Scrivi L’Erotico – Marzo 2020

Giovane donna con zucca, 1889, Fausto Zonaro

Bianco

Considerava il bianco un colore scialbo, privo di carattere, ma si ricredette:
la vide andare verso di lui, la spallina dell’abito scivolò leggermente, rivelando la pelle diafana. Le mani troppo occupate e sorreggere la zucca non potevano corre a coprire quella sensuale nudità.

Il lungo abito bianco che l’avvolgeva la rendeva eterea, e lei, per il desiderio di raggiungerlo, ne sollevò la gonna.
I piedi nudi danzavano sul terreno, nonostante l’impedimento del peso che portava. La linea morbida delle gambe era appena percettibile tra l’ondeggiare della gonna, che copriva e mostrava.

Avrebbe voluto accarezzarle quelle piccole dita, una ad una, per passare alle caviglie, poi lentamente ai polpacci, e ancora più su, e ancora, e ancora. Avrebbe voluto scoprirla e farla sua, lì, sul prato.

Se era una creatura così armoniosa a portarlo, allora il bianco doveva essere proprio un bel colore.

Bella_


Prigionia

Venne il momento in cui fu necessario rivelarsi per ciò che veramente era, come altre migliaia di volte era successo nella sua storia millenaria di prigionia: il corpo di radici e terra, due ali sfibrate, due occhi rosso sangue, così come rossa era l’enorme radice calda che spuntava da mezzo le gambe.
Era pronto all’urlo di disgusto che avrebbe nuovamente rinnovato la sua condanna.

Avvicinando il grottesco volto arancione a sé, la donna sussurrò invece: “potrei davvero innamorarmi stavolta… demone”.

Le prime luci dell’alba, accanto a lui una zucca. Aveva rotto la sua maledizione: in una notte era riuscito a sedurre una donna fino in fondo, anche dopo aver mostrato il suo vero aspetto.
Finalmente libero, ma perché sentiva come se il suo cuore fosse rimasto nella zucca, insieme all’anima di quella donna?

Sollevata con fatica la zucca con il suo nuovo debole corpo d’umana, si avviò.

NotaDelRedattore


Stagioni

Arancione.
Tendo la mano verso quell’arancione intenso, tu inclini il capo.
Sì, la prima zucca d’autunno non può che sfamare altri appetiti.
Chi l’ha detto che carnale è maligno? Non può essere Male il bianco del tuo vestito…

Posso io impregnarlo d’arancione, mia Signora, Duchessa delle Campagne? Guidami tu nell’ombra del bosco, e camminando accarezzerò le foglie: guarda, le loro linee quasi ti somigliano.

Desideriamo che il nostro idillio sia lungo: ma quando giungerà l’inverno, mia Signora, tu non avrai potere su di esso, nessuno ne avrà.
Ci coglierà la neve, primi frutti di stagione, ansimanti nella terra. Eppure sarà ancora autunno.

Duchessa delle Campagne, vuoi tu giocare nella neve? Io sono il Marchese delle Zucche.

Monstera Minima


Flora

Il cielo era una tela bianca punteggiata di uccelli migratori. Nel silenzio della campagna in autunno, Guido ebbe l’impressione di sentire il frullare di quelle ali scure.Invidiava la leggerezza delle bestie.

“Vorrei scappare con loro, lontano”. Lontano dalle persone violente che aveva in casa e che era costretto a chiamare genitori.

Una brezza fredda gli accarezzava le guance, calmando le onde che si agitavano nella sua mente.Sentendosi osservato, si girò e scoprì la sorgente di quel gelo piacevole: una giovane avvolta in un vestito leggero.

Gli occhi che lo guardavano non appartenevano alla fanciullezza, ma a qualcosa di antico, divino. Guido deglutì nervosamente quando notò la zucca che la ragazza reggeva con grazia: un seno vegetale perfetto, virginale e al tempo stesso materno. Fece un passo.

Nessuno parlò, se non un vento leggero e, poi, i loro corpi. Guido volò via. Lontano.

Ottavia M. Corazza


La Notte Perfetta

Il suo morbido incedere lungo la terra umida non provocava rumore. Le pieghe della sua veste si sfogliavano nella brezza autunnale. Finalmente sentii che avrei scoperto il suo mistero. Mai una donna mi aveva messa in soggezione quanto lei. Poche parole, sguardo divoratore.

Dimmi cosa vuoi fare stasera, ma scelse lei. Mi raccontò di libertà e non-relazioni. La trovai bella, nonostante il dolore. Picchiettai le dita sul bicchiere. Vivitela, mi dissi. Mi prese la mano, pagai il conto.

Mi condusse lungo le scale di casa sua. Dove andiamo, le chiesi. Mi sentii tradita dalle mie stesse intenzioni. Ci ritrovammo a letto.

Il calore tra le mie gambe si irradiò lungo le sue. Ci rendemmo conto di aver paura. Nessuna delle due riuscì a raggiungere il climax. Ci guardammo.
Va bene così, dicemmo. Non chiudemmo occhio. Le toccai i capelli. Scrissi poesie d’amore.
La luce del mattino ci abbagliò. Sorseggiai un tè. Mi sorrise. Si mosse con torpore. La zucca del giorno prima era a terra, accanto ai suoi piedi. L’abito di nuovo bianco. Ti voglio, le ricordai. Mi avrai, sospirò.

Chiara Venuto


Scrivi L’Erotico è un’iniziativa mensile di scrittura creativa e fantasia erotica. Puoi spaziare dal porno all’erotismo soft, fino al romanticismo, purché ti attenga a delle semplici regole:
1. Il racconto breve deve essere di 900 battute, spazi inclusi;
2. Devi firmare il racconto (con il tuo nome o il tuo pseudonimo) e dargli un titolo;
3. Devi allegare un documento word;
4. Devi spedire tutto a lacameradivalentina@gmail.com

In Bed With Valentina n°6 – Senju

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Spero vi stiate rilassando quanta basta per godervi l’ultima intervista del 2019 nel letto più caldo di tutto il web, con un artista erotico grandioso: Senju! Dalla Svezia al Giappone, un artista che ha scoperto la sua passione per gli “shunga”, portandoci tutti in un viaggio attraverso le sue opere. Vieni a vedere più vicino!

