In Bed With Valentina n°3- Cawacem

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Ben ritrovati e ritrovate su “In Bed With Valentina”: il letto più largo e hot di tutto il world wide web. È un piacere oggi avere Cawacem, un’illustratrice russa della quale vi innamorerete.

Da quanto tempo disegni? Sei autodidatta o hai fatto degli studi?

Disegno da quando ho due anni, ovvero da quando mia madre, per la prima volta, mi ha dato una matita. In seguito ho frequentato una scuola d’arte dove ho sviluppato le mie capacità e dove, inoltre, ho preso un diploma in architettura. 

Come inizia il tuo processo creativo, dall’idea all’illustrazione finale? 

Il mio processo creativo si basa sulle mie esperienze personali, come quando qualcosa mi spinge a disegnare. 

Che strumenti utilizzi?

Ne utilizzo diversi, per ora sto lavorando con Procreate. 

Da dove trai ispirazione?

La mia vita è parecchio intensa, lavoro e viaggio spesso. Così, sono sempre esposta a una vastità di esperienze che ogni giorno mi forniscono nuove fonti di ispirazione. 

La tua palette di colori è quasi sempre la stessa. Quei colori hanno un significato? 

Lavoro spesso sulle mie emozioni, riflettendo su cosa c’è nell’immagine e i suoi colori. Uso il blu per dei disegni particolari, sebbene abbia utilizzato sempre colori differenti per temi differenti. 

C’è un legame tra l’umanità e la natura nelle tue illustrazioni e ciò che mi ha colpita di più è proprio il nudo femminile e la presenza degli animali. Che cosa significano?

Molti anni fa sono stata a Bali e lì ho visto una donna bellissima correre, nuda, con accanto un cane sporco, di larga taglia. I miei occhi sono stati testimoni diretti di questa scena e ho pensato che il loro affetto reciproco e il modo in cui giocassero tra di loro fossero un simbolo dell’amore tra uomo e natura, nella sua forma più pura. 

Molti animali sono ricorrenti. Hanno un significato, per te? Sono simbolici?

Il mondo animale è estremamente ricco di personaggi. Quindi provo a disegnare una varietà di animali che evocano, in me, sentimenti diversi e che simboleggino diversi stati d’animo dove io, o le persone che amo, si possano ritrovare. 

La donna in questi disegni sei tu o è una modella?

Dipende, da disegno a disegno. A volte ritraggo le mie amiche, mentre altre volte incappo casualmente in una donna bellissima che mi ispira.

Le ambientazioni sono sempre celestiali, sospese in un’altra dimensione.  È perché c’è una forte relazione tra spiritualità e carnalità?

Assolutamente sì. La relazione tra corpo e spirito è la chiave per una sorta di disegno emozionale. 

Il tuo lavoro è adorabile, c’è un qualche progetto futuro di cui puoi anticiparci qualcosa?

Al momento sto lavorando in un progetto per un romanzo, cosa assolutamente nuova per me, in quanto non ha nulla a che vedere con il lavoro fatto finora. È una sfida completamente nuova per me, ma amo spingermi sempre oltre i miei limiti. 

Grazie ad Aleksandra Semenova, aka Cawacem per condividere tutto ciò con noi. Cercate il suo instagram e fateci sapere quale illustrazione vi piace di più!

Cawacem anche su facebook, qui

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In Bed With Valentina n°3 (ENG)- Cawacem

Welcome back to “In Bed With Valentina”, the largest and hottest bed world wide web. Today it’s a pleasure to talk with Cawacem, a russian illustrator whose works you will fall in love with. Like, litterally fall from heaven…!

How long have you been drawing? Are you self-taught or did you attend any studies?

I have been drawing since I was two years old, when my mum gave me a pencil for the first time. Afterwards, I attended art school where I continued to improve my drawing skills, as well as receiving a degree in architecture.

How does your process of creation start, from the idea to the final illustration?

My process of creation is based on my own personal experiences—i.e. something instigates me and propels me to begin drawing.

Which tools do you use?

I use a wide range of tools, but recently I have been working with procreate.

Where do you get inspirations?

My life is quite intensive, I work and travel so often. Thus, I am exposed to a wide range of experiences that provide me everyday with new sources of inspiration.

Your colour palette is almost the same among your work. Those colours have any significance?

I work often with my emotions, thinking about the relationship between what is found in the image and its colours. I used blue colour for a particular kind of drawing, but I could have used a different colour for a different theme.

There’s a bond between humankind and nature in your illustrations and what fascinate me the most is actually female nude and animals. What’s the meaning? 

When I was in Bali several years ago I saw a beautiful women running naked alongside a large-sized dirty dog. Witnessing this scene with my own eyes, I found their mutual affection and how they played with each other as a symbol of love between human and nature in its purest form.

Lots of animals are recurrent. What they mean to you? Do they have an actual symbol?

The world of animals is extremely rich and full of characters. Therefore, I try to draw a variety of animals that invoke in me various feelings, symbolising for me different state of moods in which myself or my loved ones are found. 

The woman in these sketches is you or a model?

It differs from drawing to drawing. Sometimes I draw my friends, while in other occasions I coincidently come across beautiful woman who give me inspiration for my new drawings. 

Settings are always celestial, suspended in an altered dimension. Is that because there’s a strong relationship between spirituality and carnality? 

Of course, the relationship between body soul is key for an emotional form of drawing.

Your work is so lovely, do you have any future project to anticipate to us? 

In the current moment I work on a novel project which is completely new for me and does not relate to my earlier work. It is a brand new challenge for me, but I love pushing the limits of my myself.

Thank you to Aleksandra Semenova, aka Cawacem to share this to us and have a look into her instagram: let us know which illustration do you like the most!

Also: Cawacem facebook here

Cosa? Cosa a tre! Un’esperienza

Avete partecipato in tantissim* al sondaggio proposto in “Chiacchiere Valentine” a tema Menage à trois; molt* di voi non l’hanno mai fatto… Ma vorreste! In seguito vi ho chiesto altro e dalle tante riflessioni scaturite direi che le cose, da tre, sono diventate molte di più!

La mia recente esperienza è stata un calderone di riflessioni e scoperte e questo articolo è frutto della somma delle mie e delle vostre. Quello che ho vissuto io coinvolge una coppia e un’amica, il che è curioso perché dai sondaggi questa combinazione potrebbe convincere poco. Iniziamo, dunque:

Sconosciut* o conosciut*?

Ci sono, sommariamente, due grandi insiemi che dividono queste due preferenze: chi preferirebbe gli sconosciuti, perché sarebbe assente il coinvolgimento sentimentale, addirittura l’imbarazzo; non ci sarebbe alcun confronto con il passato ma soprattutto, cosa che mi ha colpita di più, non sussisterebbe il rischio di invalidare un rapporto già consolidato. 

Per chi preferirebbe invece farlo con un conoscente, l’imbarazzo si eviterebbe proprio perché lo si conosce e quindi ritorna il concetto di fiducia: ti conosco, so chi sei, mi posso fidare e direi, in questo caso, anche affidare. Un utente ha pure aggiunto che “con due amiche sarebbe anche più divertente”.


