Una Vulva Realista – l’avventura de “L’Origine Del Mondo”

La storia di una vulva, di chi la creò, di chi la comprò e di come anticipò tutti, inaspettatamente.

la camera di valentina
L’Origine du Monde, 1886, Gustave Courbet
musee-dorsay.fr

C’era una volta, nel 1886, un ambasciatore turco-egiziano di nome Khalil Bey, dell’allora Impero Ottomano, che viveva a Parigi passando una vita di feste e bagordi. I ricconi di allora, come i ricconi di oggi, non s’accontentavano mica d’essere ricchi sfondati, dovevano anche farlo sapere a tutti.

Il nostro Khalil scelse, allineandosi alla moda riccanza dei tempi, di comprare una galleria di quadri per la sua salle de bain; così, tra un Delacroix, un Gêrome, super accademici e acclamati dalla critica, comprò due quadri di un giovane rivoltoso, figlio di benestanti della Francia Contea, con un talento spiccato per la pittura al punto che i suoi genitori lo mandarono nelle migliori accademie della Francia, compresa quella di Parigi, dalle quali fu sempre, puntualmente, espulso; un tipo, dicevamo, piuttosto reattivo e presente agli sconvolgimenti della Francia di quegli anni (alle spalle ci sono i moti del ’48, la seguente repressione, la Comune di Parigi…).

Talmente irrequieto e agitato da sentire l’esigenza di fondare, insieme con colleghi pittori (come Millet e Daumier) e amici letterati (come Baudelaire, Zola, Flaubert) il Realismo, un movimento culturale che per una volta non si dimenticasse che a muovere il mondo sono anche i più poveri, i più umili, i lavoratori di terra e di officina, gli ultimi.

Insomma, un tipino avente tutte le carte in regola per essere definito un genio: tale, Gustave Courbet.

Di tende verdi e shitstorm ante litteram

Khalil Bey comprò due quadri di Courbet: “le dormienti”, già fatto e già parecchio discusso e uno da commissionare. Parliamo dello scandaloso, scioccante, terribile, piccolo quadro intitolato “L’Origine du Monde”, l’origine del mondo. Piacque moltissimo a Khalil Bey, che entusiasta lo mise nella sua sala da bagno nascondendolo dietro un tendaggio verde. Ma come, direte: gli piace così tanto e lo nasconde? “L’origine” era l’unico quadro con un tendaggio. Ma, più che per pudore, Monsieur Bey era divertito dalla curiosità che scaturiva nei e nelle sue ospiti, nel ritrovarsi quell’unico oggetto del mistero il quale, una volta svelato, lasciava tutti a bocca aperta.

Il destino delle commissioni private, a meno che non siano architettoniche o di dimensioni giganti per luoghi pubblici, è comune a tutte le opere: non sono mai aperte al grande pubblico. Essendo “L’Origine” tale, è straordinario il modo in cui, nonostante ciò, ebbe tanta risonanza: come fu possibile, per quei tempi, che quasi nessuno ebbe modo di vedere di presenza questo quadri ma tutti, all’unisono, concordarono su quanto Courbet fosse un porco, pervertito e pornografo?

l’hebdomadaire, copertina

Khalil Bey ospitò, ovviamente, molti degli artisti e dei critici letterari dell’epoca. Chi demolì quest’opera, quindi, furono loro, molti di questi amici e collaboratori di Courbet – quando si dice “amici e guardati…”: scrissero e recensirono l’opera dando alle stampe un’immagine orrenda sia di questa che del pittore. L’unico accenno de “L’Origine” che il pubblico ebbe fu una vignetta satirica che ritraeva Courbet con i suoi quadri alle spalle: il quadro incriminato lo si riconosce dalla grossa foglia di fico, in alto a destra del pittore.

Questa cosa fa molto ridere, se ci pensate: con tutto il progresso e le tecnologie a disposizione, questa abitudine massiva di affidarci a un’unica voce autoritaria e autorevole senza verificare con i nostri occhi, c’è rimasta, un po’. Vi pare?