Sul tuo sito la tua storia è raccontata chiaramente. La mia prima curiosità è: hai scritto che sperimenti con diversi strumenti e medium, dalla pittura alla fotografia. Quale di questi è il migliore, per te?

Ho provato davvero tanti modi per creare: da quelli occidentali più tradizionali, come la pittura ad olio o gli acrilici, fino alle matite e ai pennarelli.
Ho adorato sperimentare con i pigmenti tradizionali giapponesi e la carta Washi fatta a mano: è stata un’emozione completamente diversa (dipingere con lo stile giapponese è praticamente impossibile tramite i supporti occidentali).

Funziona così, per me: la combinazione delle cose, che fanno il totale.

Comunque, io ho sempre cercato di rivitalizzare e reinventare me stesso. Ho osato provare la pittura digitale sei anni fa e adesso è diventato il modo preferito di creare: utilizzo gli strumenti digitali spessissimo, come facevo con quelli analogici.
È stato difficile: ho dovuto decostruire un sacco di idee che avevo riguardo il fare arte e ho dovuto, inoltre, mettere su tutto il coraggio che avevo per pormi in maniera aperta rispetto questa cosa.

Nel panorama dei tatuaggi da cui provengo, per esempio, c’è una negatività parecchio forte riguardo la pittura digitale. Non è considerata “reale” e si pensa che usare il digitale comporti un tradimento, in qualche modo: ma il programma non ti fa mica dei favori o ti dà un qualche aiuto magico.

Penso che alcune persone ancora credano che i computer siano una sorta di scatola magica alla quale ordini cosa fare e loro la fanno. Se ponessero la giusta attenzione nel visionare quanta complessità richieda lavorare in ambito domestico, come mettere su un’email, per esempio, capirebbero la complessità della pittura digitale, la quale richiede molto studio e lavoro.

Passo facilmente centinaia di ore a dipingere, spesso anche di più, significa quindi che il digitale non è semplice: resta comunque l’artista che dipinge, tutto dipende dalla tua visione. È un continuo processo di apprendimento con ostacoli e svolte, esattamente come nella pittura analogica.

Dalla tua infanzia di bambino sensibile, attraverso la tua adolescenza punk, fino a ora: c’è una costante, nella tua vita? Se sì, come ti ha condotto agli shunga?

Penso la costante sia ricercare me stesso e chi io sia, cosa significa “realtà” e cosa si può fare per rendere la propria vita e il mondo dei posti migliori. Sono sempre stato guidato dalla stessa sete di progresso, di empatia e di amore.

Oggi direi che è sempre stata la stessa cosa… dipingere, disegnare, scrivere, fare fotografie e tatuaggi… ho sempre avuto le stesse cose in testa, la stessa visione. Ho cercato di applicare nuovi approcci e nuove tecniche, col fine di arrivare dove volevo.

È già di per sé una forma d’arte interrompere quello che sei abituato a fare e imbarcarti in qualcosa di completamente nuovo. Certo, molte persone che ho intorno spesso hanno difficoltà a stare dietro ai miei cambiamenti; qualche volta ho perso degli amici, a causa di questi processi. Ma non è una cosa per la quale aiutarmi, non mi posso fermare. Io devo andare avanti e devo cambiare.

Pensiamola così: l’universo cambia ed evolve ogni nanosecondo che passa. Quindi perché noi umani, animali come altri, non dovremmo farlo? È solo un’illusione pensare che non cambiare sia sinonimo di stabilità e sicurezza. Sul serio, non funziona così. Però ci hanno sempre insegnato questa “verità” da quando siamo piccoli e questa cosa ci martella nel profondo.

Esattamente come tutte le altre cose folli riguardo la sessualità, il mondo, l’amore, cosa è vero e cosa no, la religione: cresciamo credendo che la nostra realtà sia l’unica “reale” e quindi lottiamo tutta la vita per mantenere su il castello di carte, evitando che collassi. Invece lo fa, e noi ci nascondiamo dietro delusioni e illusioni.

È nostro dovere verso noi stessi ammettere tutto ciò e continuare a tirare avanti.

la camera di valentina
gyokumon

Sei diventato un “horishi”, un maestro tatuatore giapponese. Quale supporto è il più soddisfacente: la pelle o la tela?

La tela è molto più soddisfacente per me. La pelle è attaccata al cliente e limita le possibilità.

Ho lavorato con i tatuaggi per 28 anni, 20 di questi erano per il tatuaggio giapponese. Ora sono totalmente devoto alla pittura, ma ho ancora qualche cliente che richiede i tatuaggi.

I tuoi shunga sono molto moderni, sia nello stile sia nei soggetti: sono maggiormente femminili, a differenza di quelli degli shunga tradizionali. Perché?

Semplicemente, penso dipenda dal fatto che non amo ritrarre gli uomini. Mi piace dipingere peni, ma gli uomini, nella loro interezza, non sono granché poetici. Recentemente ho iniziato a sperimentare con tematiche gay e la cosa è cambiata un pochino, chissà come andrà in futuro.

Devo far combaciare i temi con cose che trovo interessanti e ardue: ho qualcosa da dire e ci provo finché non trovo il modo migliore di esprimerla nel visuale.

La sessualità è intrisa di idee riguardanti cosa sia “normale”, cosa eccitante, sporcacciona, eccetra.
Per prima cosa esploro queste idee per conto mio e creare un’opinione a riguardo. Copiare gli shunga del periodo Edo non avrebbe molto senso, dal momento che quel periodo non è il “qui e ora“.
Però le idee occidentali sul sesso sono minate da un immaginario che passa come “sessuale” in maniera limitante.

Nella realtà, ciò che eccita è sempre qualcosa in più di due (o più) persone nude che stanno scopando. Tutte queste idee servite dall’industria porno – o dalle credenze religiose, devono essere messe in discussione parecchio prima di poterle definire “reali”.