Vista la mia introduzione mi sembra evidente che io, anzi noi, apparteniamo alla seconda scuola. La fiducia e la conoscenza pregressa sono fattori che adottiamo per qualunque rapporto, anche per quello sessuale. Per quanto oggi sia estremamente più facile approcciarsi a sconosciuti al solo scopo di fare sesso e, al contrario, sia tanto più difficile parlarne faccia a faccia con chiunque sia, la nostra preferenza non ha indugiato oltre: tra conosciut*, con conosciut*. Ed ecco perché:

Il sesso come strumento: può distruggere o può rafforzare

Tantissime persone hanno il timore che unendo l’amicizia al sesso, questa possa rovinarsi, andare in frantumi, disgregarsi e altri verbi che evocano materiali che si corrodono e rompono. Ma, esattamente, chi l’ha deciso? L’idea che il sesso svalorizzi l’amicizia è un costrutto che forse potremmo cominciare a mettere in discussione.

Amore e amicizia sono due campi che lasciamo sempre molto distanti. In una coppia c’è una carta dei diritti e dei doveri che sicuramente non pretenderemmo di avere, o di ricevere, nei confronti di un amico; ma siamo sicuri che siano poi tanto lontani? 

Da una parte abbiamo compreso contesti come quelli della “scopamicizia” o “friends with benefits” e, in questi, il sesso ha il ruolo di gioco di intrattenimento, al pari del sesso occasionale. Dunque nulla di particolarmente sentimentale, ma comunque accettabile, dico bene?
Dall’altra abbiamo quella sfera elevata dell’amore dove inglobiamo anche il sesso, che a quel punto diventa nobilissimo: due anime che si fondono, due corpi che si uniscono, due baci perugina squagliati al sole della passione, ‘na cosa che proprio che te lo spiego a fa’ tanto non la capiresti


E poi c’è lei, l’amicizia. Questa cosa bellissima, preziosa e sacra come il pane al quale sono devota più di ogni altra cosa.
Ed è proprio dietro la parola “devozione” che mi chiedo: in cosa il sesso dovrebbe rovinarla?

Il timore di una tale intimità in un’amicizia è dettato più dall’abitudine al concetto che: sesso “valido” = rapporto amoroso; ne consegue che: sesso fuori dal rapporto amoroso = “superficiale”. Vedendola in questa maniera, insozzare un’amicizia piace a nessuno. Ed è credendoci fortemente che, in effetti, il sesso diventa distruttivo. Ma se vivessimo il sesso per quello che è, ovvero uno strumento di conoscenza di sé e dell’altr*, questo problema non si porrebbe.
Ragazzi e ragazze, sappiatelo: tutti i vostri amici vi si vogliono fare, ciò che li frena (oltre all’eventuale gusto personale) sono dinamiche sociali probabilmente dettate da rapporti incidentali o ulteriori paletti. 

la camera di valentina

E con questo non voglio aprire il vaso di pandora de “uomo e donna non possono essere amici”, anzi: uomo e donna possono essere amici e possono pure scopare, purché si rispettino vicendevolmente. 

Piuttosto di incanalare il sesso in scompartimenti stagni e affibbiargli un contesto “più” o “meno” consono, diciamoci qual è il problema: un rapporto amoroso è già un impegno complicato e complesso; per quanto siamo tutt* d’accordo sull’importanza dell’amicizia, questa è svincolata da determinate dinamiche e varcare la soglia della sessualità implicherebbe dei rischi da un punto di vista sentimentale che non abbiamo il coraggio di affrontare.
Cosa più che giusta e lecita, ci mancherebbe. Ma allora il problema non è il sesso, bensì come noi siamo soliti concepire le relazioni. 


Sarà stata la forte sintonia anche prima del menage, fuori dalle lenzuola, ma non abbiamo avuto dubbi sul fatto che questa esperienza non potesse fare altro che rafforzare il nostro rapporto e così è stato. Se fosse successo qualcosa di imbarazzante, probabilmente ci avremmo riso su; se fosse avvenuto qualcosa di sgradevole, avremmo potuto parlarne dopo – o durante, e fermare i giochi -. Non è mancata la tenerezza, che probabilmente con uno sconosciuto sarebbe stata assente, addirittura bandita.  

La coppia nel 3: gelosia, competizione, proprietà

Siete stat* numeros* nel sollevare tutti lo stesso problema: essendo in coppia, preferirei di no. Avrei paura che il terzo venga preferito, sono gelos* , non voglio che il o la mia partner si dedichino ad altr*

Tutte affermazioni contro le quali è difficile mettere bocca, perché non si può sentenziare su come si ritiene più opportuno gestire una relazione. A meno che non mi abbiate detto prima che vorreste provare. Ah, me l’avete detto? 

Tanto per cominciare, si comunica. Una cosa a tre, in una coppia, non si può lanciare sul tavolo tanto per lanciarla, né la si può imporre. Quando si parla e ci si confronta, quello è il momento di mettere in discussione i propri blocchi: non è la cosa a tre in sé, ma la possibilità di una qualunque esperienza all’infuori della coppia (potrebbe trattarsi, ad esempio, di un viaggio erasmus): se vuoi provare, pensi davvero che valga la pena rinunciare per assecondare un timore? 

La gelosia nasconde le insicurezze, me lo avete confermato più e più volte. Il timore di essere rinunciabile o sostituibile debilita ogni desiderio. Prendetevi il vostro tempo per scardinare questa dinamica, per voi e per il rapporto. Una relazione sentimentale amorosa, se vi dà delle certezze, non viene certo messa allo sbaraglio da una serata “diversa” (o da un’esperienza diversa). Non abbiate paura, provate. 


Conclusa la posta del culo, proseguiamo col parlare di competizione. Non c’è molto da dover dire: semplicemente, non deve esistere. Non è una perfomance, né una gara. Se volete provare una threesome dovete entrare nell’ottica che c’è spazio per tutt* e deve esserci equamente. Competizione per quale campo, poi? Per vincere cosa? Il punto è che siete tutt* sullo stesso piano, state vivendo la cosa nello stesso momento e state apportando e arricchendo la dinamica, ognuno con quel che può e vuole fare. Lo scopo è essere soddisfatt* e felici, non migliori o peggiori; alla fine non riceverete una medaglia, né vi direte chi è stato più bravo in cosa; non ci sono pagelle. Se volete provare, just relax e godetevi il momento.

la camera di valentina

E infine, il cruccio più grande di tutti: il senso di possesso, la proprietà.
Chiudiamo tutto, facciamo finta di non parlare di cosa a tre. Lasciatemelo dire: non possedete la persona con cui state. No. Neanche quando “amore mio” è la prassi; è bello dirselo ma non crederci, perché non esiste proprietà, anche se la cultura monogama in cui siamo cresciut* ci ha illuso di questo. 

Sottolineo monogama, perché basta superare questa realtà, considerata come unica, per rendersi conto che le relazioni possono intrecciarsi e strutturarsi in maniera ben differente, scoprendo che questo “culto della proprietà” appartiene principalmente e morbosamente alla monogamia. 

“Mio”, “tuo” non esiste davvero. Quindi, di nuovo: se in realtà non siete poi chissà quanto attratt* all’idea di provare un menage à trois va bene, lasciate dov’è l’idea monogamo-centrica di possesso – anche se farebbe bene scuoterla -, ma se per caso l’ipotesi vi stuzzica, superate questa concezione. Vi amate, vi rispettate, vi desiderate. Ma non vi appartenete. Nessuno di noi ha un vincolo definitivo sulle esperienze e gli esperimenti altrui. Da un lato la vita vi può offrire l’opportunità di sperimentare fuori dagli schemi, dall’altro lato è più comodo restarci dentro. Scegliete. 

Due donne e un uomo o viceversa? 

