciò eccovi una carrellata veloce di dati essenziali:
Félicien Rops nasce nel 1833 e muore nel 1898; pittore e incisore belga, ereditò da Daumier la passione per le caricature satiriche e infatti collaborò come litografo in diverse riviste, “Le Crocodile”, per citarne una. Lavorò stabilmente a Parigi dove fondò la “Societé Internationale des Aquafortistes” (l’acquaforte è una tecnica di incisione).

Rops fu un simbolista altamente scorretto, volgare oltremodo. Ma fu proprio il suo accento satirico-satanico a caratterizzare il suo lavoro e a distinguerlo dagli altri simbolisti.

autoritratto satanico, 1860

Prima, però, di inoltrarci su Rops è giusto che vi apra una finestra su quell’affascinante e libidinoso movimento che è stato il Simbolismo: genitore dell’Art Nouveau, pur essendo vicino alle rivoluzioni artistiche effettuate dall’Impressionismo e dal Divisionismo, si contrappose marcatamente a queste, poiché mentre il primo trovava una via di fuga dalla fotografia e il secondo invece ci si tuffava dentro con interesse scientifico, il Simbolismo puntava a rappresentare l’immateriale tramite la materia; mentre quindi da una parte si allargava e prendeva piede il materialismo positivistico e quella fascinazione per la macchina tecnologica che avrebbe preso il sopravvento per tutti gli anni ’20 e ’30, i simbolisti – artisti e letterati – desideravano andare oltre la sola restituzione ottica dei fenomeni sensibili.

Il Romanticismo già attuava questa ricerca, ma con quella malinconia e nostalgia del passato che non necessariamente interessava a questa “arte ideista” che invece prendeva pieghe a volte inquietanti, a volte beate.

Soggetti a tema etico e religioso sono presenti tramite l’allegoria, compagna fedele del simbolista; soggetti storici, mitologici e leggendari e soprattutto Lei, la famigerata Femme Fatale, la donna angelo, la donna diavolo: è questo il periodo dove fioccano le Salomé, le Cleopatra, le Eva, le Dalida, le Giuditta, le Pandora, le Elena, le Medea, le Medusa e le sirene.

Ed è con le mani nelle loro mani che voglio condurvi a Rops che a differenza di molti altri simbolisti abbandonò il sogno e l’evasione per immergersi nella realtà con il coraggio che forse solo gli espressionisti fecero dopo di lui.

Félicien Rops fu un artista boccaccesco. Mentre tutti i simbolisti usufruirono delle allegorie per dare un qualche insegnamento morale che tendesse ai grandi valori del passato, lui approfittò di questa simbologia non per viaggiare indietro nel tempo, bensì per sbattere la realtà dell’oggi in tutta la sua verità, scomoda e un po’ sgradevole. Mutò, insomma, una caratteristica della simbologia in ironia, fondendo una nuova identità di allegoria: la satira. Che cos’è, d’altronde, se non un simbolo, un qualcosa che rimanda a qualcos’altro?

Questo lo rese – e lo rende tutt’ora – un simbolista sui generis: tutti, da Odilon Redon in pittura a Paul Verlaine in poesia, evadevano. Lui no, lui restava.

L’altra caratteristica che lo distinse e lo attualizza è l’uso della pornografia. L’erotismo e la sessualità sono sempre stati presenti nel Simbolismo, essendo due sfere dell’intimo e del mistero che mantennero il loro fascino sull’intangibile, ma la schiettezza con la quale Rops trattò l’argomento non ha eguali.

L’unico accenno più allegorico se lo permise con Lei, la Donna, ma in maniera decisamente “ropsiana”.

Tutte le donne precedentemente citate avevano, in quanto fatali, la grande mansione di ricordare a cosa l’uomo andasse incontro incombendo nelle loro tentazioni. Rops subì il fascino di questa tema fintantoché potesse traslarlo ai suoi giorni; la donna fatale non era un archetipo, ma una sua coetanea e così doveva rappresentarla.

Pornokrates, 1896

In quest’ottica “Pornokrates”, 1896 si colloca in un esperimento rivoluzionario per quei tempi preceduto, in bellezza e denuncia, solo da “Olympia” di Manet. La composizione dice “allegoria” a prima vista, ma quale? Una donna bendata è guidata da un maiale, lei sfoggia i suoi accessori da ricca altolocata mentre cammina su una passerella di marmo sotto la quale, scolpite in un bassorilievo, sono rappresentate le vecchie arti.

La pornocrazia non è un concetto inventato da Rops, ma è la definizione che gli antichi greci diedero al potere attuato dalle prostitute sui politici, usando il loro sex appeal, per raggiungere uno scopo personale.
Il simbolista Rops prende quindi il tema della lussuria e del potere sessuale femminile non per farne un monito, ma una denuncia attuale: il nudo infatti non è “antico” né scarno, ma arricchito dagli accessori di una moda incastonata in un’epoca, inconfondibile.

Pornokrates sfuma il contorno della simbologia allegorica per darle un tono satirico e quindi di denuncia. Il corpo della donna rimanda a qualcos’altro, ma diventa estremamente più familiare, meno astratto; reale, dunque ancora più difficile da digerire, più oltraggioso, una critica impossibile da ignorare.