Ci sono domande che aleggiano nella mia testa, quando lavoro, del tipo: se ci illudiamo di poter definire la normalità, che ce ne facciamo di etichette tipo “etero”, “gay”, “lesbica”, o “bisessuale”? Abbiamo davvero bisogno di queste etichette? Perché, piuttosto, non ci limitiamo a definire ciò da cui siamo attratti, come normale? Perché dobbiamo costantemente definire tutto tramite etichette? Perché chiamiamo la masturbazione in questo modo, differenziandola dal resto del sesso? Perché non la chiamiamo “sesso”? Cioè quando siamo con gli altri facciamo sesso, ma da soli diventa in qualche modo qualcosa di meno valido.

Anche l’eccitamento non sempre ha a che fare con la sensualità, ognuno ha un modo tutto personale. Tutto ciò che chiamiamo “feticismo” (altra etichetta) è personale e spesso non c’entra con il mondo sessuale.

Alcune cose sono intrecciate, mescolate e forse il sesso è solo una tra le urgenze primarie che abbiamo, quindi alcune delle situazioni più disparate, delle difficoltà o dei problemi che potremmo avere cerchiamo di risolverli attraverso questo.
Quando fai del sesso spettacolare il tempo si ferma e tutte quelle piccole cose che ti preoccupano spariscono immediatamente.

Deduco che il sesso più intimo e profondo somigli un po’ allo Zazen (la meditazione zen): denuda la realtà da tutte le cose strane con cui l’abbiamo vestita e ce la fa vedere per quella che è.

la camera di valentina
Kuchidzuke

Qual è la risposta del pubblico, davanti alle tue opere?

La maggior parte delle persone che vede la mia arte (quando io sono lì ad ascoltare) reagisce davvero positivamente. Questo mi rende felice e significa che, quantomeno, le cose le faccio un pochino bene. Anche quando dipingo cose che potrebbero lasciare di stucco, la reazione è sempre positiva.

Forse è il modo in cui vedo il mondo erotico? Non amo la violenza o i giochi di potere, cerco di tenermene alla larga nelle rappresentazioni. Dipingo ambientazioni che mi affascinano o mi piacciono. Qualche volta dipingo soggetti omosessuali per sfidare me stesso, per dimostrare che posso andare oltre l’idea di “normale”.
Focalizzo sull’attrazione, l’intimità e l’eccitamento e sugli elementi di piacere.
Mi interessa includere tutti gli aspetti positivi dell’erotismo, anche se per mia esperienza non ho mai fatto sesso con un uomo o provato il bondage.

Voglio che le persone vedano l’aspetto positivo dell’intimità. Non importa chi sta facendo sesso con chi, fintanto che rispecchino le parti positive dell’essere umano.

Qualche volta ricevo risposte stupide se, per esempio, espongo in un Tatoo Convention. Quello è luogo di persone eterogenee , fatto per attrarre diversi tipi, capita che il mio lavoro non piaccia. Spesso sono gruppi di ragazzi – scommetterei che la loro intimità e i loro sentimenti non sono mai discussi – e spesso uno di loro indica una mia opera esclamando “guarda, una topa!”, come se non ne avessero mai vista una.

Mi fa molto ridere la palese insicurezza di questi gruppi di uomini – non che l’insicurezza sia qualcosa di cui ridere: sono le radici per cose brutte come la misoginia e l’omofobia. Solo che loro pensano di essere tanto fighi e con il controllo su tutto, in quanto uomini, per poi scappargli di bocca un “guarda, una topa!”, come se sgusciassero fuori dai loro pantaloni in un attimo.

Quindi sì, le reazioni sono definitivamente positive.

Hai scritto sul blog che, esattamente come gli shunga del periodo Edo, anche quelli tuoi estinguono la tua “sete di intimità”. È ancora così o soddisfano altro, nella tua vita?

Gli shunga del periodo Edo sono stati creati principalmente come aiuto visivo per gli uomini giapponesi durante la masturbazione. Edo (oggi Tokyo) era una città con numerosi uomini single, operai soprattutto.

Esisteva la prostituzione, certo, ma in pochi potevano permettersi un servizio, addirittura non sempre era considerata un’opzione. Quindi la masturbazione era una gran cosa (così come oggi, e va bene). Gli shunga non solo quindi estinguevano il bisogno fisico, ma supportavano le fantasie. Molti shunga ritraggono scene tra marito e moglie, o tra fidanzati: ciò che non possiamo avere ci eccita maggiormente, in quel caso era una normalissima vita domestica, e di queste scene ne erano pieni.

Per quanto mi riguarda, in quanto pittore di arte erotica, sì, soddisfano molte delle mie seti. Inoltre, mi hanno aiutato a vedermi in maniera più vera e accurata e mi sono liberato di alcune idee ed emozioni costrittive.

Se si lavora costantemente con l’erotica si scopre che troppe cose vengono date per scontate in quanto “normali”, per ciò che riguarda il sesso: quanto spesso serva fare sesso, o come serva essere eccitati per stare bene; molte persone pensano che fare sesso tante volte sia il modo “normale” di fare sesso e se non succede, è un problema.

In quanto artista, ho un mucchio di cose che mi soddisfano al pari del sesso: dipingere, leggere, bere del buon vino, avere belle conversazioni, ecc. Una volta che separi un elemento che ti eccita da tutti gli altri e crei un tutt’uno, la vita diventa più piena e reale.

Penso al sesso tutto il tempo, ma non come qualcosa a cui porre una fine, per il raggiungimento di un orgasmo, ma come aspetto vero del cuore umano. Può essere così tante cose; ogni volta che dipingo è come se facessi sesso.

la camera di valentina
Haru

Quali artisti, giapponesi e non, ti ispirano?