L’inizio del viaggio

Comunque sia, non era destino di questa vulva scandalosa restare al caldo di una tenda verde: poco dopo che Monsieur Bey ebbe la sua commissione, dovette disfarsene, insieme con tutte le altre e venderle, poiché finito in bancarotta dovette rientrare in sede, ad Atene. Vendette tutto, quindi, e lasciò Parigi. Da qui inizia il lungo mistero di questa Signora Senza Volto ritratta da Courbet: non si seppe più che fine fece. Venne ritrovata una ventina d’anni dopo, all’incirca, in un mercatino, sempre a Parigi. L’opera fu riconosciuta e comprata, ma il mistero del suo viaggio non si concluse.

A un certo punto, intorno gli anni Settanta, appartenne alla collezione privata di Jacques Lacan – ma ve lo immaginate, mentre studia e scrive, di tanto in tanto alza lo sguardo e si delizia, si distrae… – e poi, finalmente al grande pubblico, nel 1988… a New York: una retrospettiva dedicata a Courbet. Nel 1988, negli Stati Uniti: il momento della Monnalisa col sorriso verticale – e altrettanto misterioso – davanti a un popolo vasto, tanto quanto quello dei Salon francesi ai tempi di Courbet.

Infine, così come lo sappiamo oggi, nel 1995 venne comprato dal Musée D’Orsay, dov’è rimasto. Ma vi assicuro, essendo salita a Parigi da poco, che il suo potere attraente e repulsivo è rimasto intatto, dal 1866 a oggi.

foto Gea Di Bella

Scandalo senza fine: gli insegnamenti della Vulva Realista

Questo è un quadro geniale per moltissimi motivi. Innanzitutto è il primo, fino ai tempi di Gustave Courbet, di quel genere: nessuno aveva mai osato un taglio prospettico così audace e non solo per il soggetto ritratto, ma proprio per la struttura visiva. La difficoltà del pudico sta nel fatto che si ritrova quella vulva proprio in faccia, all’improvviso, senza orpelli, senza trucchi geometrici, senza ritratti: solo una scioccante, oscena vulva.

A infastidire, inoltre, è la sua sfacciata, onesta pornografia. Quello di Courbet è un quadro senza pretese, senza messaggi, senza allegorie; molti dei suoi colleghi accademici avevano provocato la loro fetta di scandalo, con determinati nudi femminili.

Ma, in qualche misura, l’erotismo prorompente di un corpo di donna, fintanto che è associato a un volto e a una composizione, può essere ancora accettato, compreso; può avere un’interpretazione a giustificare l’esibizionismo e, soprattutto, è sempre più gradevole ed esteticamente comprensibile.

Ma quello, quello cos’è? Cosa rappresenta? I genitali non sono mai belli da mostrare. Quelli femminili, poi, men che meno! Solo se necessario si guardano, sicuramente si penetrano, sempre per un piacere univoco, ma mai osare affrontarli!

Una sconvenienza senza confini. Con un quadro piccolissimo Courbet ha sfidato non solo l’Accademia, ma anche una certa visione maschiocentrica dell’accettazione del corpo. Ha sfidato, con uno zoom degno dei video hard, il buonsenso maschile che solo può approvare o meno un corpo femminile; ha stravolto il concetto di bellezza, laddove solo la bellezza era giustificabile per un nudo di donna. Certo, non un problema solo degli uomini, anche le donne ebbero di che dire.

D’altronde ora sappiamo quanto sia importante guardarsela, osservarla, vederla, capirla. Ma chi ce lo insegna? Chi ci dice che non solo è giusto, ma pure necessario, per conoscerci? Chi ci dice che va bene toccarla, sentirla, per toccare e sentire noi stesse? Nessuno, anzi, ci insegnano tutto l’opposto: ci insegnano a tenerla chiusa, nascosta, a vergognarcene; a mostrarla solo in un determinato modo, se proprio deve venir fuori e a utilizzarla per il piacere altrui, non per il nostro.