Partiamo con il problema: una quantità troppo alta di voi ha dichiarato che preferirebbe due del genere opposto così da avere l’attenzione su di sé, quindi due uomini per una donna o due donne per un uomo.
Che dire: carino ‘sto trono, te l’hanno dato con l’happy meal? 

Alcun* nascondono, dietro questo esemplare egocentrismo, il timore vestito da gelosia di cui sopra; sono figli della stessa paura. Ma, purtroppo, non vi giustifica. Non c’è egocentrismo che tenga in questo contesto – ma nel sesso tutto, per cortesia! – e non è l’inizio di un porno: si collabora, ci si prende cura, ci si muove di modo che tutti possano avere la loro dose di attenzione. Si chiama “triangolo”, ma in realtà è un cerchio: pure Renato Zero si è tranquillizzato quando ha capito come funzionava!
Quindi niente piramide gerarchica, scendi da lì. Subito. 


Molt* hanno detto che “uomo o donna non ha importanza, purché uno dei tre sia fluido o bisessuale“. Questa cosa mi ha affascinato molto, poiché posso comprendere la preferenza, ma non credo sia tutto: è rassicurante immaginare che una persona bisessuale sia naturalmente predisposta a donare equa attenzione. Ma, per quanto la mia esperienza sia stata così – due bisessuali su tre -, trovo che la cosa fondamentale sia la voglia. Se non ci si porta dietro il trono giocattolo sopracitato, non c’è il rischio di restare all’asciutto.

Quello che voglio dire è: non fate l’errore di pronosticare la riuscita dell’esperienza a seconda dell’orientamento sessuale di una persona. Non è quello, che fa la persona.

Super conclusioni (vi giuro che ho finito)

la camera di valentina

È stata la mia prima esperienza di menage à trois, la prima con un’altra donna. Questo era ciò che più mi dava pensiero perché conoscendo – e pur da poco, neanche troppo bene – il mio corpo e quanto sia macchinoso per me godere ho temuto lo stesso per la compagna. “Donna” sembrava essere la parola più pesante e preoccupante.

Non mi aspettavo certo che, una volta iniziate le danze, quel senso di estraniamento che sempre mi prende durante un rapporto sessuale – non so spiegarlo bene: è come una sorta di trance, ma presente nel godimento; una sospensione, non so davvero quali parole di più si avvicinino alla cosa -, in qualche modo azzerasse le differenze e rendesse “uomo” e “donna” semplicemente “corpi” non senza identità, semplicemente senza preoccupazioni sulle diversità: ho saputo dove andare e dove toccare, seppur goffamente.

Ed è stato divertente, tenero, curioso, passionale; ha lasciato il segno – ne ha lasciati tanti. Una piccola rivoluzione personale, per tutt* e tre.


Stiamo creando spazi privi di giudizio perché tutt* possano avere la loro opportunità di esprimere qualcosa di liberatorio, che sia una curiosità, un dubbio, un pensiero. Allora poniamoci nella modalità di mettere in discussione quello che abbiamo appreso finora, quello che ci hanno detto, quello che ci insegnano da fuori. Perché quello che ho letto tramite i sondaggi è proprio una curiosità attiva, frenata da altro all’infuori del vostro volere. Siamo qui per dire: non ne vale la pena. Prenditi il tempo che ti serve, che ti spetta di diritto, ma non rinunciare alle varie possibilità. 


In due è amore, in tre è…

 

L’erotismo in Félicien Rops: francamente pornografico

la camera di valentina
Félicien

Félicien Rops appartenne al movimento dei simbolisti nell’arte, ma in maniera bizzarra: non andava poi così per il sottile, nelle sue opere. Ve lo voglio raccontare perché è incredibilmente attuale nel modo di affrontare la pornografia e il sesso.

Come sapete non mi interessa spiaccicarvi solo nozioni biografiche né ho la presunzione di potervene somministrare di didattiche, perciò eccovi una carrellata veloce di dati essenziali:
Félicien Rops nasce nel 1833 e muore nel 1898; pittore e incisore belga, ereditò da Daumier la passione per le caricature satiriche e infatti collaborò come litografo in diverse riviste, “Le Crocodile”, per citarne una. Lavorò stabilmente a Parigi dove fondò la “Societé Internationale des Aquafortistes” (l’acquaforte è una tecnica di incisione).

Rops fu un simbolista altamente scorretto, volgare oltremodo. Ma fu proprio il suo accento satirico-satanico a caratterizzare il suo lavoro e a distinguerlo dagli altri simbolisti.

autoritratto satanico, 1860

Prima, però, di inoltrarci su Rops è giusto che vi apra una finestra su quell’affascinante e libidinoso movimento che è stato il Simbolismo: genitore dell’Art Nouveau, pur essendo vicino alle rivoluzioni artistiche effettuate dall’Impressionismo e dal Divisionismo, si contrappose marcatamente a queste, poiché mentre il primo trovava una via di fuga dalla fotografia e il secondo invece ci si tuffava dentro con interesse scientifico, il Simbolismo puntava a rappresentare l’immateriale tramite la materia; mentre quindi da una parte si allargava e prendeva piede il materialismo positivistico e quella fascinazione per la macchina tecnologica che avrebbe preso il sopravvento per tutti gli anni ’20 e ’30, i simbolisti – artisti e letterati – desideravano andare oltre la sola restituzione ottica dei fenomeni sensibili.

Il Romanticismo già attuava questa ricerca, ma con quella malinconia e nostalgia del passato che non necessariamente interessava a questa “arte ideista” che invece prendeva pieghe a volte inquietanti, a volte beate.

Soggetti a tema etico e religioso sono presenti tramite l’allegoria, compagna fedele del simbolista; soggetti storici, mitologici e leggendari e soprattutto Lei, la famigerata Femme Fatale, la donna angelo, la donna diavolo: è questo il periodo dove fioccano le Salomé, le Cleopatra, le Eva, le Dalida, le Giuditta, le Pandora, le Elena, le Medea, le Medusa e le sirene.

Ed è con le mani nelle loro mani che voglio condurvi a Rops che a differenza di molti altri simbolisti abbandonò il sogno e l’evasione per immergersi nella realtà con il coraggio che forse solo gli espressionisti fecero dopo di lui.

Félicien Rops fu un artista boccaccesco. Mentre tutti i simbolisti usufruirono delle allegorie per dare un qualche insegnamento morale che tendesse ai grandi valori del passato, lui approfittò di questa simbologia non per viaggiare indietro nel tempo, bensì per sbattere la realtà dell’oggi in tutta la sua verità, scomoda e un po’ sgradevole. Mutò, insomma, una caratteristica della simbologia in ironia, fondendo una nuova identità di allegoria: la satira. Che cos’è, d’altronde, se non un simbolo, un qualcosa che rimanda a qualcos’altro?

Questo lo rese – e lo rende tutt’ora – un simbolista sui generis: tutti, da Odilon Redon in pittura a Paul Verlaine in poesia, evadevano. Lui no, lui restava.

L’altra caratteristica che lo distinse e lo attualizza è l’uso della pornografia. L’erotismo e la sessualità sono sempre stati presenti nel Simbolismo, essendo due sfere dell’intimo e del mistero che mantennero il loro fascino sull’intangibile, ma la schiettezza con la quale Rops trattò l’argomento non ha eguali.

L’unico accenno più allegorico se lo permise con Lei, la Donna, ma in maniera decisamente “ropsiana”.