Oh, ce ne sono così tanti! E di questi, tante cose diverse mi ispirano. Meglio che dica di impulso una lista disordinata:
Katsuchika Hokusai, Kawanabe Kyosai, Kitagawa Utamaro, Yamaoka Tesshu, Ito Jakuchu, Tsukioka Yoshitoshi, Uemura Shoen, Hashida Shunso, Ikenaga Yasunari, Tetsuya Noguchi, Miho Hirano, Beni Kochiji, Yuji Moriguchi, Toshiyuki Enoki, Masaaki Sasamoto, Reiko Yamasaki, Gustav Klimt, Alphonse Mucha, John Williams Waterhouse, John Singer Sargent, James McNeill Whistler, Van Gogh, John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti, Caravaggio, Carl Larsson, Hilma af Klint e molti altri.

I social network ti hanno aiutato o complicato nel condividere i tuoi lavori?

Bé, instagram è stato, ovviamente, molto importante per me. Senza sarebbe stato difficile riuscire ad andare oltre i tatuaggi.

D’altra parte, instagram ha queste strane regole moralistiche riguardo l’arte che mi fanno temere per la cancellazione del mio account, costantemente. Mi è capitato di avere post cancellati e di essere sotto shadowban. Queso ostacola la mia possibilità di avere nuovi follower: meno follower significano meno possibilità di vendere il mio lavoro, il che è un problema dato che ho una famiglia.

Ho provato a censurare leggermente le mie opere, ma non è divertente e i follower non apprezzano. Credo quindi inierò a pubblicizzare il mio account backup, per sicurezza.

la camera di valentina
Fuukou

Scrivi anche, parecchio. Pittura e scrittura sono collegate?

Mi piace scrivere, ma lo faccio per me, maggiormente. Scrivere è anche un modo per comunicare la natura dei miei dipinti agli osservatori: credo di poter cambiare il mondo, così. Può risultare pomposo e futile, ma io ho fede nel fatto che tanti piccoli cambiamenti possano portarne a uno grande.

Se voglio dimostrare come la mascolinità e la cultura maschile vedano e trattino le donne, ho una grande opportunità dalla mia, utilizzando pitture e parole. Amo questa combinazione: tutti i cambiamenti vanno fatti passo per passo. Mi considero molto femminista, credo che le tematiche dei diritti mancanti delle donne rivelino il nucleo di quasi tutto ciò che è sbagliato.

Solitamente mi ritrovo un sacco di merda addosso da parte degli uomini, nel dire queste cose, ma c’è la cultura maschile in quasi tutte le cose brutte del mondo e dobbiamo riassettare un equilibrio affinché le cose si sistemino. Solo gli uomini possono cambiare se stessi.

Tra l’altro, c’è una tendenza nella cultura maschile nell’ascoltare solo ciò che dicono gli uomini. Mi sembra dunque doveroso, come uomo, di dire agli altri uomini in che direzione andare per creare un mondo migliore per tutti.

Quali progetti futuri puoi anticiparci?

Adesso sto lavorando per un’esibizione che farò a Tokyo, a Dicembre. Sono davvero eccitate e ovviamente anche molto preoccupato.

Sto riflettendo molto, inoltre, su dove andrà il mio lavoro, in futuro, in che direzione. Mi piacerebbe indagare le tematiche omosessuali e transessuali. Non mi interessa dipingere roba di peni e vagine e basta, penso sia questa la differenza tra porno ed erotismo: l’intenzione dell’immagine, non ciò che v’è ritratto: puoi dipingere il sesso anale duro con una grafica molto forte e comunque creare dell’arte erotica.

In Bed With Valentina n°5 – Davide Zamberlan

Lo conoscerete di certo e se non lo conoscete, bé: siete nel lettone giusto! Davide Zamberlan, illustratore e vignettista è l’ideatore della coppia più famosa dell’instagram. Scopriamo insieme la sua storia.

Da quanto tempo disegni?

Beh, questa domanda ha due possibili risposte, dipende se intendi professionalmente o anche solo per passione.
Per il lavoro idealmente prendo come data di partenza il 1999, quando sono diventato freelance e ho puntato di più sull’illustrazione rispetto alla grafica (che era la mia professione fino a quel momento).

Ma da che ho memoria ho sempre disegnato, prima della scuola, frequentando il liceo artistico ovviamente, nelle pause pranzo a lavoro… sempre.

Ci sono altri artisti da cui trai ispirazione?

Disegnare è un mestiere che si impara “rubandolo” a qualcuno quindi inevitabilmente sì ci sono tanti artisti da cui prendo ispirazione, chi per una cosa chi per l’altra, e l’elenco sarebbe lunghissimo quindi per non far torto a nessuno non farà nomi. Amo particolarmente gli autori che come me privilegiano la linea, il segno idealizzato e, anche per motivi anagrafici, l’estetica orientale importata da anime e manga.

Su Instagram hai due profili: uno è @_daza_art e l’altro è @bea_and_gio. Nel primo pubblichi vignette e sketches di vario genere con uno stile fumettistico molto interessante: è stato il tuo primo approccio ad un pubblico?

No, bazzico la rete da molto tempo. Ho visto nascere i social militando tra i ranghi della “Stagione delle Blogstrip” (da cui proviene un fenomeno fumettistico di oggi come Sio), quando i blog erano il nuovo del web che spodestava i siti tradizionali, e piattaforme come Splinder erano l’FB di oggi.

Sembra di parlare di secoli fa, ma i tempi della rete sono velocissimi. Ho creato il profilo @_daza_art per tutto ciò che mi andava di condividere che esulasse per stile e tematiche dal progetto di Bea&Giò (il cui profilo è nato prima), illustrazioni in particolare ma anche tutto il resto.

Infatti il tuo progetto più celebre è Bea&Giò: raccontaci com’è nato.

Come penso capiti di fare ad ogni artista, anche con la “A” minuscola come il sottoscritto, ci sono dei momenti in cui cerchi di rinnovare il tuo stile, di superare la comfort zone.

Due anni fa in uno di questi momenti sono nate Bea&Giò. In realtà col senno di poi mi sono accorto che da tempo stalkeravano la mia immaginazione proponendosi sotto forme diverse. Ad esempio nel mio albo antologico di fumetti “Intermezzi” pubblicato con la Tunué compariva già una coppia di ragazze protagoniste della storia romantica “Mio Bel Capitano”.