Gustave Courbet, fuori posto in ogni posto, ci ha regalato un’opera che non smetterà mai di fare discutere. Servono tante cose perché non abbia più effetto: serve una società meno sessuofobica e anche meno maschilista; serve un’educazione al nostro corpo senza condizionamenti estetici; serve un nuovo dialogo sulla pornografia.

Per il momento, abbiamo “L’Origine del Mondo” che ci scuote da qui, fino alla fine del mondo.

Bibliografia

The Last Word in Realism: Modernism and Courbet’s L’Origine du Monde

L’Origine du monde : une approche technique (Cet obscur objet du désir : autour de l’Origine du monde; exh. cat., Ornans, musée Gustave Courbet, 2014)

Le scandale de l’origine du monde

A feminist and allegorical art of Gustave Courbet and Carolee Schneemann

L’erotismo in Félicien Rops: francamente pornografico

la camera di valentina
Félicien

Félicien Rops appartenne al movimento dei simbolisti nell’arte, ma in maniera bizzarra: non andava poi così per il sottile, nelle sue opere. Ve lo voglio raccontare perché è incredibilmente attuale nel modo di affrontare la pornografia e il sesso.

Come sapete non mi interessa spiaccicarvi solo nozioni biografiche né ho la presunzione di potervene somministrare di didattiche, perciò eccovi una carrellata veloce di dati essenziali:
Félicien Rops nasce nel 1833 e muore nel 1898; pittore e incisore belga, ereditò da Daumier la passione per le caricature satiriche e infatti collaborò come litografo in diverse riviste, “Le Crocodile”, per citarne una. Lavorò stabilmente a Parigi dove fondò la “Societé Internationale des Aquafortistes” (l’acquaforte è una tecnica di incisione).

Rops fu un simbolista altamente scorretto, volgare oltremodo. Ma fu proprio il suo accento satirico-satanico a caratterizzare il suo lavoro e a distinguerlo dagli altri simbolisti.

autoritratto satanico, 1860

Prima, però, di inoltrarci su Rops è giusto che vi apra una finestra su quell’affascinante e libidinoso movimento che è stato il Simbolismo: genitore dell’Art Nouveau, pur essendo vicino alle rivoluzioni artistiche effettuate dall’Impressionismo e dal Divisionismo, si contrappose marcatamente a queste, poiché mentre il primo trovava una via di fuga dalla fotografia e il secondo invece ci si tuffava dentro con interesse scientifico, il Simbolismo puntava a rappresentare l’immateriale tramite la materia; mentre quindi da una parte si allargava e prendeva piede il materialismo positivistico e quella fascinazione per la macchina tecnologica che avrebbe preso il sopravvento per tutti gli anni ’20 e ’30, i simbolisti – artisti e letterati – desideravano andare oltre la sola restituzione ottica dei fenomeni sensibili.

Il Romanticismo già attuava questa ricerca, ma con quella malinconia e nostalgia del passato che non necessariamente interessava a questa “arte ideista” che invece prendeva pieghe a volte inquietanti, a volte beate.

Soggetti a tema etico e religioso sono presenti tramite l’allegoria, compagna fedele del simbolista; soggetti storici, mitologici e leggendari e soprattutto Lei, la famigerata Femme Fatale, la donna angelo, la donna diavolo: è questo il periodo dove fioccano le Salomé, le Cleopatra, le Eva, le Dalida, le Giuditta, le Pandora, le Elena, le Medea, le Medusa e le sirene.

Ed è con le mani nelle loro mani che voglio condurvi a Rops che a differenza di molti altri simbolisti abbandonò il sogno e l’evasione per immergersi nella realtà con il coraggio che forse solo gli espressionisti fecero dopo di lui.

