la camera di valentina

Parle-moi d’amour, Vanna Vinci

“Vite esemplari di grandi libertine”: far parlare le puttane mette in riga le narrazioni accomodanti (per noi).

Ho sempre curiosato con enorme interesse le graphic novel di Vanna Vinci, come quelle dedicate alle biografie delle grandi personagge del passato, ma non ho mai avuto modo di approfondire. “Parle-moi d’Amour“, edito da Feltrinelli Comics, è stato un regalo sia in quanto oggetto, sia in quanto apprendimento. Immergendomi in quelle tavole non ho potuto fare a meno di credere che per parlare di donne d’affari così sicure, così ambiziose e così lussuriose non poteva esserci altro tratto che quello pastoso e intenso di Vinci; un’accoppiata portentosa per un libro in cui sprofondare con dolcezza, fino all’ultima pagina.

Il libro si apre con Vanna infumettata che ci spiega come e perché ci ritroveremo, in sua compagnia, a fare un viaggio nel tempo per conoscere una stretta selezione di grandi donne libertine, intervistate da lei stessa, tra le vie e i luoghi di Parigi, città che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento è stata il cuore pulsante della cultura europea e, come vedremo, il lavoro sessuale non è assolutamente da meno.

“Si divertiva?” “No, era lavoro”

I ritratti (di parole e di-segni) che emergono sono di donne consapevoli, combattive e volenterose. Calcolo, opportunismo, fermezza, ambizione e furbizia: tutte caratteristiche che descrivono il mito del self-made man, l’uomo-business da imitare e idolatrare, ma che inesorabilmente sembrano stonare e preoccupare in una donna, che è relegata a un immaginario benevolo e passivo, indiscutibilmente buono.

Ecco la prima rivelazione che salta fuori: queste donne erano anzitutto donne d’affari; in un mondo di uomini, per gli uomini, dove il dominio creativo, economico, politico, sociale era in mano loro, per mano loro, ci sono state self-made women che hanno scelto di non dipendere da alcuno, ma di approfittare dell’unico settore rimasto fuori dai binari maschili, tanto addittato, quanto desiderato: quello del sesso.

Vabene, erano sporche imprenditrici capitaliste, ma almeno… erano romantiche? Amavano?

In maniera assolutamente accidentale, ma potendo scegliere: no, neanche un po’, neanche per sbaglio. Gli uomini – nobili, artisti, intellettuali, politici – erano prede da spennare, fino all’ultimo centesimo. Nelle pagine che si susseguono in “Parle-moi d’amour” queste puttane – ma che dico, Signor Professor Dottoresse Puttane – hanno un obiettivo e lo perseguono. Feroci, eh?

… vabene, erano sporche imprenditrici capitaliste e ciniche, ma almeno, si pentirono di questa vitaccia…!… giusto?

Una, su sette intervistate da Vanna Vinci, in questo viaggio (in)verosimile; una soltanto, completamente convertita a una vita di religiosa astinenza e modestia. Tutte le altre hanno vissuto la loro vita pienamente, mangiando, bevendo, scopando e guadagnando tutto quello che era possibile per loro mangiare, bere, scopare e guadagnare, fino alla fine dei loro giorni, più o meno complessi e movimentati. Niente favola con morale.

Una sovversione narrativa

Il punto è questo: togliere la romanticizzazione del lavoro sessuale implica, di conseguenza, toglierne anche il pietismo. Vanna Vinci ha delineato delle “autobiografie” che ponessero e contestualizzassero la scelta autonoma del lavoro sessuale in maniera onesta, praticamente verosimile (abbiamo parecchie storie di strada che ci confermano quanto sia ancora così, no?).

Le storie di Païva, Cora Pearl, Apollonie Sabatier, Valtesse De La Bigne, Émilienne D’Alençon, Liane De Pougy e Carolina Otero hanno moltissime cose in comune, anche le più brutte e violente. Ma la loro determinazione, il desiderio di rivalsa, quello è esattamente il filo rosso che le lega tra loro e che, probabilmente, ci sconvolge, disabituat* a narrazioni del genere.

Qualunque sia la nostra personale posizione nei confronti del lavoro sessuale, non c’è dubbio che queste storie – la ricca bibliografia alla fine del volume presenta molti diari e autobiografie, dunque riferimenti reali scritti dalle protagoniste – siano storie di donne che si sono autodeterminate e che hanno sovvertito i ruoli di genere, avendo a cuore, sopra ogni altra cosa, la propria indipendenza e libertà.

Gli uomini si spogliano davanti alle prostitute e, durante la lettura, si spogliano anche davanti ai nostri occhi di tutto il loro potere; i nobili non sono più nobili, i politici men che meno, gli intellettuali figuriamoci. Ne viene fuori una rappresentazione assolutamente patetica e a volte veramente inclemente di loro, nient’altro che clienti buoni da consumare. Irritante, dici? E perché a parti invertite ce la facciamo andare bene?

Non sopravvivere, ma vivere (e alla grande)

Vabene, erano sporche imprenditrici capitaliste ciniche e impenitenti, ma almeno erano modeste no, cioè giusto per guadagnarsi due spicci per una vita dignitosa e via… giusto?

Ingorde. Lussuriose e lussureggianti. Eccessive. Prepotenti. Praticamente buona parte degli hotel disseminati a Parigi erano, in realtà, palazzi loro, che poi sono passati di mano in mano fino a diluirne l’eredità.

Una casa, due case, ville, villoni; Émilienne D’Alençon è l’unica, in “Parle-moi d’Amour”, che si compra pure una macchina, “una Panhard&Lavessor nuova di pacca, 15 cilindri, 3200 di cilindrata. Prodotta in meno di novecento esemplari”. Le feste in società, i viaggi, i gioielli, i profumi; le cene, i balli, gli spettacoli.

Tutto. Volevano tutto e se lo presero, senza chiedere mai scusa.


Leggetevi “Parle-moi d’Amour”, scritto e illustrato da Vanna Vinci, per Feltrinelli Comics; fatevi pungolare da queste storie impertinenti di grandi puttane che osavano pretendere ogni cosa, la vita agiata, il lusso sfrenato, l’esuberante opulenza e la libertà; godetevi le tavole di Vinci, dove l’ironia guizza in alcune bolle a forma di tette – quando si parla di tette -, nelle caricature perfettamente a ritmo con la lettura, e dove ogni disegno vi conduce nella Parigi iconica degli artisti, che emerge dalle pose che Vinci impone alle sue protagoniste, rimarcando opere celebri dell’Otto-Novecento. Non ve ne pentirete (neanche voi)

Vive Valtesse, Reine Soleil!


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