la camera di valentina

Le Sgarbate – quali alternative alla Medusa?

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Ho pensato a lungo all’incipit di questo articolo, incerta su come agire: parlo della statua, del mio gusto nei suoi confronti? Troppo breve e superficiale: non mi piace, che devo dire di più. Poi mi sono ricordata che siamo su LCDV e di come giochiamo qui. E allora iniziamo i giochi.

Mi rifaccio al post scritto su facebook da Jinny Dalloway nel quale emergono tutte le criticità della scultura di Garbati. Ad ognuna di queste suggerirò un’artista donna (femminista nelle parole e/o negli intenti), del passato e del presente. Let’s go!

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Medusa con la testa di Oloferne, 2008, Luciano Garbati
fonte: https://closeupofpaintings.tumblr.com/

Problema: il male gaze: standard ed eroticizzazione del corpo femminile

Quante donne possono riconoscersi in quella Medusa? Non è neanche colpa di Garbati in sé, non mi aspetterei altro da un artista uomo (veniamo ora da Scompost3 in risposta al festival di Verona, di che parliamo?); se c’è una colpa da dargli è quella di parassitare un movimento su una statua del 2008, riciclata a puntino sull’onda di quello che si riduce a essere un trend. Ma per il resto cosa dobbiamo aspettarci se non un corpo a misura di sguardo maschile? Seno prosperoso, corpo tonico, viso inespressivo. Una top model.

Alternativa: Ana Mendieta (1948 – 1985)

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Glass on Body Imprints, 1972, Ana Mendieta

Con Ana Mendieta potrei tenervi ore incollatu allo schermo per tutti i collegamenti possibili da portarvi per il tema; vi lascio alle note a fondo pagina per qualche accenno. Per il momento vorrei condurvi su una strada meno importante, tra le sue opere, ma significativa per questo problema: “Glass on Body Imprints” (1972): questa serie di fotografie ritraggono Mendieta nuda e distorta dal vetro, premuto contro il suo corpo. Dai particolari del viso, alla sua figura intera, questa serie ci dimostra come la percezione e la narrazione che abbiamo dei corpi, soprattutto femminili, non sono altro che la somma di una costruzione sociale e che basta poco, pochissimo per stravolgerne i connotati.

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Glass on Body Imprints, 1972, Ana Mendieta

Altra alternativa: Camille Claudel (1864 – 1943)

Camille Claudel è stata l’amante di Auguste Rodin. Oppure la sorella di Paul Claudel. Camille Claudel è sempre il riflesso di qualche uomo più celebre e illuminato. E invece è stata anche un’artista dalla sensibilità cristallina e una scultrice molto interessante. E anche lei potrebbe dirci qualcosa sulla rappresentazione se non inclusiva, quantomeno fuori dalla norma, dei corpi. Le sue opere sono caratterizzate da una decadenza e una trasfigurazione sentimentale; le sue vicende personali prendevano forma nelle sue sculture e non c’era spazio per la patina, ma solo per il pathos.

Dunque la domanda da porsi è: come può una statua di un corpo perfetto, da pubblicità, rappresentare un movimento che ha radici nella stessa critica alla società patriarcale che su quel corpo detta ragioni di esistere e anche di morire?

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Il Valzer, 1889, Camille Claudel

Problema: il rovescio della medaglia non è la soluzione

Dunque, noi sappiamo dalla mitologia che Perseo ha tagliato la testa della Gorgone Medusa, una tipa poco accondiscendente coi capelli de serpe e gli occhi pietrificanti; anzi no, è una vittima di stupro che si ribella; anzi no. Insomma, il punto è che quando una figura diventa archetipo è malleabile a seconda delle esigenze.

Anche questa volta farò riferimento a un altro post, questo qui, che riassume benissimo e chiaramente il perché questa statua non può essere rappresentativa di qualunque movimento di rivalsa da parte di vittime di violenza di genere, dal #MeToo ad altri: il cambiamento alla violenza non si attua con altra violenza. Se Perseo che decapita Medusa è violento, perché la vendetta di Medusa che decapita Perseo dovrebbe esserlo meno? E sia chiaro, non parliamo di “non pagare con la stessa moneta”, ma di rappresentazione e simbologie: la soluzione non è il machismo pinkwashed.