Félicien Rops fu un artista boccaccesco. Mentre tutti i simbolisti usufruirono delle allegorie per dare un qualche insegnamento morale che tendesse ai grandi valori del passato, lui approfittò di questa simbologia non per viaggiare indietro nel tempo, bensì per sbattere la realtà dell’oggi in tutta la sua verità, scomoda e un po’ sgradevole. Mutò, insomma, una caratteristica della simbologia in ironia, fondendo una nuova identità di allegoria: la satira. Che cos’è, d’altronde, se non un simbolo, un qualcosa che rimanda a qualcos’altro?

Questo lo rese – e lo rende tutt’ora – un simbolista sui generis: tutti, da Odilon Redon in pittura a Paul Verlaine in poesia, evadevano. Lui no, lui restava.

L’altra caratteristica che lo distinse e lo attualizza è l’uso della pornografia. L’erotismo e la sessualità sono sempre stati presenti nel Simbolismo, essendo due sfere dell’intimo e del mistero che mantennero il loro fascino sull’intangibile, ma la schiettezza con la quale Rops trattò l’argomento non ha eguali.

L’unico accenno più allegorico se lo permise con Lei, la Donna, ma in maniera decisamente “ropsiana”.

Tutte le donne precedentemente citate avevano, in quanto fatali, la grande mansione di ricordare a cosa l’uomo andasse incontro incombendo nelle loro tentazioni. Rops subì il fascino di questa tema fintantoché potesse traslarlo ai suoi giorni; la donna fatale non era un archetipo, ma una sua coetanea e così doveva rappresentarla.

Pornokrates, 1896

In quest’ottica “Pornokrates”, 1896 si colloca in un esperimento rivoluzionario per quei tempi preceduto, in bellezza e denuncia, solo da “Olympia” di Manet. La composizione dice “allegoria” a prima vista, ma quale? Una donna bendata è guidata da un maiale, lei sfoggia i suoi accessori da ricca altolocata mentre cammina su una passerella di marmo sotto la quale, scolpite in un bassorilievo, sono rappresentate le vecchie arti.

La pornocrazia non è un concetto inventato da Rops, ma è la definizione che gli antichi greci diedero al potere attuato dalle prostitute sui politici, usando il loro sex appeal, per raggiungere uno scopo personale.
Il simbolista Rops prende quindi il tema della lussuria e del potere sessuale femminile non per farne un monito, ma una denuncia attuale: il nudo infatti non è “antico” né scarno, ma arricchito dagli accessori di una moda incastonata in un’epoca, inconfondibile.

Pornokrates sfuma il contorno della simbologia allegorica per darle un tono satirico e quindi di denuncia. Il corpo della donna rimanda a qualcos’altro, ma diventa estremamente più familiare, meno astratto; reale, dunque ancora più difficile da digerire, più oltraggioso, una critica impossibile da ignorare.

Con la Pornocrate si concretizza quell’allegoria di stampo satirico, politico e sociale che solo con Olympia, un’altra prostituta, è stata possibile. Questa dissolutezza era accettabile nella Classicità, con nudi rappresentanti vecchi déi, baccanali e compagnia bella; così diventa talmente tagliente che i feriti non possono che gridare allo scandalo. E scandalo fu.

Da una parte Félicien Rops rivoluziona la rappresentazione femminile dandole semplicemente contesto: una donna forse è cattiva, sì, ma rimane una donna, senza astrazioni; la pornografia non deve essere pretesto per raccontare dell’altro, ma basta a se stessa per raccontarsi, perché nella carne c’è anche lo spirito e non è sempre detto sia santo. In questo senso questo acquafortista è “francamente pornografico”, come lo definì la storica d’arte Edith Hoffmann. Non un artista facile, certamente.

Egli fu estremamente democratico nell’attenzionare il pudore di tutti, indistintamente: uomini e donne non importa, Rops li ha denudati nella maniera più spietata.