Tutte le donne precedentemente citate avevano, in quanto fatali, la grande mansione di ricordare a cosa l’uomo andasse incontro incombendo nelle loro tentazioni. Rops subì il fascino di questa tema fintantoché potesse traslarlo ai suoi giorni; la donna fatale non era un archetipo, ma una sua coetanea e così doveva rappresentarla.

Pornokrates, 1896

In quest’ottica “Pornokrates”, 1896 si colloca in un esperimento rivoluzionario per quei tempi preceduto, in bellezza e denuncia, solo da “Olympia” di Manet. La composizione dice “allegoria” a prima vista, ma quale? Una donna bendata è guidata da un maiale, lei sfoggia i suoi accessori da ricca altolocata mentre cammina su una passerella di marmo sotto la quale, scolpite in un bassorilievo, sono rappresentate le vecchie arti.

La pornocrazia non è un concetto inventato da Rops, ma è la definizione che gli antichi greci diedero al potere attuato dalle prostitute sui politici, usando il loro sex appeal, per raggiungere uno scopo personale.
Il simbolista Rops prende quindi il tema della lussuria e del potere sessuale femminile non per farne un monito, ma una denuncia attuale: il nudo infatti non è “antico” né scarno, ma arricchito dagli accessori di una moda incastonata in un’epoca, inconfondibile.

Pornokrates sfuma il contorno della simbologia allegorica per darle un tono satirico e quindi di denuncia. Il corpo della donna rimanda a qualcos’altro, ma diventa estremamente più familiare, meno astratto; reale, dunque ancora più difficile da digerire, più oltraggioso, una critica impossibile da ignorare.

Con la Pornocrate si concretizza quell’allegoria di stampo satirico, politico e sociale che solo con Olympia, un’altra prostituta, è stata possibile. Questa dissolutezza era accettabile nella Classicità, con nudi rappresentanti vecchi déi, baccanali e compagnia bella; così diventa talmente tagliente che i feriti non possono che gridare allo scandalo. E scandalo fu.

Da una parte Félicien Rops rivoluziona la rappresentazione femminile dandole semplicemente contesto: una donna forse è cattiva, sì, ma rimane una donna, senza astrazioni; la pornografia non deve essere pretesto per raccontare dell’altro, ma basta a se stessa per raccontarsi, perché nella carne c’è anche lo spirito e non è sempre detto sia santo. In questo senso questo acquafortista è “francamente pornografico”, come lo definì la storica d’arte Edith Hoffmann. Non un artista facile, certamente.

Egli fu estremamente democratico nell’attenzionare il pudore di tutti, indistintamente: uomini e donne non importa, Rops li ha denudati nella maniera più spietata.

Nelle sue illustrazioni per “Les cents légers croquis sans prétension pour réjouir les hônnetes” (i cento bozzetti leggeri senza pretesa per intrattenere gli onesti e niente, io mi fermerei qui) del 1878-81, e anche per “Les Sataniques” del 1882, ci sono delle esplicite scene di sesso che non lasciano spazio all’immaginazione.

Croquis, La canzone del cherubino
Le Sataniche, Il Calvario, 1882

In questo caso, però, la contemporaneità è lasciata alle spalle in favore di una mitografia atemporale: uomini nudi, donne semivestite come delle divinità antiche intenti a raccontare le gioie e le trappole del sesso.

Qui Rops ha deciso di rappresentare una pornografia “onesta”, fine a se stessa, valida come lo sono tutt’oggi gli affreschi di Pompei; un’onestà eterna e scandalosa, poiché libera nella sua naturalezza: non esiste un’epoca che possa rinchiudere questa natura, nonostante la censura, dall’antichità agli attuali standard della community.

La reputazione libertina e anticlericale fece di Félicien Rops un dio minore del simbolismo, eppure oggi gli dedico volentieri un altare. Il suo genio è stato quello di non tralasciare e ignorare il carattere fortemente evocativo del Simbolismo, applicandolo però al suo contesto sociale e velandolo quindi di un’ironia che non era comunemente diffusa, in quel movimento artistico e letterario.

Ciò che ha provato a fare è stato quello di propinare delle allegorie che però, piuttosto di guardare alle spalle della storia, reggessero dritto lo sguardo sul presente.

Le sue donne, poi, sono tra le allegorie più vicine che abbiamo e di sicuro anche più coraggiose: cattive, sensuali, complete. E nude.  

Chissà cosa farebbe oggi Rops, avendo instagram, se si trovasse a dover coprire i capezzoli della sua “Tentazione di Sant’Antonio”… oggi più che alla fine dell’Ottocento, rischierebbe il ban!

La Tentazione di Sant’Antonio,1878

Bibiliografia:
“Rops et Manet: Pornocratès au prisme d’Olympia”, Denis Laureux
“Félicien Rops – Auguste Rodin anatomie d’un rencontre”, Denis Laureux
L’Universale dell’Arte, le garzantine

“Vieni? – Catania Porn Fest”: un diario (pt. 2)

Come annunciato ieri, a concludere il reportage di questa splendida avventura del Catania Porn Fest è Leda Gheriglio, talentuosa e gentilissima scrittrice che sto avendo il piacere di conoscere e della quale potete trovare la sua raccolta di racconti erotici “Uroboro” qui e qui. Buona lettura!

26 maggio, ultimo giorno: di squirting, bamboline fetish, racconti erotici e lunghi corti

Alessandro De Filippo durante il seminario, foto di Leda Gheriglio

L’apertura dell’ultima giornata è stata affidata al professore Alessandro De Filippo. Il seminario “Intro”, nato da uno studio svolto tra il 1995 e il 1997 da canecapovolto, è un approfondimento tra cinema porno, spettatore, sguardo e desiderio. Seguirlo per due ore consecutive ascoltando la sua voce calda e bassa che caratterizzava ogni sua lezione ai tempi dell’università, mi ha posizionato in uno stato di torpore sognante. Rivedere poi alcune scene di film che vidi per la prima volta quando frequentavo l’Ex Monastero dei Benedettini di Catania, mi ha proiettato nella fascinazione e poi nell’eccitazione reale: “Devil in Miss Jones” e “Gola Profonda“.

De Filippo ha mostrato con freddezza e competenza diverse categorie e diversi modi di girare porno, dagli albori ai nostri giorni, toccando anche l’immaginario pedo-pornografico e lo snuff movie.

A seguire “Valentina Nappi presents…” L’introduzione della porno star si è concentrata sulla masturbazione femminile e sullo squirting. Ed è come se il pubblico avesse improvvisamente colto l’occasione per parlare con lei: i primi due giorni, infatti, nessuno si è fatto avanti dopo la visione di clip sulla masturbazione del pene a riposo e su quella anale maschile.

Prima di iniziare l’ho avvicinata per chiederle conferme e suggerimenti sul rapporto anale e, dopo avermi dato le dritte, Valentina ha osservato: “Perché non sei intervenuta ieri subito dopo la proiezione del video introduttivo?”. Per rimediare e avviare i più timidi agli interventi successivi che poi sono arrivati a precipizio e sembravano inarrestabili, sono intervenuta alla fine della proiezione sulla masturbazione femminile.

Non ho fatto domande, ho solo condiviso la mia unica esperienza di squirting con Valentina e con il pubblico, raccontando della volta in cui provocai lo squirt ad un’amica molto pratica di eiaculazione femminile. Valentina ha raccontato le sue rare esperienze dicendo che non ama particolarmente la pratica perché squirtare le ha causato solo dolore e fastidio. Ha tenuto a precisare che sui set preferisce non prestarsi alla simulazione dello stesso (se le attrici non riescono, di solito ciò che il fruitore vede, sono schizzi di orina).