Alternativa: Artemisia Gentileschi (1593 – 1652)

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Giuditta decapita Oloferne, 1620, Artemisia Gentileschi

State bonu, lo vedo che spalancate la bocca e strabuzzate gli occhi, prontu a replicare: ma come, abbiamo detto “violenza no” e tu mi spiattelli Artemisia Gentileschi, quella de “Giuditta che decapita Oloferne”, oppure quella de “Giaele e Sisera”? Ma de che?

Prima di arrivare al punto, una digressione in merito: c’è una distinzione fondamentale che impedisce di mettere la violenza rappresentata da Artemisia Gentileschi e quella rappresentata da Garbati sullo stesso piano, ed è la testimonianza. Artemisia Gentileschi meriterebbe di essere conosciuta solo per le sue opere e per il suo talento, e invece ne conosciamo anche le terribili vicende che la vedono vittima di stupro; le conosciamo anche perché il processo contro Agostino Tassi, il suo violentatore, è passato alla storia.
Attraverso l’autorappresentazione in quelle che diventano allegorie della sua stessa resistenza – e qui sì che possiamo parlare di simbologia catartica – Artemisia Gentileschi ha narrato la sua storia, nel modo che più le era congeniale artisticamente e personalmente. Quello che possiamo fare noi è distinguere, quindi, e apprendere una cosa utile anche per la vita di tutti i giorni: se unu survivor racconta la sua storia, dobbiamo applicare il contesto e imparare ad ascoltare. Simple as that.

Chiarito questo, passiamo a un altro punto nell’opera di Artemisia Gentileschi che, ben oltre la lettura “oh povera stella, quanto coraggio”, dà misura della possibile interpretazione femminista al di là del coraggio della denuncia e della rivalsa: la complicità tra donne.

Tutte le opere più drammatiche e violente di Artemisia Gentileschi hanno l’eroina – autoritratto di Gentileschi – e una compagna complice e fedele. Probabilmente l’episodio dello stupro fu un giro di boa per questo, perché la sua amica fu accusata di essere complice di Tassi ed è probabile che questo tradimento non fu mai sanato, per Artemisia Gentileschi.

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Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne, 1616-17, Artemisia Gentileschi

Altra alternativa: Kathe Kollwitz (1867 – 1945)

Kollwitz è stata un’artista dalla storia ricchissima. Ha attraversato la prima Guerra Mondiale, la Repubblica di Weimar e la seconda Guerra Mondiale. Lei è stata pittrice, grafica e scultrice e la sua propensione per una visione sociale e impegnata dell’arte non l’ha mai lasciata. Molte sue opere, soprattutto le serie di stampe che l’hanno resa celebre, hanno avuto come centro narrativo gli operai, i contadini e in generale tutta la fetta di popolazione non produttiva per il Paese ma che va pur tutelata (ah no, scusate questa è ‘n’altra cosa).
Un fatto tragico della sua vita privata fu il là per una serie di serigrafie e sculture commoventi: il figlio morì in guerra.
Soggetti, anche profanizzati, come la Pietà e Madonna con Bambino erano iconici e molto sentiti, soprattutto dalle donne che restavano in attesa di mariti e figli dal fronte. Ma anche Kollwitz, come Gentileschi, non ha tralasciato una dinamica importante, nei cerchi di donne: la solidarietà. Vi lascio qui questa opera, senza aggiungere altro, ché non serve.

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torre di madri, 1937/1938, Kathe Kollwitz

Dunque la domanda da porsi è: perché un’opera che dovrebbe rappresentare e diventare emblema di un movimento corale e basato proprio sul fare rete, sul non lasciare solu, non riesce a discostarsi dalla narrazione egoica dell’eroe solo, prescelto e per giunta violento? Non mi sembra ci sia stata una sola rappresentante del #MeToo, né in generale unu qualunque survivor che abbia detto “grazie, faccio da me, me la canto e me la suono”. Insieme si può andare avanti, ci si può sostenere e si può finalmente fare eco alle voci sempre troppo silenziate.