Con la Pornocrate si concretizza quell’allegoria di stampo satirico, politico e sociale che solo con Olympia, un’altra prostituta, è stata possibile. Questa dissolutezza era accettabile nella Classicità, con nudi rappresentanti vecchi déi, baccanali e compagnia bella; così diventa talmente tagliente che i feriti non possono che gridare allo scandalo. E scandalo fu.

Da una parte Félicien Rops rivoluziona la rappresentazione femminile dandole semplicemente contesto: una donna forse è cattiva, sì, ma rimane una donna, senza astrazioni; la pornografia non deve essere pretesto per raccontare dell’altro, ma basta a se stessa per raccontarsi, perché nella carne c’è anche lo spirito e non è sempre detto sia santo. In questo senso questo acquafortista è “francamente pornografico”, come lo definì la storica d’arte Edith Hoffmann. Non un artista facile, certamente.

Egli fu estremamente democratico nell’attenzionare il pudore di tutti, indistintamente: uomini e donne non importa, Rops li ha denudati nella maniera più spietata.

Nelle sue illustrazioni per “Les cents légers croquis sans prétension pour réjouir les hônnetes” (i cento bozzetti leggeri senza pretesa per intrattenere gli onesti e niente, io mi fermerei qui) del 1878-81, e anche per “Les Sataniques” del 1882, ci sono delle esplicite scene di sesso che non lasciano spazio all’immaginazione.

Croquis, La canzone del cherubino
Le Sataniche, Il Calvario, 1882

In questo caso, però, la contemporaneità è lasciata alle spalle in favore di una mitografia atemporale: uomini nudi, donne semivestite come delle divinità antiche intenti a raccontare le gioie e le trappole del sesso.

Qui Rops ha deciso di rappresentare una pornografia “onesta”, fine a se stessa, valida come lo sono tutt’oggi gli affreschi di Pompei; un’onestà eterna e scandalosa, poiché libera nella sua naturalezza: non esiste un’epoca che possa rinchiudere questa natura, nonostante la censura, dall’antichità agli attuali standard della community.

La reputazione libertina e anticlericale fece di Félicien Rops un dio minore del simbolismo, eppure oggi gli dedico volentieri un altare. Il suo genio è stato quello di non tralasciare e ignorare il carattere fortemente evocativo del Simbolismo, applicandolo però al suo contesto sociale e velandolo quindi di un’ironia che non era comunemente diffusa, in quel movimento artistico e letterario.

Ciò che ha provato a fare è stato quello di propinare delle allegorie che però, piuttosto di guardare alle spalle della storia, reggessero dritto lo sguardo sul presente.

Le sue donne, poi, sono tra le allegorie più vicine che abbiamo e di sicuro anche più coraggiose: cattive, sensuali, complete. E nude.  

Chissà cosa farebbe oggi Rops, avendo instagram, se si trovasse a dover coprire i capezzoli della sua “Tentazione di Sant’Antonio”… oggi più che alla fine dell’Ottocento, rischierebbe il ban!

La Tentazione di Sant’Antonio,1878

Bibiliografia:
“Rops et Manet: Pornocratès au prisme d’Olympia”, Denis Laureux
“Félicien Rops – Auguste Rodin anatomie d’un rencontre”, Denis Laureux
L’Universale dell’Arte, le garzantine

“Vieni? – Catania Porn Fest”: un diario (pt. 2)

Come annunciato ieri, a concludere il reportage di questa splendida avventura del Catania Porn Fest è Leda Gheriglio, talentuosa e gentilissima scrittrice che sto avendo il piacere di conoscere e della quale potete trovare la sua raccolta di racconti erotici “Uroboro” qui e qui. Buona lettura!

26 maggio, ultimo giorno: di squirting, bamboline fetish, racconti erotici e lunghi corti

Alessandro De Filippo durante il seminario, foto di Leda Gheriglio

L’apertura dell’ultima giornata è stata affidata al professore Alessandro De Filippo. Il seminario “Intro”, nato da uno studio svolto tra il 1995 e il 1997 da canecapovolto, è un approfondimento tra cinema porno, spettatore, sguardo e desiderio. Seguirlo per due ore consecutive ascoltando la sua voce calda e bassa che caratterizzava ogni sua lezione ai tempi dell’università, mi ha posizionato in uno stato di torpore sognante. Rivedere poi alcune scene di film che vidi per la prima volta quando frequentavo l’Ex Monastero dei Benedettini di Catania, mi ha proiettato nella fascinazione e poi nell’eccitazione reale: “Devil in Miss Jones” e “Gola Profonda“.

De Filippo ha mostrato con freddezza e competenza diverse categorie e diversi modi di girare porno, dagli albori ai nostri giorni, toccando anche l’immaginario pedo-pornografico e lo snuff movie.

A seguire “Valentina Nappi presents…” L’introduzione della porno star si è concentrata sulla masturbazione femminile e sullo squirting. Ed è come se il pubblico avesse improvvisamente colto l’occasione per parlare con lei: i primi due giorni, infatti, nessuno si è fatto avanti dopo la visione di clip sulla masturbazione del pene a riposo e su quella anale maschile.