Valentina è rimasta a lungo con il pubblico che ha alternato domande con richieste di consigli, a domande di curiosità sulla vita professionale dell’attrice: ha manifestato il suo ateismo, la sua razionalità e il suo interesse per tutto ciò che è materiale.

foto di Lucina Banfi

In tal modo invita ognuno di noi ad esplorare il proprio corpo e quello dell’altro con attenzione e crescente “competenza” rispetto al funzionamento scientifico dell’eccitazione e dell’orgasmo, per essere sempre più informati e consapevoli sulla nostra sessualità, apparentemente appartenente alla nostra natura, ma di fatto, spesso, lontanissima da noi e illustre sconosciuta.

Occultata alla vista dei presenti non curiosi, l’installazione audiovisiva “YouBorn – la petit mort” di e con Roberta Castorina e Sebastiano Sicurezza.

“YouBorn” è un tentativo di indagare la relazione tra oscenità e la triade delle esperienze umane nascita, copula e morte. I tentativi non sempre riescono ma è bene non aver nulla da perdere, altrimenti si potrebbe scegliere di far nulla e non tentare.

L’aperitivo curato da Rocket from the Kitchen ha assistito lo staff, il pubblico e gli ospiti ogni sera con due scelte di verdure o pesce. Più che aperitivo abbiamo tutti cenato tra cioccolato di modica, polpo, avocado e caponata. Delizia e dovizia condivisa, non porno-cibo ma delicatezza e accortezza. Ma chi ha detto che il cibo debba necessariamente farsi carico di zozzerie?

A seguire, Emiliano Cinquerrui ha inserito la pennina usb nel computer del Teatro Coppola per proiettare compilation di proiezioni  porno vintage: “Archeoporno – archivio instabile temporaneo di attori e tessuti morti”.

In ritardo sulla tabella di marcia, sono salita sul palco e ho malamente presentato Lydia Giordano. Scrivo “malamente” perché quando mi sottopongo alla pubblica esposizione in presenza, il mio cervello risponde male allo stimolo perché non riceve più ossigeno o non ne ho idea, fatto sta che non ricordo cosa ho detto e a volte è importante parlare proprio in quel momento e dire proprio certe cose.

Lydia Giordano ha letto senza fermarsi tre racconti dal mio libro “Uroboro” edito da Ensemble, nello specifico: “Meno male che adesso non c’è Nerone”, “Gott Gott Elektron”, “Total eclipse of the heart”.

La prestazione vocale, fisica, interpretativa, emotiva e visiva è stata molto forte e straordinaria. Lydia è stata notata al Festival per aver realizzato il logo dello stesso e per la sua personale “Eroto-mani”, ma se ancora qualcuno non ne fosse a conoscenza, è anche una attrice superba e per me è un onore dar voce alla mia scrittura attraverso il suo corpo.

Lydia Giordano durante il reading di “Uroboro”, foto di Leda Gheriglio

Successiva alla presentazione della raccolta di racconti, la proieizione di corti più o meno lunghi e più o meno corti in concorso al “Vieni Fuori”, contest indetto dal Catania Porn Fest. I corti li ho visti quasi tutti, alcuni addirittura rivisti perché proiettati a Bologna da “Ce l’ho Corto”, altri totalmente nuovi. Il pubblico è stato fornito di moduli appositi per contribuire con il suo voto alla premiazione finale ed è rimasto seduto e composto per l’intera durata delle proiezioni.

Ho passato poi diversi minuti a fare video con lo smartphone alle ragazze che si preparavano alla BDSM performance “The Fetish Dolls” di e con Aisha Kandisha & Voodoo Doll Burlesque + special guest Adrenalina Cole.

In poco tempo si sono spogliate e rivestite con gli accessori più neri, lucenti e sexy. Con luci rosse e musica super tunz, il trio ha imbastito una scenetta softcore da stripclub di periferia, con rossetto sbavato sulle tre rispettive bocche e cera rossa sulla bianca pelle.

foto di Lucina Banfi

Massimo Ferrarotto, membro del collettivo che gestisce il Teatro Coppola ha poi chiamato lo staff e gli ospiti sul palco per ringraziare il pubblico e per dare inizio alla premiazione.

In quel caso mi sono messa sul retro con Lydia e con Emiliano che faceva balletti tenendo in mano i premi firmati “Ibridi”. Ed ecco il momento della premiazione, sotto le luci calde e accecanti del palco!

La giuria composta da Werther Germondari, Maria Laura Spagnoli, collettivo Rosario Gallardo, Marianne Chargois, Matthieu Hocquemiller, collettivo Cinepila e collettivo Ground’s Oranges premia “Our Alphabet” di Coco Schwarz & Alina Mann.

per la qualità filmica e performativa e per la sua capacità ispiratrice. I singoli frammenti, come haiku, fondono stile e sperimentazione, portandoci in una dimensione pansessuale, intima e queer

premiazione “Vieni Fuori”, “Vieni? – Catania Porn Film Fest 2019
la giuria e lo staff di “Vieni?” al momento dell’annuncio

Per quanto mi riguarda questo corto appartiene ad una categoria estetizzante cui accennavo in un pezzo che ho scritto per T-Squirt: si tratta della sessualità di una coppia scandita in preferenze dalle lettere dell’alfabeto. “Our alphabet” è come se fosse composto da un certo numero di quadri ben fatti, dipinti con le giuste pennellate, con colori e luci ben disposte e sottofondo musicale ricercato.

A parte una breve sequenza con le ortiche che su di me hanno un certo stimolante effetto, si trascina giusto il tempo necessario ad informare lo spettatore che a loro piace far roba così; niente di rilevante, per me.

Non è questo il porno che mi interessa o che andrei a cercare per masturbarmi. La noia mi assale e mi avvolge in un disinteresse completo che esclude persino l’ozio contemplativo. La qualità del lavoro è eccellente e lo studio dell’immagine sofisticato e “oggettivamente bello”, ma non è niente e al niente ritorna. Probabilmente è il mio sguardo che non si lascia guardare da questo genere di corto, la maggior parte degli spettatori viene drasticamente rapita, anche a Bologna “Our alphabet” ha fatto furore.

Il Festival a cui ho contribuito con piacere fin dall’inizio è stato indescrivibile e bellissimo. Non ne scrivo in modo così lusinghiero per interesse personale, anzi, mi sono trovata piacevolmente sorpresa del risultato. Mi auguro quindi che la seconda edizione rispetti la prima nello spirito e nei modi.

Leda Gheriglio

Vieni? – Catania Porn Fest: un diario (pt.1)

Da 24 al 26 maggio 2019 ha avuto luogo il primo festival porno in Sicilia: “Vieni? – Catania Porn Film Fest”, al Teatro Coppola, è stata una sorpresa per tutt*.

Chi milita, per passione e/o per professione, nell’ambito dell’erotismo e della pornografia lo sa: questi festival di cinema porno indipendente, performance teatrali e incontri sono tappe obbligatorie per scoprire nuove cose e scoprirsi (sia interiormente, sia esteriormente).

L’esperienza catanese di “Vieni?” ha stupito tutt*, lasciandoci senza parole: semplicemente, l’evento che non ci aspettavamo e di cui non sapevamo di averne bisogno.