Nelle sue illustrazioni per “Les cents légers croquis sans prétension pour réjouir les hônnetes” (i cento bozzetti leggeri senza pretesa per intrattenere gli onesti e niente, io mi fermerei qui) del 1878-81, e anche per “Les Sataniques” del 1882, ci sono delle esplicite scene di sesso che non lasciano spazio all’immaginazione.

Croquis, La canzone del cherubino
Le Sataniche, Il Calvario, 1882

In questo caso, però, la contemporaneità è lasciata alle spalle in favore di una mitografia atemporale: uomini nudi, donne semivestite come delle divinità antiche intenti a raccontare le gioie e le trappole del sesso.

Qui Rops ha deciso di rappresentare una pornografia “onesta”, fine a se stessa, valida come lo sono tutt’oggi gli affreschi di Pompei; un’onestà eterna e scandalosa, poiché libera nella sua naturalezza: non esiste un’epoca che possa rinchiudere questa natura, nonostante la censura, dall’antichità agli attuali standard della community.

La reputazione libertina e anticlericale fece di Félicien Rops un dio minore del simbolismo, eppure oggi gli dedico volentieri un altare. Il suo genio è stato quello di non tralasciare e ignorare il carattere fortemente evocativo del Simbolismo, applicandolo però al suo contesto sociale e velandolo quindi di un’ironia che non era comunemente diffusa, in quel movimento artistico e letterario.

Ciò che ha provato a fare è stato quello di propinare delle allegorie che però, piuttosto di guardare alle spalle della storia, reggessero dritto lo sguardo sul presente.

Le sue donne, poi, sono tra le allegorie più vicine che abbiamo e di sicuro anche più coraggiose: cattive, sensuali, complete. E nude.  

Chissà cosa farebbe oggi Rops, avendo instagram, se si trovasse a dover coprire i capezzoli della sua “Tentazione di Sant’Antonio”… oggi più che alla fine dell’Ottocento, rischierebbe il ban!

La Tentazione di Sant’Antonio,1878

Bibiliografia:
“Rops et Manet: Pornocratès au prisme d’Olympia”, Denis Laureux
“Félicien Rops – Auguste Rodin anatomie d’un rencontre”, Denis Laureux
L’Universale dell’Arte, le garzantine

La Camera Di Valentina 00: le origini

La Camera Di Valentina nasce come rubrica di arte erotica in un sito di informazione. È lì che tutto ha inizio. Purtroppo, a seguito di una cessazione di collaborazione, la rubrica viene cancellata in toto. Ma oggi Valentina si prende di nuovo il suo posto nell’etere e si ridà a voi in tutta la sua presenza.

L’Arte Erotica: ieri, oggi, domani.

Per i curiosi e amatori dell’arte, sappiate che l’intento non è quello di impartire lezioni di storia. Sia perché saremo forse tutti capaci di parlare di tutto, ma riconoscere i propri limiti conoscitivi induce a non pretendere di poter insegnare qualcosa, sia perché non è la semplice lezioncina che si vuole propinare in questa bella cameretta, piuttosto uno spunto per poter riflettere, indagare e godere insieme delle meraviglie che ancora l’uomo è capace di creare, fossero anche le più sozze.

L’arte erotica affonda le radici nella storia dell’umanità, ancora prima che inventassimo parole sufficienti per definire “arte” e riconoscere l'”erotismo”. Il sesso era già lì, con la sua celebrazione, invocazione, dedizione, prima che ce ne accorgessimo.

La Venere di Willendorf, 30.000 – 23.000 a.C

Dall’Antica Mesopotamia e le sue statuette per la fertilità; al lupanari illustrati dell’Antica Roma, passando dal via con il Kāma Sūtra del I e IV secolo e ancora dal Quattrocento al Novecento, dalle allegre corti reali le quali, con pochi tocchi di acquerello si dava sfogo alle proprie fantasie di corte fino a Picasso, tutto, ogni cosa brulicava di arte erotica che si faceva ma non si palesava.