Prima di iniziare l’ho avvicinata per chiederle conferme e suggerimenti sul rapporto anale e, dopo avermi dato le dritte, Valentina ha osservato: “Perché non sei intervenuta ieri subito dopo la proiezione del video introduttivo?”. Per rimediare e avviare i più timidi agli interventi successivi che poi sono arrivati a precipizio e sembravano inarrestabili, sono intervenuta alla fine della proiezione sulla masturbazione femminile.

Non ho fatto domande, ho solo condiviso la mia unica esperienza di squirting con Valentina e con il pubblico, raccontando della volta in cui provocai lo squirt ad un’amica molto pratica di eiaculazione femminile. Valentina ha raccontato le sue rare esperienze dicendo che non ama particolarmente la pratica perché squirtare le ha causato solo dolore e fastidio. Ha tenuto a precisare che sui set preferisce non prestarsi alla simulazione dello stesso (se le attrici non riescono, di solito ciò che il fruitore vede, sono schizzi di orina).

Valentina è rimasta a lungo con il pubblico che ha alternato domande con richieste di consigli, a domande di curiosità sulla vita professionale dell’attrice: ha manifestato il suo ateismo, la sua razionalità e il suo interesse per tutto ciò che è materiale.

foto di Lucina Banfi

In tal modo invita ognuno di noi ad esplorare il proprio corpo e quello dell’altro con attenzione e crescente “competenza” rispetto al funzionamento scientifico dell’eccitazione e dell’orgasmo, per essere sempre più informati e consapevoli sulla nostra sessualità, apparentemente appartenente alla nostra natura, ma di fatto, spesso, lontanissima da noi e illustre sconosciuta.

Occultata alla vista dei presenti non curiosi, l’installazione audiovisiva “YouBorn – la petit mort” di e con Roberta Castorina e Sebastiano Sicurezza.

“YouBorn” è un tentativo di indagare la relazione tra oscenità e la triade delle esperienze umane nascita, copula e morte. I tentativi non sempre riescono ma è bene non aver nulla da perdere, altrimenti si potrebbe scegliere di far nulla e non tentare.

L’aperitivo curato da Rocket from the Kitchen ha assistito lo staff, il pubblico e gli ospiti ogni sera con due scelte di verdure o pesce. Più che aperitivo abbiamo tutti cenato tra cioccolato di modica, polpo, avocado e caponata. Delizia e dovizia condivisa, non porno-cibo ma delicatezza e accortezza. Ma chi ha detto che il cibo debba necessariamente farsi carico di zozzerie?

A seguire, Emiliano Cinquerrui ha inserito la pennina usb nel computer del Teatro Coppola per proiettare compilation di proiezioni  porno vintage: “Archeoporno – archivio instabile temporaneo di attori e tessuti morti”.

In ritardo sulla tabella di marcia, sono salita sul palco e ho malamente presentato Lydia Giordano. Scrivo “malamente” perché quando mi sottopongo alla pubblica esposizione in presenza, il mio cervello risponde male allo stimolo perché non riceve più ossigeno o non ne ho idea, fatto sta che non ricordo cosa ho detto e a volte è importante parlare proprio in quel momento e dire proprio certe cose.

Lydia Giordano ha letto senza fermarsi tre racconti dal mio libro “Uroboro” edito da Ensemble, nello specifico: “Meno male che adesso non c’è Nerone”, “Gott Gott Elektron”, “Total eclipse of the heart”.

La prestazione vocale, fisica, interpretativa, emotiva e visiva è stata molto forte e straordinaria. Lydia è stata notata al Festival per aver realizzato il logo dello stesso e per la sua personale “Eroto-mani”, ma se ancora qualcuno non ne fosse a conoscenza, è anche una attrice superba e per me è un onore dar voce alla mia scrittura attraverso il suo corpo.

Lydia Giordano durante il reading di “Uroboro”, foto di Leda Gheriglio

Successiva alla presentazione della raccolta di racconti, la proieizione di corti più o meno lunghi e più o meno corti in concorso al “Vieni Fuori”, contest indetto dal Catania Porn Fest. I corti li ho visti quasi tutti, alcuni addirittura rivisti perché proiettati a Bologna da “Ce l’ho Corto”, altri totalmente nuovi. Il pubblico è stato fornito di moduli appositi per contribuire con il suo voto alla premiazione finale ed è rimasto seduto e composto per l’intera durata delle proiezioni.

Ho passato poi diversi minuti a fare video con lo smartphone alle ragazze che si preparavano alla BDSM performance “The Fetish Dolls” di e con Aisha Kandisha & Voodoo Doll Burlesque + special guest Adrenalina Cole.

In poco tempo si sono spogliate e rivestite con gli accessori più neri, lucenti e sexy. Con luci rosse e musica super tunz, il trio ha imbastito una scenetta softcore da stripclub di periferia, con rossetto sbavato sulle tre rispettive bocche e cera rossa sulla bianca pelle.

foto di Lucina Banfi

Massimo Ferrarotto, membro del collettivo che gestisce il Teatro Coppola ha poi chiamato lo staff e gli ospiti sul palco per ringraziare il pubblico e per dare inizio alla premiazione.