“Film inediti o dimenticati, segni anatomici, letteratura genitale, erotografie, performance interrotte: per liberarsi finalmente dalla memoria periferica che, incessante, ci ricorda che dove c’era il più antico e nobile cinema porno catanese, adesso vendono cheeseburger.”

Così recita un estratto dalle informazioni sulla pagina facebook di “Vieni?”. Cosa è stato, quindi, questo festival inedito per questa Isola?

24 maggio, giorno 1: di cazzi mosci, viaggi in camper e vecchi cinema a luci rosse

Dal primo giorno si denota come la pornografia sia stata e sempre sarà una sfera estranea alla realtà, in quanto esiliata da essa, ma che sempre potrà narrarne un’alternativa che possa, oltre ogni indignazione e ogni scandalo, creare una vera inclusione.

Valentina Nappi, madrina del festival, apre le danze con un video sul cosiddetto “soft cock massage”; ovvero massaggio fatto intorno e sul pene senza erezione. Con tre nudi intenti a mugolare e a darsi piacere quasi vicendevolmente, sono stati scardinati temi e stereotipi riguardanti la mascolinità tossica e quanto questa incida, senza alcun profitto personale, sulla vita di un individuo: infatti lo scopo di una pratica come questa è quello di donare piacere intenso e orgasmico non solo tramite una stimolazione attiva e “virile”, ma anche con il coinvolgimento di tutto il corpo in un contesto di rilassamento e “resa” che non sempre è scontato sia accettabile per un uomo etero, il quale deve rientrare necessariamente entro standard “giusti” e da “vero uomo”.

In poche parole: un orgasmo maschile può scaturire anche senza erezione; un uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale, può lasciare il ruolo di membro attivo – in tutti i sensi – e abbandonarsi anche lui all’altro, può ricevere; non esiste davvero la vergogna per “il cazzo moscio” in quanto un’erezione non definisce la mascolinità: credere fermamente in concetti simili significa aderire a un’idea di mascolinità dannosa e, peraltro, retrograda.

Dopo una pausa sigaretta o birretta, c’è stata la proiezione di “Cumper – The Erotic Family”, di Rosario Gallardo, 2019, con Regina Vertebra, Lady Attila e Manfredi: una storia onestamente porno di una famiglia decisamente non tradizionale in viaggio verso Roma, ma soprattutto verso le nostre fantasie erotiche; un camper come dimora di squirting, cam sex, risate e pasta che bolle in pentola tra un rapporto e un altro. Non solo un film divertente, ma anche una dichiarazione di “pornoguerrilla”, come hanno spiegato Regina e Rosario dopo la proiezione: il ritratto del desiderio sessuale come atto politico, estetico e sociale; una presa di consapevolezza di sé, di ciò che si ama fare nel momento in cui lo si fa, senza necessità di giustificazioni.

Il fatto di ideare un film porno con soggetti non convenzionali rende l’atto sessuale un atto sociale in quanto pubblico e quindi politico. Una dichiarazione di positività e inclusione sessuale su quattro ruote, insomma. Sperando che inizi a viaggiare per non fermarsi più.

La Camera Di Valentina
Collettivo Gallardo subito dopo la proiezione

Alle 21:00 una performance dal nome “Sorella Molesta”, di Mario La Monaca e Santi Costanzo: una proiezione di estratti di film montati e sovrapposti in loop mentre sul palco Costanzo suonava la chitarra, in estemporanea. Il risultato è una sperimentazione noise che, nel contesto porno, si sposa perfettamente. Non è facile farsi piacere un’esibizione del genere, infatti ammetto di aver ceduto, ma gli esperimenti noise non nascono per piacere e c’è da ammettere che l’effetto disturbante e molesto – appunto – acquisisce una dimensione coerente se associata a immagini porno, le quali sono fatte anche per colpire allo stomaco. La colonna sonora che non ti aspetti per un film che non immaginavi.

Il reading di Guido Celli con brani tratti da “M’ha detto Rachele” e “Desiderio. Excerpta” è stato l’equivalente della quiete dopo la tempesta. Una quiete contraddittoria, però, poiché carica di erotismo e malinconia, per questo irrequieta, pronta a viaggiare dalla voce di Guido Celli ai nostri cervelli e regalarci fotogrammi, parola per parola, di passioni disperate, corpi che si consumano a vicenda e di questa Rachele che adesso tutt* amiamo e sogniamo di avere conosciuto, almeno una volta, pur per poco tempo.

La Camera Di Valentina
Guido Celli durante il reading

Ultima proiezione della serata il docu-film “Mignon” di Massimo Alì Mohammad, 2013. La storia della “chiesa dal cuore porno” di Ferrara: un ex edificio ecclesiastico diventato il primo cinema a luci rosse della città. Nel documentario scorrono le testimonianze e i pensieri di Michele e Nello Poletti, di Franco Talamini e dei tanti protagonisti che animano questo posto ancora oggi. Non solo una storia di un cinema di provincia, come ha definito Mohammad nel video che ha inviato al Festival in sostituzione della sua presenza fisica, nella quale viene raccolto e raccontato un campionario di umanità libera e commovente, ma anche tra gli ultimi superstiti di un cinema che rendeva il porno un’esperienza comune, comunitaria e inclusiva, dove chi era ignorato ed escluso dalla società trovava, nella discrezione del buio della saletta con i film in pellicola, un posto dove appartenere senza giudizi.

Per la prima sera e le seguenti, a contorno degli eventi che si susseguono, due costanti gustose e inaspettate: l’aperitivo offerto da Rocket From The Kitchen e l’installazione audio-visiva “YouBorn – La Petit Mort” di Roberta Castorina e Sebastiano Sicurezza: il primo golosissimo – ché la libidine passa anche dal palato e non può mancare -, la seconda sorprendente: entrare in quella saletta e restare in mezzo a Roberta e Sebastiano mentre scorrono immagini porno-endoscopiche (avete letto bene), tenendosi per mano mentre alla fine si arriva a una “piccola morte” che poi è l’orgasmo. Non so quale fosse lo scopo, io sono scoppiata a ridere uscendo dalla saletta, vi dico solo questo.

25 maggio, giorno 2: dimmi di Ossì, BDSM da ridere e piogge d’oro*
*non ho avuto modo di seguire tutta la giornata, purtroppo. Troverete di seguito, quindi, testimonianze e riflessioni di ciò che ho potuto vedere.

Valentina Nappi apre di nuovo la giornata con un altro, piacevolmente sconvolgente, video anti-mascolinità tossica: la masturbazione anale per lui.

Fortunatamente siamo tutt*, indistintamente, possessori di un culo, dunque è ovvio che questi tutorial offerti dalla Nappi siano alla portata di chiunque voglia provare. Ma il fatto che i protagonisti fossero uomini apre uno spaccato proprio là dove fa più male: la sempre famigerata virilità. La Nappi accenna che molti, tra i suoi colleghi, hanno ancora difficoltà a concepire l’idea sia della masturbazione sia del rapporto anale senza che sentano minata la loro eterosessualità o la loro mascolinità, non c’è da sorprendersi se ciò avviene anche fuori da un contesto pornografico.

I tutorial quindi su come masturbarsi, in quanto uomo, con una stimolazione anale svela il meraviglioso mondo del piacere che scinde e prescinde l’orientamento sessuale, l’identità di genere e qualunque cosa possa definirci in un modo rispetto un altro.

La Camera Di Valentina
Valentina Nappi (in nero) durante la visione del tutorial.