Però vedi, Gea, lo capisci da te che stiamo parlando tutte di artiste donne… morte. Eh, non è che noi Giantizi al Potere non vogliamo le donne alla rappresentanza, anzi, vorremmo davvero, noi amiamo le donne, abbiamo madri e sorelle e anche molte amiche donne, ma come vedi non ci sono artiste vive.

YOU’RE MESSING WITH THE WRONG BITCH. 
Di fondo vi lascio una brevissima lista di artiste attive su instagram che mi hanno colpito per i loro elaborati e, in alcuni casi, anche per il loro impegno in tematiche sensibili quale la violenza di genere. Ma è una lista molto breve e approssimativa; seguo moltissime artiste che trattano tematiche femministe, ma in maggioranza sono comunque opere grafiche ed erotiche e basta.

Perciò mi son detta: “chissà se esiste una lista alla 100esperte.it ma per quanto riguarda le scultrici”, giusto per cadere a faciola in questo preciso frangente. Beh, che dire, eccola qui: una lista di artiste scultrici, dal passato fino ad oggi, con nome, cognome, data di nascita e nazionalità.

Wikipedia, zi’. L’ultima spiaggia del sapere. Così, per dire.

Allora diciamolo, qual è il problema con questa Medusa ribaltata di Luciano Garbati: è troppo garbata. È una fantasia erotica che, in quanto tale, nel 2008 non se l’è filata poi nessunu, nel 2020, davanti al tribunale di New York parassitando il #MeToo così da (s)vestirsi di impegno, sì. Ma è una donna piacevole e piacente, nu poco incazzata ma tanto sta zitta, la donna giusta al momento giusto: piazzata quando fa comodo.

Perciò la carrellata di Sgarbate precedenti è giusto per suggerire i prossimi temi, i prossimi punti di vista, le prossime narrazioni; per dimostrare che ci sono state artiste che hanno saputo dare voce a tematiche inerenti le donne, dalle più sentimentali alle più tragiche, alle più impegnate. È che non le volete vedere, né interpellare, né scoprire. Questo è.

La carrellata che segue invece è di artiste che trovate su instagram, italiane e internazionali: 
@laetitiaky
@cerioligiulia.collages
@moon.dezza
@letha.wilson
@sarah.l.peters

Conosci altre sgarbate? Scrivile nei commenti, aggiorniamo la lista.


Note:
Ana Mendieta è stata una body artist e performer incantevole. La sua arte, di forte impronta femminista, voleva creare un legame con la Madre Terra intesa non solo come Natura che è energia pura, ma anche con Cuba, la sua terra di nascita. Le sue performance più importanti sono le cosiddette “silouetas”, sagome del suo corpo scavate nella terra, oppure alle quali veniva dato fuoco, oppure ancora ricoperte di fango. Si sposò con Carl Andre, scultore esponente del minimalismo. La sera che Ana Mendieta morì, volando giù dal balcone, si seppe che loro due stavano litigando, perché ci furono dei testimoni che li sentirono. Andre fu inizialmente accusato di omicidio, ma poi rilasciato per mancanza di prove. La morte di Ana Mendieta non fu dimenticata, però, dalle compagne femministe di quegli anni che continuarono, nelle proteste intorno il sistema dell’arte, unite al grido “WHERE IS ANA MENDIETA?”. 

Fonti: 
Artemisia Gentileschi, Tiziana Agnati, Art Dossier n° 172, 2001, Giunti Edizioni
Feminist Art, Valentina Grande, Eva Rossetti, 2020, Centauria Edizioni
Camille Claudel From Self- Image to Self Destruction, Anna Tahinci
Ana Mendieta, Sophie Curan
www.anamendietaartist.com
www.kollwitz.de/en

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