In quel caso mi sono messa sul retro con Lydia e con Emiliano che faceva balletti tenendo in mano i premi firmati “Ibridi”. Ed ecco il momento della premiazione, sotto le luci calde e accecanti del palco!

La giuria composta da Werther Germondari, Maria Laura Spagnoli, collettivo Rosario Gallardo, Marianne Chargois, Matthieu Hocquemiller, collettivo Cinepila e collettivo Ground’s Oranges premia “Our Alphabet” di Coco Schwarz & Alina Mann.

per la qualità filmica e performativa e per la sua capacità ispiratrice. I singoli frammenti, come haiku, fondono stile e sperimentazione, portandoci in una dimensione pansessuale, intima e queer

premiazione “Vieni Fuori”, “Vieni? – Catania Porn Film Fest 2019
la giuria e lo staff di “Vieni?” al momento dell’annuncio

Per quanto mi riguarda questo corto appartiene ad una categoria estetizzante cui accennavo in un pezzo che ho scritto per T-Squirt: si tratta della sessualità di una coppia scandita in preferenze dalle lettere dell’alfabeto. “Our alphabet” è come se fosse composto da un certo numero di quadri ben fatti, dipinti con le giuste pennellate, con colori e luci ben disposte e sottofondo musicale ricercato.

A parte una breve sequenza con le ortiche che su di me hanno un certo stimolante effetto, si trascina giusto il tempo necessario ad informare lo spettatore che a loro piace far roba così; niente di rilevante, per me.

Non è questo il porno che mi interessa o che andrei a cercare per masturbarmi. La noia mi assale e mi avvolge in un disinteresse completo che esclude persino l’ozio contemplativo. La qualità del lavoro è eccellente e lo studio dell’immagine sofisticato e “oggettivamente bello”, ma non è niente e al niente ritorna. Probabilmente è il mio sguardo che non si lascia guardare da questo genere di corto, la maggior parte degli spettatori viene drasticamente rapita, anche a Bologna “Our alphabet” ha fatto furore.

Il Festival a cui ho contribuito con piacere fin dall’inizio è stato indescrivibile e bellissimo. Non ne scrivo in modo così lusinghiero per interesse personale, anzi, mi sono trovata piacevolmente sorpresa del risultato. Mi auguro quindi che la seconda edizione rispetti la prima nello spirito e nei modi.

Leda Gheriglio

Vieni? – Catania Porn Fest: un diario (pt.1)

Da 24 al 26 maggio 2019 ha avuto luogo il primo festival porno in Sicilia: “Vieni? – Catania Porn Film Fest”, al Teatro Coppola, è stata una sorpresa per tutt*.

Chi milita, per passione e/o per professione, nell’ambito dell’erotismo e della pornografia lo sa: questi festival di cinema porno indipendente, performance teatrali e incontri sono tappe obbligatorie per scoprire nuove cose e scoprirsi (sia interiormente, sia esteriormente).

L’esperienza catanese di “Vieni?” ha stupito tutt*, lasciandoci senza parole: semplicemente, l’evento che non ci aspettavamo e di cui non sapevamo di averne bisogno.

“Film inediti o dimenticati, segni anatomici, letteratura genitale, erotografie, performance interrotte: per liberarsi finalmente dalla memoria periferica che, incessante, ci ricorda che dove c’era il più antico e nobile cinema porno catanese, adesso vendono cheeseburger.”

Così recita un estratto dalle informazioni sulla pagina facebook di “Vieni?”. Cosa è stato, quindi, questo festival inedito per questa Isola?

24 maggio, giorno 1: di cazzi mosci, viaggi in camper e vecchi cinema a luci rosse

Dal primo giorno si denota come la pornografia sia stata e sempre sarà una sfera estranea alla realtà, in quanto esiliata da essa, ma che sempre potrà narrarne un’alternativa che possa, oltre ogni indignazione e ogni scandalo, creare una vera inclusione.

Valentina Nappi, madrina del festival, apre le danze con un video sul cosiddetto “soft cock massage”; ovvero massaggio fatto intorno e sul pene senza erezione. Con tre nudi intenti a mugolare e a darsi piacere quasi vicendevolmente, sono stati scardinati temi e stereotipi riguardanti la mascolinità tossica e quanto questa incida, senza alcun profitto personale, sulla vita di un individuo: infatti lo scopo di una pratica come questa è quello di donare piacere intenso e orgasmico non solo tramite una stimolazione attiva e “virile”, ma anche con il coinvolgimento di tutto il corpo in un contesto di rilassamento e “resa” che non sempre è scontato sia accettabile per un uomo etero, il quale deve rientrare necessariamente entro standard “giusti” e da “vero uomo”.

In poche parole: un orgasmo maschile può scaturire anche senza erezione; un uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale, può lasciare il ruolo di membro attivo – in tutti i sensi – e abbandonarsi anche lui all’altro, può ricevere; non esiste davvero la vergogna per “il cazzo moscio” in quanto un’erezione non definisce la mascolinità: credere fermamente in concetti simili significa aderire a un’idea di mascolinità dannosa e, peraltro, retrograda.