In ogni caso quando sono nate me ne sono innamorato perdutamente. E nel mio piccolo Bea e Giò sono diventate come i Peanuts per Shultz, Corto per Pratt, Valentina per Crepax. Ho deciso di farne le protagoniste della maggior parte se non totalità dei miei progetti fumettisti futuri.

Le due donne sono modelle esistenti oppure soggetto di tua immaginazione?

Non esistono due modelle reali di riferimento, ma immagino che anche involontariamente abbiano incorporato aspetti di donne reali e non che ho conosciuto o solo visto. Aspetto fondamentale, nella loro realizzazione, che ho voluto raggiungere era una bellezza che, pur col segno idealizzato che caratterizza il mio disegno, non fosse a sua volta ideale ma più “reale”.
Ecco che ad esempio Bea è sovrappeso con gli occhiali e un seno ingombrante (proprio come piace a me!).

È stata una piccola/grande soddisfazione quando più di una lettrice si è in qualche modo riconosciuta nell’una o nell’altra.

Come mai hai scelto una coppia di donne in una relazione amorosa?

È un discorso un po’ lungo che ho affrontato nel “manifesto artistico” di Bea&Giò sulla loro pagina FB, ma brevemente: il primo motivo è che c’era la voglia di riprendere coi fumetti delle tematiche che per vari motivi avevo già affrontato: sex positivity, body positivity, uguali diritti per tutti.
Per veicolarli una coppia lesbica offre più possibilità perché è doppiamente discriminata: come omosessuali anche, appunto, come donne.

Il secondo motivo è perché disegnare donne mi piace di più, è più divertente e mi riesce meglio.

Infatti, trovo affascinante il modo in cui affronti questi temi. Da quando hai condiviso questo progetto con tutti e tutte, hai avuto difficoltà nel riscontro con il pubblico?

Diciamo solo che quello che vedi adesso è in realtà il terzo profilo su Instagram di Bea&Giò perché due sono stati cancellati su segnalazioni.

Ma ho avuto anche molte soddisfazioni, in particolare il fatto che i personaggi piacciano alla comunità LGBT (Bea&Giò sono state anche tra i testimonial del Pride della mia città), cosa non scontata non facendone io parte.

Dimostra come “love is love” non sia solo uno slogan ma una realtà e che molte delle dinamiche delle relazioni di coppia sono comuni a tutti indifferentemente dal genere e orientamento sessuale.
Quello che serve è solo la sensibilità e disponibilità a riconoscerle.

Come sai la ‘Valentina’ di questo blog non sono io, bensì quella di Crepax. Sorge spontanea quindi la seguente domanda, ritrovandoci ‘tra parenti’: quanto sono andate oltre Davide le tue due eroine? E quanto vi state scambiando, a livello di crescita?

Sono diventate, per me, proprio come Valentina per Crepax quindi lo scambio e la crescita sono enormi, sia artisticamente che umanamente. Mi hanno permesso di affrontare nuove temi e forme di espressione, ma anche di conoscere e frequentare nuove persone e realtà. Sono quasi vive… però io sono molto “geloso” di loro e per questo non so se Bea&Giò siano andate “oltre” me.

Mi piace pensare invece che ci sia sempre con loro una importante parte di me e la portino anche dove io non posso arrivare.

Parli molto anche di censura. Ma da creativo: com’è la tua esperienza sui social, contraddizioni a parte, per divulgare tematiche erotiche?

È un po’ dura, oltre ai profili cancellati di cui ho detto sopra ho subito blocchi su FB e censure su praticamente tutte le piattaforme. Quello che fa più rabbia è la palese ipocrisia dietro questo atteggiamento.

La scusa è che le community guidelines servono a rendere i social “posti sicuri” per tutti, ma non c’è neppure la metà dell’energia spesa nel cancellare nudi per contrastare inserzioni truffe, ad esempio: quelle portano soldi. Per non parlare dell’odio, la delazione anonima e altre cose non “sicure” che abbondano sui social.

Per questo tra le serie a tema ne ho fatta una in cui Bea e Giò rivisitano opere artistiche (dalla “Nascita di Venere” di Botticelli al “Le Violon d’Ingres” di Kiki De Montparnasse) con lo slogan Art never follows Community Guidelines.

Non mi nascondo comunque che buona parte del pubblico non è interessato ai messaggi tra le righe veicolati da Bea&Giò ma si limita ad apprezzarne il nudo e la sensualità.

È fisiologico, mandi un messaggio a 1000 per raggiungerne 100 o 10. Va bene anche così. Almeno godono di un prodotto di un erotismo alternativo e positivo. Guardandomi attorno vedo che ci sono molti altri artisti che sposano questa idea.

Evidentemente era una sensibilità e bisogno che si sentiva nell’aria, forse anche proprio a causa dell’oppressione bigotta dei social e dei tempi, di cui in fondo sono un riflesso.

Ci sono progetti futuri che puoi anticiparci? Dove ti piacerebbe che arrivassero Bea e Giò?

Ovviamente dominare il mondo BUAHAHAHAHAHA! (risata malvagia)
A parte gli scherzi, mi rendo conto che un progetto come Bea&Giò non può aspirare ai risultati di un fumetto mainstream ma mi piacerebbe vederlo ancora crescere. Ottenere ulteriori sostenitori su Patreon che mi aiutino a dedicare tempo al progetto a fronte di un ritorno economico anche minimo.

Nel breve periodo mi sto preparando all’Indecentber 2019, la challenge (un disegno a tema ogni giorno del mese) che ha visto esordire Bea e Giò nel 2017.
Mentre ho intenzione a gennaio di partire con la realizzazione di un secondo webcomics più lungo dopo la bella esperienza di ESP pubblicato sulla piattaforma online OhJoySextoy.com
E poi si vedrà…

Grazie Davide, in arte DaZa. Come sempre, a seguire un assaggio dei lavori dell’artista che potrete trovare nei siti e nei social citati lungo tutto l’articolo. Buona visione!

la camera di valentina
Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa

In Bed With Valentina n°4 – Joka

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Oggi nel lettino di Valentina c’è un pittore iper-puntinista veramente fuori dal comune: Joka. Leggiamo insieme la sua storia e la sua arte.