La presentazione di “Ossì – Fanzine Erotica” con Leda Gheriglio e Alice Scornajenghi, ideatrice della fanzine. “Ossì” racchiude musica, letteratura e fotografia in poche pagine graficamente accattivanti e dal buonissimo odore. 

In ogni numero, un racconto zozzo da mondi che speriamo esistano davvero e le foto sexy scattate da qualcuno che vorresti ti conoscesse.

retro-copertina di “Ossì”

L’esperimento magico di questa fanzine è quello di nascere sul web, comunicare ed espandersi tramite quello promuovendo, però, il giornaletto porno par excellence. Significa quindi fruire di qualcosa di vecchio nel più nuovo dei modi; la dimostrazione che l’eccitazione non conosce vecchiaia.

La Camera Di Valentina
Leda Gheriglio e Alice Scornajenghi presentano “Ossì”

Dalle 22:00 in poi due performance della sex worker e attivista francese Marianne Chargois che non solo ha stupito e lasciato tutt* a bocca aperta, ma in più ha fatto scaturire una valanga di domande come mai, prima della sua presenza, sono fioccate.

La prima performance dal titolo “Golden Flux” racconta del suo lavoro con determinati clienti che vogliono da lei una cura particolare, una sorta di routine condivisa di bisogni primari, mangiare e bere con lei, da lei e su di lei: i suoi clienti la pagano per liberarsi da ruoli preimpostati e per lasciarsi andare a delle cure anche animalesche, ma spontanee, senza costrizioni. Mentre sullo schermo scorre il video che mostra e spiega queste dinamiche, sul palco la Chargois prepara una vaschetta di ghiaccio secco che inizia a fumare sul tavolo.

La fine del video mostra la “golden shower”, la pioggia di pipì – uno dei servizi offerti, il più importante, il più significativo – e mentre tutto verte alla fine, Marianne Chargois sale sul tavolo, si spoglia e sulle note di “money money money” degli ABBA, ricoperta solo di glitter dorato, comincia a pisciare sopra la vaschetta di ghiaccio secco che, ovviamente, alza una fumata bianchissima che si riversa sul pavimento.

Ovazione totale.
Il silenzio che permeava la sala un secondo prima viene completamente frantumato, sul volto della Chargois si allarga un sorriso e si allontana dal palco. La fierezza e la sicurezza con cui ha portato avanti questa prima performance e che proseguirà anche per la seconda sono state le caratteristiche incantevoli che hanno fatto da collante a un’esibizione già di suo eccezionale per non essere guardata.

La seconda performance “The Sewers Of Heterosexuality” è la più politica e infatti, come ha spiegato lei nel lungo intervento fatto alla fine, anche la più discussa: attraverso pratiche come il fisting, la “pubblica” cacca – sì, esatto – e il bdsm Marianne Chargois permette ai clienti che si rivolgono a lei di liberarli, per una sessione, proprio dalla stessa mascolinità tossica di cui abbiamo già parlato e che è diventata un po’ il filo rosso di tutto il festival.

Sono pratiche estreme, a volte crude e sconvolgenti ma liberatorie. Come ha spiegato dopo, alcuni clienti vanno da lei perché sanno che solo in quell’ambiente da lei creato possono liberare le loro fantasie, queste erotizzazioni che altrove sarebbero solo esiliate.

Marianne Chargois è un’attivista sex worker, ha lavorato anche a un documentario dove sono raccolte testimonianze di lavoratori e lavoratrici che come lei pagano le tasse ma che sono privi di ogni tutela.

Il lavoro di sex worker è estramente discusso, criticato e messo in discussione ma necessario, checché se ne dica. I e le sex worker creano uno spazio davvero libero che in moltissimi, puntualmente, cercano. È una totale ingiustizia che ancora non sia un ruolo riconosciuto non solo in Francia, ma in tutto il mondo. Queste performance e questo incontro sono serviti per ribadire ulteriormente questo concetto e per affrontare tematiche che altrimenti non avrebbero la visibilità che meriterebbero.

La Camera Di Valentina
Marianne Chargois verso la fine della seconda performance.

La pornosettimana catanese prima del festival è stata condita da tre mostre importanti, che è stato possibile visitare per tutto il periodo del festival stesso: “Viadelporno”, “Membra/o” e “Eroto-mani”: la prima mostra era una collettiva fotografica di artisti quali: CINQUENOVECINQUE, Luca Donnini, Anita Dadà, Luca Mata, Ricky Karuso, Aisha Kandisha & Voodoo Doll, FKN’R; la seconda mostra di illustratori a cura dell’associazione Avaja, edizione della fanzine a cura di Sartoria Editoriale di Roberta Normanno e Marco Magiò. Artisti in mostra: Francesco Balsamo, Giovanna Brogna Sonnino, canecapovolto, Laura Cantale, Simone Caruso, Rita Casdia, Irene Catania, Alice Grassi, Gianluca Normanno, Maurizio Pometti; la terza invece è una personale di Lydia Giordano.

Finisce qui il riassuntone – il più breve possibile, giuro – delle prime due giornate di “Vieni? – Catania Porn Fest”.

Primi due giorni pieni di spunti di riflessioni, possibilità di mettersi in discussione e confronto con mondi apparentemente lontani ma che invece possono fare parte di noi.

Non è facile ritrovarsi in un “safe space” dove per una volta si può parlare e visionare di tutto spogliandosi innanzitutto spiritualmente delle abitudini a giudicare male qualunque cosa sia o diversa da noi o magari già presente in noi, ma rifiutata.

Sono stati giorni di risate, bocche aperte dallo stupore, sconvolgimenti, poesia, letteratura, cinematografia e arte; di quella verità sempre nuda che viaggia per il mondo e che forse, proprio perché senza veli, siamo più propensi a ignorare, in imbarazzo. Stavolta è venuta a scuoterci le spalle e a dire che, tutto sommato, non è poi così male stare al sole come mammà ci ha fatti, anche perché così siamo davvero senza differenze rilevanti. 

Restate qui in attesa del resoconto dell’ultima giornata scritto da una ospite veramente speciale, senza la quale non avrei potuto concludere questo reportage di una delle esperienze più belle per LCDV

a Venerdì!

 

In Bed With Valentina n°2 – Hayley Quentin

Oggi a letto con Valentina c’è una pittrice sorprendente, che ha conquistato il mio cuore con il suo lavoro eccezionale ed emozionante: Hayley Quentin, pittrice americana. Accomodatevi a letto – c’è spazio per tutti – e scoprite cosa ci siamo dette.

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La prima cosa che mi ha colpito quando ho visto il tuo lavoro è che tutti i tuoi ritratti sono maschili. Non è una cosa molto comune: come mai hai deciso di ritrarre solo uomini?

Ho iniziato a dipingere ragazzi quando ero studentessa alla Otis College di Arte e Design, ma io ho sempre amato il corpo umano e ricordo che fin da piccola, non avendo tanti esempi culturali o artistici di donne che dipingevano uomini mi sono sentita sempre strana nel desiderio di volerlo fare. In qualche modo ho dovuto accettare che questo fosse il mio personale e poetico punto di vista sul mondo e ho preso confidenza con tutto il piacere che traevo dipingendo questi soggetti. Studiare Belle Arti mi ha chiarito le idee su come volevo che la mia arte fosse e mi ha dato gli strumenti tecnici, pittorici e persino linguistici per arrivare precisamente alla mio scopo. Semplicemente, amo guardare gli uomini, vedere la loro bellezza, ricreare il piacere di guardarli attraverso il piacere nel dipingerli, forse addirittura unire i due, e moltiplicarli ancora tramite il piacere che l’osservatore ha nel guardare i dipinti.