Dopo una pausa sigaretta o birretta, c’è stata la proiezione di “Cumper – The Erotic Family”, di Rosario Gallardo, 2019, con Regina Vertebra, Lady Attila e Manfredi: una storia onestamente porno di una famiglia decisamente non tradizionale in viaggio verso Roma, ma soprattutto verso le nostre fantasie erotiche; un camper come dimora di squirting, cam sex, risate e pasta che bolle in pentola tra un rapporto e un altro. Non solo un film divertente, ma anche una dichiarazione di “pornoguerrilla”, come hanno spiegato Regina e Rosario dopo la proiezione: il ritratto del desiderio sessuale come atto politico, estetico e sociale; una presa di consapevolezza di sé, di ciò che si ama fare nel momento in cui lo si fa, senza necessità di giustificazioni.

Il fatto di ideare un film porno con soggetti non convenzionali rende l’atto sessuale un atto sociale in quanto pubblico e quindi politico. Una dichiarazione di positività e inclusione sessuale su quattro ruote, insomma. Sperando che inizi a viaggiare per non fermarsi più.

La Camera Di Valentina
Collettivo Gallardo subito dopo la proiezione

Alle 21:00 una performance dal nome “Sorella Molesta”, di Mario La Monaca e Santi Costanzo: una proiezione di estratti di film montati e sovrapposti in loop mentre sul palco Costanzo suonava la chitarra, in estemporanea. Il risultato è una sperimentazione noise che, nel contesto porno, si sposa perfettamente. Non è facile farsi piacere un’esibizione del genere, infatti ammetto di aver ceduto, ma gli esperimenti noise non nascono per piacere e c’è da ammettere che l’effetto disturbante e molesto – appunto – acquisisce una dimensione coerente se associata a immagini porno, le quali sono fatte anche per colpire allo stomaco. La colonna sonora che non ti aspetti per un film che non immaginavi.

Il reading di Guido Celli con brani tratti da “M’ha detto Rachele” e “Desiderio. Excerpta” è stato l’equivalente della quiete dopo la tempesta. Una quiete contraddittoria, però, poiché carica di erotismo e malinconia, per questo irrequieta, pronta a viaggiare dalla voce di Guido Celli ai nostri cervelli e regalarci fotogrammi, parola per parola, di passioni disperate, corpi che si consumano a vicenda e di questa Rachele che adesso tutt* amiamo e sogniamo di avere conosciuto, almeno una volta, pur per poco tempo.

La Camera Di Valentina
Guido Celli durante il reading

Ultima proiezione della serata il docu-film “Mignon” di Massimo Alì Mohammad, 2013. La storia della “chiesa dal cuore porno” di Ferrara: un ex edificio ecclesiastico diventato il primo cinema a luci rosse della città. Nel documentario scorrono le testimonianze e i pensieri di Michele e Nello Poletti, di Franco Talamini e dei tanti protagonisti che animano questo posto ancora oggi. Non solo una storia di un cinema di provincia, come ha definito Mohammad nel video che ha inviato al Festival in sostituzione della sua presenza fisica, nella quale viene raccolto e raccontato un campionario di umanità libera e commovente, ma anche tra gli ultimi superstiti di un cinema che rendeva il porno un’esperienza comune, comunitaria e inclusiva, dove chi era ignorato ed escluso dalla società trovava, nella discrezione del buio della saletta con i film in pellicola, un posto dove appartenere senza giudizi.

Per la prima sera e le seguenti, a contorno degli eventi che si susseguono, due costanti gustose e inaspettate: l’aperitivo offerto da Rocket From The Kitchen e l’installazione audio-visiva “YouBorn – La Petit Mort” di Roberta Castorina e Sebastiano Sicurezza: il primo golosissimo – ché la libidine passa anche dal palato e non può mancare -, la seconda sorprendente: entrare in quella saletta e restare in mezzo a Roberta e Sebastiano mentre scorrono immagini porno-endoscopiche (avete letto bene), tenendosi per mano mentre alla fine si arriva a una “piccola morte” che poi è l’orgasmo. Non so quale fosse lo scopo, io sono scoppiata a ridere uscendo dalla saletta, vi dico solo questo.

25 maggio, giorno 2: dimmi di Ossì, BDSM da ridere e piogge d’oro*
*non ho avuto modo di seguire tutta la giornata, purtroppo. Troverete di seguito, quindi, testimonianze e riflessioni di ciò che ho potuto vedere.

Valentina Nappi apre di nuovo la giornata con un altro, piacevolmente sconvolgente, video anti-mascolinità tossica: la masturbazione anale per lui.

Fortunatamente siamo tutt*, indistintamente, possessori di un culo, dunque è ovvio che questi tutorial offerti dalla Nappi siano alla portata di chiunque voglia provare. Ma il fatto che i protagonisti fossero uomini apre uno spaccato proprio là dove fa più male: la sempre famigerata virilità. La Nappi accenna che molti, tra i suoi colleghi, hanno ancora difficoltà a concepire l’idea sia della masturbazione sia del rapporto anale senza che sentano minata la loro eterosessualità o la loro mascolinità, non c’è da sorprendersi se ciò avviene anche fuori da un contesto pornografico.