Da quanto tempo dipingi?

In maniera professionale, o con questa intenzione, dal 2004. Dopo essere stato licenziato dal vecchio lavoro, avendo scoperto da poco il mondo del pop-surrealismo, ho deciso che esporre nelle gallerie quadri di questo genere era lo scopo che avrei voluto raggiungere. Prima mi cimentavo molto, producendo dei quadri eclettici, di vario stile, ma senza nessuna reale direzione o intento, perché non avevo frequentato scuole d’arte e quindi non avevo mai preso decisioni a riguardo.

Cosa ti ha portato all’iper-puntinismo?

La maggior parte dei puntinisti usano i pennelli o le penne; quando ho aggiunto a questi altri strumenti (gli stuzzicadenti, nel mio caso), utilizzando diversi colori, ho spinto l’idea di puntinismo a un livello, per qualcuno, impensabile.

Ci sono degli artisti dai quali trai ispirazione?

Di questi tempi, con tutti gli artisti che girano in questo ethos, ho perso il conto di quelli che seguivo, non riesco a stare dietro la massa ormai. Però è di ispirazione qualunque artista viva intensamente il lavoro che fa.

Hai scritto che il puntinismo è una sorta di meditazione, per te. Funziona per la vita di tutti i giorni o solo per il processo creativo?

È sicuramente la carica di cui la mia vita ha bisogno per avere una direzione e un focus. Programmare un obiettivo (l’opera d’arte, in questo caso) e muovermi affinché sia compiuto è una specie di disciplina che senza esso mancherebbe.

I soggetti delle tue opere creano come un “collage”, un effetto visuale assurdo, anche erotico, in alcune. Pensi che questo sentore surreale aiuti a comprendere l’erotismo nei suoi diversi aspetti?

Penso che l’assurdo re-contestualizzi l’erotico per renderlo più artistico e aperto a una moltitudine di interpretazioni, altrimenti sarebbe solo noi, corpi. 

La tua campagna di “Censor Art” è profondamente significativa. Concordo con te quando scrivi “l’annacquamento o la censura di cose tanto universali quanto il corpo umano sono controproducenti per l’arricchimento delle arti”. Come si spiega, secondo te, questa regressione al “pudore”, oggigiorno? Perché è così difficile avere a che fare con i corpi e la nudità nei nuovi media?

Trovo, sfortunatamente, che tutto sia ridotto nelle mani delle entità corporative, timorose che i loro prodotti siano danneggiati da qualcosa che pochi ritengono inappropriata, escludendo una parte dei loro clienti, così come alcuni di noi hanno paura di certe parti del corpo. Penso che la nudità, in tutte le sue forme di intrattenimento, sia molto più accessibile, oggi, grazie a internet.

Il progetto “Censor Art” vuole puntare un faro sull’ipocrisia di queste piattaforme che dicono quanto sia giusto coprire un nudo, che abbia l’intento di essere erotico, con tre punti strategicamente posti, ma un’opera d’arte che abbia come scopo quello di suscitare emozioni è oscurata perché magari mostra un capezzolo.

Io censuro con la mia arte a puntini, piuttosto di lasciare fare a un algoritmo che mi oscura l’opera dagli occhi delle masse perché potrebbe contenere materiale adulto.

Infatti, la censura che tu fai in realtà risalta i corpi e che davvero diventano più evidenti. Credi che sia per quell’effetto di “vedo non vedo” spesso utilizzato nell’erotismo, o per qualcos’altro?

Ci sono poche cose in più con le quali abbiamo familiarità oltre le forme umane, quindi persino una silhouette si riconosce immediatamente e nel mio caso la metto in evidenza con tanti colori.

Comunque, lasciare via libera all’immaginazione implica anche un coinvolgimento erotico e dunque a qualcosa più desiderabile.

Parlando dei nuovi mezzi: la tua arte è un lavoro manuale, tangibile. In quanto creativo, cosa ne pensi di queste due “scuole”, quella “analogica” e quella digitale? Possono coesistere e supportarsi oppure no?

Vivendo dipendenti da questo mondo digitale in cui siamo adesso, il svilupparsi di un regno dell’arte digitale è inevitabile. I bambini prima o poi creeranno arte direttamente su questi dispositivi, senza usare più supporti fisici. Comunque sia, sono parecchio della vecchia scuola e vorrò sempre un prodotto tangibile.

Le riproduzioni sono fighe, ma avere quel pezzo d’arte unico-e-solo per me ha molto significato: è come avere il pezzo direttamente dall’artista e non credo che l’artista digitale possa dire lo stesso.

Cos’è quell'”immaginario nostalgico” di cui parli nella tua “about“?

Mi piace usare un sacco di immagini vintage e rielaborarle in chiave moderna. Molto di quello che utilizzo proviene da vecchie riviste che ho collezionato.

“Censor Art” è l’ultimo dei tuoi progetti. C’è qualcos’altro che puoi anticiparci?

Con questa serie ho iniziato diverse cose, ma per il prossimo futuro nulla di più è programmato. Mi piacerebbe lavorare più in grande, ma sto studiando la logistica. Questo progetto è stato accolto davvero molto bene e credo abbia una rilevanza di questi tempi, quindi continuerò a svilupparlo in tutte le sue possibili vie.

Grazie Joka per aver preso parte in questa intervista, trovate i link al suo sito e al suo instagram nell’articolo.

 

In Bed With Valentina n°4 – Joka (ENG)

Today in Valentina’s bed there’s a great hyperpointillist very uncommon: Joka. Let’s read together about his story and art.

 How long you been painting?

“Professionally”, or with the intent to be, since about 2004. After I was laid off from a job, and having just discovered the pop-surrealism genre of art, I decided that showing paintings in galleries of that vein is what I wanted to pursue. Before that I dabbled a lot and made eclectic paintings of varying styles but with no real direction or intent, because having not gone to school for painting I never had to decide on any of those. 

What did you bring to hyperpontillism?

Most pointillists use a brush or a pen, so incorporating a different tool (toothpicks in my case) and using many colors, I pushed the idea of pointillism into a realm that maybe some hadn’t thought possible. 