Ed era eros, amore, incanto, fascino e voglia di esplorare, di dire quello che non andava detto, di fare ciò che era proibito fare. Per una pulsione sessuale che non veniva soddisfatta c’era della nuova arte che la esplicitava, soddisfacendo se non il fisico, quantomeno la fantasia.

Era un modo di fare l’amore e sognare l’amore e tutta la passione che siamo sempre capaci di secernere come il più naturale dei bisogni.

E oggi?

Perché Valentina oggi vuole invitarci in camera sua? C’è forse ancora qualcosa di cui parlare?

Erotismo e Pornografia: l’arte ai giorni nostri

Dalla Mesopotamia a oggi, ne abbiamo fatta di strada. Soprattutto, il nostro senso del pudore ne ha fatta. Paradossalmente, la libertà e la naturalezza – sfrontata, se si vuole – con cui ci permettevamo di desiderare e di esplicitare il desiderio con i secoli si è affievolita, mascherata da altre cose.

Ora siamo in quella società dove la libertà si inneggia ma c’è un vincolo, pesante come un macigno, per qualsiasi cosa. Un bigottismo tale da imporci di giudicare ancora prima di comprendere, creando così un paradosso tra la libertà con cui possiamo fruire di certi prodotti e il pudore che ci frena nel visionarli.

Siamo il mondo che ha creato il porno gratuito ma, arrivati a questo punto, abbiamo paura a guardare quello che il nostro corpo ci chiede. Possiamo, ma adesso non vogliamo. E l’arte, allora, che ruolo ha?

È possibile, oggi, anche solo concepire l’esistenza dell’arte erotica? Esiste? O è solo culi, tette, sesso orale e audio-video con cuffiette al cellulare?

Nell’era del porno, si può ancora parlare di arte?

L’erotismo va di pari passo con la pornografia. Nel tentativo di onestà umana di non intellettualizzare troppo il sesso – non è necessario -, c’è da dire che ciò che è erotico non sempre è pornografico, mentre è certo che ciò che è pornografico è sempre erotico.

Non bisogna parlare di sesso come di qualcosa da studiare con la lente di ingrandimento: siamo animali, oltre che anime. Ma la differenza sostanziale tra Eros e Pòrne è che, per quanto entrambi raggiungano la nostra psiche per restare lì per sempre, uno può essere davvero concettuale, spirituale, mentale oltre che fisico, mentre l’altro non ambisce a finire sui libri di storia, ma giusto nella tua cronologia. E non è una brutta cosa.

L’arte erotica, oggi, in quest’epoca di fluidità e fretta, esiste. Si è adeguata, come tutta l’arte. Si è adattata ai mezzi, alla fruibilità, all’attenzione, al mercato, alla nicchia, ai pochi, ai molti. Si è trasformata, ma è ancora lì. Parla di amore, di sesso, di passione; di coppie e di solitudini; di solo intrattenimento e di esplorazione di sé; sfida i tabù e accondiscende al pudore.

L’arte erotica esiste e persiste oggi, perché tutti, dall’Antica Roma a Instagram, amiamo arricchire la mente con immagini, suoni, odori persino e contatti che possano toccare anche il corpo. Che eccitino, che diano sollievo e piacere. Questa è una cosa che non è cambiata nei millenni ed è una delle tante carte che ci identifica come esseri umani.

Finché ci sarà questo bisogno, l’arte sarà lì. Anche quella piccante, sentimentale e romantica.

Elihu Duayer, illustratore

L’arte erotica, come tutta l’arte, oggi è tutto e niente. Offre le alternative e ognuna di esse è quella giusta. Sta a te decidere come mutarla.

La Camera Di Valentina si offre come vetrina, grazie alla quale puoi esplorare e scegliere; riflettere e scoprire. Una galleria d’arte che parla di noi, dei nostri tempi e di quelli passati, come un viaggio attraverso il quale scoprire l’umanità che dalla strada alle lenzuola testimonia la sua presenza nel mondo.