I tutorial quindi su come masturbarsi, in quanto uomo, con una stimolazione anale svela il meraviglioso mondo del piacere che scinde e prescinde l’orientamento sessuale, l’identità di genere e qualunque cosa possa definirci in un modo rispetto un altro.

La Camera Di Valentina
Valentina Nappi (in nero) durante la visione del tutorial.

La presentazione di “Ossì – Fanzine Erotica” con Leda Gheriglio e Alice Scornajenghi, ideatrice della fanzine. “Ossì” racchiude musica, letteratura e fotografia in poche pagine graficamente accattivanti e dal buonissimo odore. 

In ogni numero, un racconto zozzo da mondi che speriamo esistano davvero e le foto sexy scattate da qualcuno che vorresti ti conoscesse.

retro-copertina di “Ossì”

L’esperimento magico di questa fanzine è quello di nascere sul web, comunicare ed espandersi tramite quello promuovendo, però, il giornaletto porno par excellence. Significa quindi fruire di qualcosa di vecchio nel più nuovo dei modi; la dimostrazione che l’eccitazione non conosce vecchiaia.

La Camera Di Valentina
Leda Gheriglio e Alice Scornajenghi presentano “Ossì”

Dalle 22:00 in poi due performance della sex worker e attivista francese Marianne Chargois che non solo ha stupito e lasciato tutt* a bocca aperta, ma in più ha fatto scaturire una valanga di domande come mai, prima della sua presenza, sono fioccate.

La prima performance dal titolo “Golden Flux” racconta del suo lavoro con determinati clienti che vogliono da lei una cura particolare, una sorta di routine condivisa di bisogni primari, mangiare e bere con lei, da lei e su di lei: i suoi clienti la pagano per liberarsi da ruoli preimpostati e per lasciarsi andare a delle cure anche animalesche, ma spontanee, senza costrizioni. Mentre sullo schermo scorre il video che mostra e spiega queste dinamiche, sul palco la Chargois prepara una vaschetta di ghiaccio secco che inizia a fumare sul tavolo.

La fine del video mostra la “golden shower”, la pioggia di pipì – uno dei servizi offerti, il più importante, il più significativo – e mentre tutto verte alla fine, Marianne Chargois sale sul tavolo, si spoglia e sulle note di “money money money” degli ABBA, ricoperta solo di glitter dorato, comincia a pisciare sopra la vaschetta di ghiaccio secco che, ovviamente, alza una fumata bianchissima che si riversa sul pavimento.

Ovazione totale.
Il silenzio che permeava la sala un secondo prima viene completamente frantumato, sul volto della Chargois si allarga un sorriso e si allontana dal palco. La fierezza e la sicurezza con cui ha portato avanti questa prima performance e che proseguirà anche per la seconda sono state le caratteristiche incantevoli che hanno fatto da collante a un’esibizione già di suo eccezionale per non essere guardata.

La seconda performance “The Sewers Of Heterosexuality” è la più politica e infatti, come ha spiegato lei nel lungo intervento fatto alla fine, anche la più discussa: attraverso pratiche come il fisting, la “pubblica” cacca – sì, esatto – e il bdsm Marianne Chargois permette ai clienti che si rivolgono a lei di liberarli, per una sessione, proprio dalla stessa mascolinità tossica di cui abbiamo già parlato e che è diventata un po’ il filo rosso di tutto il festival.

Sono pratiche estreme, a volte crude e sconvolgenti ma liberatorie. Come ha spiegato dopo, alcuni clienti vanno da lei perché sanno che solo in quell’ambiente da lei creato possono liberare le loro fantasie, queste erotizzazioni che altrove sarebbero solo esiliate.

Marianne Chargois è un’attivista sex worker, ha lavorato anche a un documentario dove sono raccolte testimonianze di lavoratori e lavoratrici che come lei pagano le tasse ma che sono privi di ogni tutela.

Il lavoro di sex worker è estramente discusso, criticato e messo in discussione ma necessario, checché se ne dica. I e le sex worker creano uno spazio davvero libero che in moltissimi, puntualmente, cercano. È una totale ingiustizia che ancora non sia un ruolo riconosciuto non solo in Francia, ma in tutto il mondo. Queste performance e questo incontro sono serviti per ribadire ulteriormente questo concetto e per affrontare tematiche che altrimenti non avrebbero la visibilità che meriterebbero.

La Camera Di Valentina
Marianne Chargois verso la fine della seconda performance.

La pornosettimana catanese prima del festival è stata condita da tre mostre importanti, che è stato possibile visitare per tutto il periodo del festival stesso: “Viadelporno”, “Membra/o” e “Eroto-mani”: la prima mostra era una collettiva fotografica di artisti quali: CINQUENOVECINQUE, Luca Donnini, Anita Dadà, Luca Mata, Ricky Karuso, Aisha Kandisha & Voodoo Doll, FKN’R; la seconda mostra di illustratori a cura dell’associazione Avaja, edizione della fanzine a cura di Sartoria Editoriale di Roberta Normanno e Marco Magiò. Artisti in mostra: Francesco Balsamo, Giovanna Brogna Sonnino, canecapovolto, Laura Cantale, Simone Caruso, Rita Casdia, Irene Catania, Alice Grassi, Gianluca Normanno, Maurizio Pometti; la terza invece è una personale di Lydia Giordano.