Are there any artists you take inspiration from?

These days with so many artists swirling around in the ethos I’ve lost track of a bunch that I used to follow, and just can’t keep up with the masses anymore. But any artist living strictly off the work they’re making is an inspiration to me. 

You wrote that pointillism is a sort of meditation. Does it work for your daily life or just in the creative process?

It is definitely the outlet that my life needs to have direction and focus. Setting a task (the piece of art) and then following through with completing it, is a kind of discipline that would probably be lacking otherwise. 

Subjects of your works always make a sort of “collage”, absurd visual effect, even the erotic ones. Do you think a sense of surreal helps understand eroticism in its different aspects?

I think it re-contextualizes it to make it more artistic and up to a multitude of interpretations, because otherwise anything “erotic” is just us being humans. 

Your campaign of “Censor Art” is deeply effective. I totally agree when you say “the watering down and censoring of something as universal as  human body is counterproductive to the enrichment of the arts”. How do you explain, in your opinion, this regression into “shyness” nowadays? Why is it so difficult to concern with bodies and nudity in art within new media?

Unfortunately I think it all boils down to corporate entities being afraid to taint their product with something that a few might seem inappropriate and then excluding part of their customer base, as well to us all being afraid of certain body parts.

I think nudity, in all forms of entertainment, is more accessible these days than ever before thanks to the internet. The Censor Art Project is meant to shine a light on the hypocrisy of platforms that say it’s ok to cover up a nude image, meant to be erotic, with three little strategically placed dots, but a piece of art, meant to elicit other emotions, is restricted just because it shows a nipple. 

I’m censoring WITH my dot art, instead of having an algorithm exclude it from the masses because it might be deemed adult content.

The “censorship” you do is actually a way to highlight bodies, and it really works as that. Do you believe is because of that “hide and seek” effect that is often used in erotic art or there’s another reasons?

There’s little else that we are as familiar with as the human form/features, so even a silhouette is immediately recognizable, and I’m highlighting that in a colorful way.

Leaving things to the imagination though does tap into ones erotic mindset, and leaves more to be desired.  

Talking about new media: your art is a manual, tangible work. As a creator, what do you think of these two “schools”, the digital and the “analogic” one? Could they really coexist and support each other or not?

Living in the digital reliant world that we do now, the digital realm of art is inevitable. There will probably be kids soon that only ever make art on a device, never using any solid materials.

I’m pretty old school though, and will always want a tangible product. Manufactured reproductions are cool, but having the one-and-only of an art piece really means something to me.

It’s gives you something directly from an artist, that I don’t feel a digital artist is able to convey the same way. 

What is the “nostalgic imagery” named in your “about” page?

I like to use a lot of ‘vintage’ references and re-appropriate them to modern times. A lot of what I use comes from actual older magazines that I’ve collected.

“Censor Art” is one of the latest project you’re working. Is there any else you could anticipate?

I’ve started a bunch of different series within the project, but nothing else planned in the foreseeable future.

I’d like to work bigger, but am still figuring out the logistics of that. This project has been received very well, and I think it’s relevant to the times, so I’m going to stick with it until I’ve exhausted all its avenues.

 

L’erotismo in Félicien Rops: francamente pornografico

la camera di valentina
Félicien

Félicien Rops appartenne al movimento dei simbolisti nell’arte, ma in maniera bizzarra: non andava poi così per il sottile, nelle sue opere. Ve lo voglio raccontare perché è incredibilmente attuale nel modo di affrontare la pornografia e il sesso.

Come sapete non mi interessa spiaccicarvi solo nozioni biografiche né ho la presunzione di potervene somministrare di didattiche, perciò eccovi una carrellata veloce di dati essenziali:
Félicien Rops nasce nel 1833 e muore nel 1898; pittore e incisore belga, ereditò da Daumier la passione per le caricature satiriche e infatti collaborò come litografo in diverse riviste, “Le Crocodile”, per citarne una. Lavorò stabilmente a Parigi dove fondò la “Societé Internationale des Aquafortistes” (l’acquaforte è una tecnica di incisione).

Rops fu un simbolista altamente scorretto, volgare oltremodo. Ma fu proprio il suo accento satirico-satanico a caratterizzare il suo lavoro e a distinguerlo dagli altri simbolisti.

autoritratto satanico, 1860

Prima, però, di inoltrarci su Rops è giusto che vi apra una finestra su quell’affascinante e libidinoso movimento che è stato il Simbolismo: genitore dell’Art Nouveau, pur essendo vicino alle rivoluzioni artistiche effettuate dall’Impressionismo e dal Divisionismo, si contrappose marcatamente a queste, poiché mentre il primo trovava una via di fuga dalla fotografia e il secondo invece ci si tuffava dentro con interesse scientifico, il Simbolismo puntava a rappresentare l’immateriale tramite la materia; mentre quindi da una parte si allargava e prendeva piede il materialismo positivistico e quella fascinazione per la macchina tecnologica che avrebbe preso il sopravvento per tutti gli anni ’20 e ’30, i simbolisti – artisti e letterati – desideravano andare oltre la sola restituzione ottica dei fenomeni sensibili.

Il Romanticismo già attuava questa ricerca, ma con quella malinconia e nostalgia del passato che non necessariamente interessava a questa “arte ideista” che invece prendeva pieghe a volte inquietanti, a volte beate.

Soggetti a tema etico e religioso sono presenti tramite l’allegoria, compagna fedele del simbolista; soggetti storici, mitologici e leggendari e soprattutto Lei, la famigerata Femme Fatale, la donna angelo, la donna diavolo: è questo il periodo dove fioccano le Salomé, le Cleopatra, le Eva, le Dalida, le Giuditta, le Pandora, le Elena, le Medea, le Medusa e le sirene.

Ed è con le mani nelle loro mani che voglio condurvi a Rops che a differenza di molti altri simbolisti abbandonò il sogno e l’evasione per immergersi nella realtà con il coraggio che forse solo gli espressionisti fecero dopo di lui.