Le figure nei tuoi dipinti hanno infatti una forza che sembra comunicare con l’osservatore. Gli uomini ritratti li conosci già o sono estranei? Come scegli i tuoi modelli?

Solitamente sono persone che conosco, alcune meglio di altre. Quando conosci qualcuno, diversamente dall’assumere un modello, c’è una relazione, pur piccola. Il grado di conoscenza con il ragazzo influenza l’agio suo e il mio; quanto possa essere scomoda la posa – anche se a me piace che le pose siano un po’ scomode -. Comunque, crescendo ed evolvendomi in quanto artista potrei cambiare il mio approccio, nel tempo.

Che significato hanno i colori che scegli di utilizzare?

Uso tantissimi colori posti non convenzionalmente, sebbene siano tutti colori che esistono davvero nella pelle o nel corpo. Inoltre i colori di William Turner mi influenzano tantissimo: i suoi lavori sono pieni di rossi e blu (e pochi verdi) che risuonano in me profondamente. Molto del mio lavoro per selezionare il colore è arduo, perché il processo non va di pari passo con il linguaggio: uso i colori intuitivamente. C’è qualcosa che sento nel corpo che mi guida nella scelta del colore. Mentre dipingo scelgo per istinto, per impulso. Utilizzo il colore per porre l’attenzione e per sessualizzare parti del corpo. Il colore è interconnesso con il soggetto, con la scelta del modello. Uso i colori strategicamente, voluttuosamente, per sedurre l’osservatore e indurlo a soffermarsi su ogni pezzo.

Qual è il processo dall’ideazione alla creazione di un dipinto?
Il concepimento di un corpo di lavoro può venire da diverse fonti: un pensiero prima di dormire, una linea di un libro; vedere qualcosa che stimola un altro punto di vista che è già presente nella mia testa; non è solo una fonte. Una volta che ho un’idea, ci penso su, capita anche qualche annotazione, finché non si rafforza in qualcosa di più solido. Lavoro dalle fotografie ed è un processo importantissimo per me: faccio molte foto in ogni sessione di posa e poi passo molto tempo rimuginando sulle foto prima di iniziare a dipingere. Amo questa sorta di rimozione della vera persona: favorisce un senso di attesa che io voglio tradurre nel pezzo finale. Per il processo di pittura, inizia tutto quando stendo la tela sul pannello per sostenere il peso dei colori ad olio che utilizzo. Questo è un lavoro intenso ma fondamentale per raggiungere la superficie che voglio per dipingere .
Ogni dipinto inizia con un disegno base. Uso un pennello colorato di blu per disegnare ogni pezzo (anche se i materiali sono cambiati, negli anni); poi creo una pittura di base con il blu ultramarino per catturare i limiti del pezzo e una volta asciugato vado di colore locale. I primi tempi facevo una smaltatura tradizionale, poi sono passata alla tecnica “alla prima”, qualche volta applico entrambe: mi piace utilizzare due tecniche apparentemente opposte. Mentre lavoro mi piace “ascoltare” ogni parte e intervenire dove è necessario. Una volta che il dipinto mi dà la sensazione che voglio (che è una cosa d’istinto), cerco di non ritornarci più.
La bellezza e l’eleganza del tuo lavoro rappresentano un’alternativa al personaggio maschile, cioè una liberamente fuori dalla cosiddetta “mascolinità tossica”. La carica erotica dei corpi maschili nei tuoi dipinti è uguale a quelli femminili, ma è inusuale vedere gli uomini ritratti in questa maniera, come una nuova narrazione della bellezza umana. Questo punto di vista ti appartiene?
Assolutamente sì. Quando ero più piccola non vedevo rappresentazioni del desiderio femminile tanto spesso, sia nella cultura pop sia nella storia dell’arte. Pensavo fossi strana io nel voler dipingere gli uomini. Prima ho scritto che frequentare le Belle Arti mi ha permesso di accettare ciò che desideravo: i miei pezzi sono un’esplorazione di ciò che significa essere una donna non in quanto soggetto dell’opera, ma in quanto creatrice. Ciò significa che da un creatore differente vengono fuori visioni di uomini differenti.
Da quali artisti trai ispirazione?
Per fare una lunga ma breve lista: Elizabeth Peyton, William Turner, Jenny Saville, Marlene Dumas, Nicole Wittenberg, Daisy Patton, Doron Langberg, Kris Knight, Claire Tabouret, Cecily Brown, Mark Tansey, Paul Mpagi Sepuya, Jen Mann, Maja Ruznic, Anthony Cudahy, Kaye Donachie; be’ potrei andare avanti chilometri.
A Febbraio 2019 hai avuto la tua esposizione personale “Myth”, da Ro2 Art. Quale è stato il concept di questa esposizione?
Ho lavorato sull’idea che la pittura è un’elaborazione del mito della profondità, volevo creare un mondo contenuto di piacere e artificio, dipingere questa illusione attraverso i colori eccessivamente saturati, con una giustapposizione piatta e una pittura di realismo scrupoloso e con cambi di sottigliezza e applicazione del pennello. Presi da soli, ogni elemento o rappresentazione della serie potevano essere credibili, anche per un momento. Era importante porre insieme questi opposti in un modo equilibrato sul filo del rasoio pur restando contemporaneamente seducente e invitante.
L’arte è sempre stata la tua passione?
Sempre e inequivocabilmente sì. Ho sempre disegnato, fin da quando ho memoria. Amavo osservare le persone e i corpi e scoprire come le facce cambiavano in determinate angolazioni; come potevo vedere le vene sotto la pelle. Sono stata fortunata nell’aver ricevuto sostegno per la mia creatività e di aver potuto frequentare dei corsi d’arte, lezioni di disegno incluse.
Come scegli i titoli per i tuoi pezzi e qual è la relazione con ciò che vediamo?
Un titolo non è la sintesi del pezzo, ma può essere una finestra su delle informazioni a riguardo, un riferimento il quale può dare un altro velo di significato che il lavoro prende. Per esempio per la mia serie “Love Is A Wild Computer” consiste in dipinti immersi di rosa, rossi e di mani che si toccano, timidamente. La combinazione con le parole quasi ha senso, ma non del tutto: il senso d’amore si annulla davanti all’intrusione della fredda, goffa parola “computer”. I quadri di questa serie provocano un senso di attesa e desiderio, con i corpi maschili come vascelli. Sembra un insieme di cose strane, ma quando combinate significano più di una sintesi delle parti.
Attualmente sto lavorando a una nuova serie intitolata “Intrinsic, Wicked“. Questo insieme è scuro, di malumore, con blu profondi e arancioni acquosi. Le parole sono state estrapolate dal libro di Richard O. Prum “The Evolution of Beauty” riguardo la selezione sessuale (precedentemente ho letto “Descent Of Man” di Darwin). Sono veramente dentro questo tema della bellezza come importante passo dell’evoluzione che però è anche contemporaneamente arbitraria. I pezzi di questa serie sono piccoli, come delle gemme e la loro oscurità può essere definita come “wicked” (cattiva), sebbene il contesto della parola viene da una nozione riguardo la selezione sessuale nell’evoluzione.
Quali sono i progetti futuri progetti che puoi svelarci?
Sto lavorando per rilasciare una stampa firmata e limitata, quest’anno. Condividerò la data sul mio profilo instagram e sul sito.