Finisce qui il riassuntone – il più breve possibile, giuro – delle prime due giornate di “Vieni? – Catania Porn Fest”.

Primi due giorni pieni di spunti di riflessioni, possibilità di mettersi in discussione e confronto con mondi apparentemente lontani ma che invece possono fare parte di noi.

Non è facile ritrovarsi in un “safe space” dove per una volta si può parlare e visionare di tutto spogliandosi innanzitutto spiritualmente delle abitudini a giudicare male qualunque cosa sia o diversa da noi o magari già presente in noi, ma rifiutata.

Sono stati giorni di risate, bocche aperte dallo stupore, sconvolgimenti, poesia, letteratura, cinematografia e arte; di quella verità sempre nuda che viaggia per il mondo e che forse, proprio perché senza veli, siamo più propensi a ignorare, in imbarazzo. Stavolta è venuta a scuoterci le spalle e a dire che, tutto sommato, non è poi così male stare al sole come mammà ci ha fatti, anche perché così siamo davvero senza differenze rilevanti. 

Restate qui in attesa del resoconto dell’ultima giornata scritto da una ospite veramente speciale, senza la quale non avrei potuto concludere questo reportage di una delle esperienze più belle per LCDV

a Venerdì!

 

In Bed With Valentina n°2 – Hayley Quentin

Oggi a letto con Valentina c’è una pittrice sorprendente, che ha conquistato il mio cuore con il suo lavoro eccezionale ed emozionante: Hayley Quentin, pittrice americana. Accomodatevi a letto – c’è spazio per tutti – e scoprite cosa ci siamo dette.

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La prima cosa che mi ha colpito quando ho visto il tuo lavoro è che tutti i tuoi ritratti sono maschili. Non è una cosa molto comune: come mai hai deciso di ritrarre solo uomini?

Ho iniziato a dipingere ragazzi quando ero studentessa alla Otis College di Arte e Design, ma io ho sempre amato il corpo umano e ricordo che fin da piccola, non avendo tanti esempi culturali o artistici di donne che dipingevano uomini mi sono sentita sempre strana nel desiderio di volerlo fare. In qualche modo ho dovuto accettare che questo fosse il mio personale e poetico punto di vista sul mondo e ho preso confidenza con tutto il piacere che traevo dipingendo questi soggetti. Studiare Belle Arti mi ha chiarito le idee su come volevo che la mia arte fosse e mi ha dato gli strumenti tecnici, pittorici e persino linguistici per arrivare precisamente alla mio scopo. Semplicemente, amo guardare gli uomini, vedere la loro bellezza, ricreare il piacere di guardarli attraverso il piacere nel dipingerli, forse addirittura unire i due, e moltiplicarli ancora tramite il piacere che l’osservatore ha nel guardare i dipinti.

Le figure nei tuoi dipinti hanno infatti una forza che sembra comunicare con l’osservatore. Gli uomini ritratti li conosci già o sono estranei? Come scegli i tuoi modelli?

Solitamente sono persone che conosco, alcune meglio di altre. Quando conosci qualcuno, diversamente dall’assumere un modello, c’è una relazione, pur piccola. Il grado di conoscenza con il ragazzo influenza l’agio suo e il mio; quanto possa essere scomoda la posa – anche se a me piace che le pose siano un po’ scomode -. Comunque, crescendo ed evolvendomi in quanto artista potrei cambiare il mio approccio, nel tempo.

Che significato hanno i colori che scegli di utilizzare?

Uso tantissimi colori posti non convenzionalmente, sebbene siano tutti colori che esistono davvero nella pelle o nel corpo. Inoltre i colori di William Turner mi influenzano tantissimo: i suoi lavori sono pieni di rossi e blu (e pochi verdi) che risuonano in me profondamente. Molto del mio lavoro per selezionare il colore è arduo, perché il processo non va di pari passo con il linguaggio: uso i colori intuitivamente. C’è qualcosa che sento nel corpo che mi guida nella scelta del colore. Mentre dipingo scelgo per istinto, per impulso. Utilizzo il colore per porre l’attenzione e per sessualizzare parti del corpo. Il colore è interconnesso con il soggetto, con la scelta del modello. Uso i colori strategicamente, voluttuosamente, per sedurre l’osservatore e indurlo a soffermarsi su ogni pezzo.