Félicien Rops fu un artista boccaccesco. Mentre tutti i simbolisti usufruirono delle allegorie per dare un qualche insegnamento morale che tendesse ai grandi valori del passato, lui approfittò di questa simbologia non per viaggiare indietro nel tempo, bensì per sbattere la realtà dell’oggi in tutta la sua verità, scomoda e un po’ sgradevole. Mutò, insomma, una caratteristica della simbologia in ironia, fondendo una nuova identità di allegoria: la satira. Che cos’è, d’altronde, se non un simbolo, un qualcosa che rimanda a qualcos’altro?

Questo lo rese – e lo rende tutt’ora – un simbolista sui generis: tutti, da Odilon Redon in pittura a Paul Verlaine in poesia, evadevano. Lui no, lui restava.

L’altra caratteristica che lo distinse e lo attualizza è l’uso della pornografia. L’erotismo e la sessualità sono sempre stati presenti nel Simbolismo, essendo due sfere dell’intimo e del mistero che mantennero il loro fascino sull’intangibile, ma la schiettezza con la quale Rops trattò l’argomento non ha eguali.

L’unico accenno più allegorico se lo permise con Lei, la Donna, ma in maniera decisamente “ropsiana”.

Tutte le donne precedentemente citate avevano, in quanto fatali, la grande mansione di ricordare a cosa l’uomo andasse incontro incombendo nelle loro tentazioni. Rops subì il fascino di questa tema fintantoché potesse traslarlo ai suoi giorni; la donna fatale non era un archetipo, ma una sua coetanea e così doveva rappresentarla.

Pornokrates, 1896

In quest’ottica “Pornokrates”, 1896 si colloca in un esperimento rivoluzionario per quei tempi preceduto, in bellezza e denuncia, solo da “Olympia” di Manet. La composizione dice “allegoria” a prima vista, ma quale? Una donna bendata è guidata da un maiale, lei sfoggia i suoi accessori da ricca altolocata mentre cammina su una passerella di marmo sotto la quale, scolpite in un bassorilievo, sono rappresentate le vecchie arti.

La pornocrazia non è un concetto inventato da Rops, ma è la definizione che gli antichi greci diedero al potere attuato dalle prostitute sui politici, usando il loro sex appeal, per raggiungere uno scopo personale.
Il simbolista Rops prende quindi il tema della lussuria e del potere sessuale femminile non per farne un monito, ma una denuncia attuale: il nudo infatti non è “antico” né scarno, ma arricchito dagli accessori di una moda incastonata in un’epoca, inconfondibile.

Pornokrates sfuma il contorno della simbologia allegorica per darle un tono satirico e quindi di denuncia. Il corpo della donna rimanda a qualcos’altro, ma diventa estremamente più familiare, meno astratto; reale, dunque ancora più difficile da digerire, più oltraggioso, una critica impossibile da ignorare.

Con la Pornocrate si concretizza quell’allegoria di stampo satirico, politico e sociale che solo con Olympia, un’altra prostituta, è stata possibile. Questa dissolutezza era accettabile nella Classicità, con nudi rappresentanti vecchi déi, baccanali e compagnia bella; così diventa talmente tagliente che i feriti non possono che gridare allo scandalo. E scandalo fu.

Da una parte Félicien Rops rivoluziona la rappresentazione femminile dandole semplicemente contesto: una donna forse è cattiva, sì, ma rimane una donna, senza astrazioni; la pornografia non deve essere pretesto per raccontare dell’altro, ma basta a se stessa per raccontarsi, perché nella carne c’è anche lo spirito e non è sempre detto sia santo. In questo senso questo acquafortista è “francamente pornografico”, come lo definì la storica d’arte Edith Hoffmann. Non un artista facile, certamente.

Egli fu estremamente democratico nell’attenzionare il pudore di tutti, indistintamente: uomini e donne non importa, Rops li ha denudati nella maniera più spietata.

Nelle sue illustrazioni per “Les cents légers croquis sans prétension pour réjouir les hônnetes” (i cento bozzetti leggeri senza pretesa per intrattenere gli onesti e niente, io mi fermerei qui) del 1878-81, e anche per “Les Sataniques” del 1882, ci sono delle esplicite scene di sesso che non lasciano spazio all’immaginazione.

Croquis, La canzone del cherubino
Le Sataniche, Il Calvario, 1882

In questo caso, però, la contemporaneità è lasciata alle spalle in favore di una mitografia atemporale: uomini nudi, donne semivestite come delle divinità antiche intenti a raccontare le gioie e le trappole del sesso.

Qui Rops ha deciso di rappresentare una pornografia “onesta”, fine a se stessa, valida come lo sono tutt’oggi gli affreschi di Pompei; un’onestà eterna e scandalosa, poiché libera nella sua naturalezza: non esiste un’epoca che possa rinchiudere questa natura, nonostante la censura, dall’antichità agli attuali standard della community.

La reputazione libertina e anticlericale fece di Félicien Rops un dio minore del simbolismo, eppure oggi gli dedico volentieri un altare. Il suo genio è stato quello di non tralasciare e ignorare il carattere fortemente evocativo del Simbolismo, applicandolo però al suo contesto sociale e velandolo quindi di un’ironia che non era comunemente diffusa, in quel movimento artistico e letterario.

Ciò che ha provato a fare è stato quello di propinare delle allegorie che però, piuttosto di guardare alle spalle della storia, reggessero dritto lo sguardo sul presente.

Le sue donne, poi, sono tra le allegorie più vicine che abbiamo e di sicuro anche più coraggiose: cattive, sensuali, complete. E nude.  

Chissà cosa farebbe oggi Rops, avendo instagram, se si trovasse a dover coprire i capezzoli della sua “Tentazione di Sant’Antonio”… oggi più che alla fine dell’Ottocento, rischierebbe il ban!

La Tentazione di Sant’Antonio,1878

Bibiliografia:
“Rops et Manet: Pornocratès au prisme d’Olympia”, Denis Laureux
“Félicien Rops – Auguste Rodin anatomie d’un rencontre”, Denis Laureux
L’Universale dell’Arte, le garzantine