Qual è il processo dall’ideazione alla creazione di un dipinto?
Il concepimento di un corpo di lavoro può venire da diverse fonti: un pensiero prima di dormire, una linea di un libro; vedere qualcosa che stimola un altro punto di vista che è già presente nella mia testa; non è solo una fonte. Una volta che ho un’idea, ci penso su, capita anche qualche annotazione, finché non si rafforza in qualcosa di più solido. Lavoro dalle fotografie ed è un processo importantissimo per me: faccio molte foto in ogni sessione di posa e poi passo molto tempo rimuginando sulle foto prima di iniziare a dipingere. Amo questa sorta di rimozione della vera persona: favorisce un senso di attesa che io voglio tradurre nel pezzo finale. Per il processo di pittura, inizia tutto quando stendo la tela sul pannello per sostenere il peso dei colori ad olio che utilizzo. Questo è un lavoro intenso ma fondamentale per raggiungere la superficie che voglio per dipingere .
Ogni dipinto inizia con un disegno base. Uso un pennello colorato di blu per disegnare ogni pezzo (anche se i materiali sono cambiati, negli anni); poi creo una pittura di base con il blu ultramarino per catturare i limiti del pezzo e una volta asciugato vado di colore locale. I primi tempi facevo una smaltatura tradizionale, poi sono passata alla tecnica “alla prima”, qualche volta applico entrambe: mi piace utilizzare due tecniche apparentemente opposte. Mentre lavoro mi piace “ascoltare” ogni parte e intervenire dove è necessario. Una volta che il dipinto mi dà la sensazione che voglio (che è una cosa d’istinto), cerco di non ritornarci più.
La bellezza e l’eleganza del tuo lavoro rappresentano un’alternativa al personaggio maschile, cioè una liberamente fuori dalla cosiddetta “mascolinità tossica”. La carica erotica dei corpi maschili nei tuoi dipinti è uguale a quelli femminili, ma è inusuale vedere gli uomini ritratti in questa maniera, come una nuova narrazione della bellezza umana. Questo punto di vista ti appartiene?
Assolutamente sì. Quando ero più piccola non vedevo rappresentazioni del desiderio femminile tanto spesso, sia nella cultura pop sia nella storia dell’arte. Pensavo fossi strana io nel voler dipingere gli uomini. Prima ho scritto che frequentare le Belle Arti mi ha permesso di accettare ciò che desideravo: i miei pezzi sono un’esplorazione di ciò che significa essere una donna non in quanto soggetto dell’opera, ma in quanto creatrice. Ciò significa che da un creatore differente vengono fuori visioni di uomini differenti.
Da quali artisti trai ispirazione?
Per fare una lunga ma breve lista: Elizabeth Peyton, William Turner, Jenny Saville, Marlene Dumas, Nicole Wittenberg, Daisy Patton, Doron Langberg, Kris Knight, Claire Tabouret, Cecily Brown, Mark Tansey, Paul Mpagi Sepuya, Jen Mann, Maja Ruznic, Anthony Cudahy, Kaye Donachie; be’ potrei andare avanti chilometri.
A Febbraio 2019 hai avuto la tua esposizione personale “Myth”, da Ro2 Art. Quale è stato il concept di questa esposizione?
Ho lavorato sull’idea che la pittura è un’elaborazione del mito della profondità, volevo creare un mondo contenuto di piacere e artificio, dipingere questa illusione attraverso i colori eccessivamente saturati, con una giustapposizione piatta e una pittura di realismo scrupoloso e con cambi di sottigliezza e applicazione del pennello. Presi da soli, ogni elemento o rappresentazione della serie potevano essere credibili, anche per un momento. Era importante porre insieme questi opposti in un modo equilibrato sul filo del rasoio pur restando contemporaneamente seducente e invitante.
L’arte è sempre stata la tua passione?
Sempre e inequivocabilmente sì. Ho sempre disegnato, fin da quando ho memoria. Amavo osservare le persone e i corpi e scoprire come le facce cambiavano in determinate angolazioni; come potevo vedere le vene sotto la pelle. Sono stata fortunata nell’aver ricevuto sostegno per la mia creatività e di aver potuto frequentare dei corsi d’arte, lezioni di disegno incluse.
Come scegli i titoli per i tuoi pezzi e qual è la relazione con ciò che vediamo?
Un titolo non è la sintesi del pezzo, ma può essere una finestra su delle informazioni a riguardo, un riferimento il quale può dare un altro velo di significato che il lavoro prende. Per esempio per la mia serie “Love Is A Wild Computer” consiste in dipinti immersi di rosa, rossi e di mani che si toccano, timidamente. La combinazione con le parole quasi ha senso, ma non del tutto: il senso d’amore si annulla davanti all’intrusione della fredda, goffa parola “computer”. I quadri di questa serie provocano un senso di attesa e desiderio, con i corpi maschili come vascelli. Sembra un insieme di cose strane, ma quando combinate significano più di una sintesi delle parti.
Attualmente sto lavorando a una nuova serie intitolata “Intrinsic, Wicked“. Questo insieme è scuro, di malumore, con blu profondi e arancioni acquosi. Le parole sono state estrapolate dal libro di Richard O. Prum “The Evolution of Beauty” riguardo la selezione sessuale (precedentemente ho letto “Descent Of Man” di Darwin). Sono veramente dentro questo tema della bellezza come importante passo dell’evoluzione che però è anche contemporaneamente arbitraria. I pezzi di questa serie sono piccoli, come delle gemme e la loro oscurità può essere definita come “wicked” (cattiva), sebbene il contesto della parola viene da una nozione riguardo la selezione sessuale nell’evoluzione.
Quali sono i progetti futuri progetti che puoi svelarci?
Sto lavorando per rilasciare una stampa firmata e limitata, quest’anno. Condividerò la data sul mio profilo instagram e sul sito.