In Bed With Valentina n°4 – Joka

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Oggi nel lettino di Valentina c’è un pittore iper-puntinista veramente fuori dal comune: Joka. Leggiamo insieme la sua storia e la sua arte.

Da quanto tempo dipingi?

In maniera professionale, o con questa intenzione, dal 2004. Dopo essere stato licenziato dal vecchio lavoro, avendo scoperto da poco il mondo del pop-surrealismo, ho deciso che esporre nelle gallerie quadri di questo genere era lo scopo che avrei voluto raggiungere. Prima mi cimentavo molto, producendo dei quadri eclettici, di vario stile, ma senza nessuna reale direzione o intento, perché non avevo frequentato scuole d’arte e quindi non avevo mai preso decisioni a riguardo.

Cosa ti ha portato all’iper-puntinismo?

La maggior parte dei puntinisti usano i pennelli o le penne; quando ho aggiunto a questi altri strumenti (gli stuzzicadenti, nel mio caso), utilizzando diversi colori, ho spinto l’idea di puntinismo a un livello, per qualcuno, impensabile.

Ci sono degli artisti dai quali trai ispirazione?

Di questi tempi, con tutti gli artisti che girano in questo ethos, ho perso il conto di quelli che seguivo, non riesco a stare dietro la massa ormai. Però è di ispirazione qualunque artista viva intensamente il lavoro che fa.

Hai scritto che il puntinismo è una sorta di meditazione, per te. Funziona per la vita di tutti i giorni o solo per il processo creativo?

È sicuramente la carica di cui la mia vita ha bisogno per avere una direzione e un focus. Programmare un obiettivo (l’opera d’arte, in questo caso) e muovermi affinché sia compiuto è una specie di disciplina che senza esso mancherebbe.

I soggetti delle tue opere creano come un “collage”, un effetto visuale assurdo, anche erotico, in alcune. Pensi che questo sentore surreale aiuti a comprendere l’erotismo nei suoi diversi aspetti?

Penso che l’assurdo re-contestualizzi l’erotico per renderlo più artistico e aperto a una moltitudine di interpretazioni, altrimenti sarebbe solo noi, corpi. 

La tua campagna di “Censor Art” è profondamente significativa. Concordo con te quando scrivi “l’annacquamento o la censura di cose tanto universali quanto il corpo umano sono controproducenti per l’arricchimento delle arti”. Come si spiega, secondo te, questa regressione al “pudore”, oggigiorno? Perché è così difficile avere a che fare con i corpi e la nudità nei nuovi media?

Trovo, sfortunatamente, che tutto sia ridotto nelle mani delle entità corporative, timorose che i loro prodotti siano danneggiati da qualcosa che pochi ritengono inappropriata, escludendo una parte dei loro clienti, così come alcuni di noi hanno paura di certe parti del corpo. Penso che la nudità, in tutte le sue forme di intrattenimento, sia molto più accessibile, oggi, grazie a internet.

Il progetto “Censor Art” vuole puntare un faro sull’ipocrisia di queste piattaforme che dicono quanto sia giusto coprire un nudo, che abbia l’intento di essere erotico, con tre punti strategicamente posti, ma un’opera d’arte che abbia come scopo quello di suscitare emozioni è oscurata perché magari mostra un capezzolo.

Io censuro con la mia arte a puntini, piuttosto di lasciare fare a un algoritmo che mi oscura l’opera dagli occhi delle masse perché potrebbe contenere materiale adulto.

Infatti, la censura che tu fai in realtà risalta i corpi e che davvero diventano più evidenti. Credi che sia per quell’effetto di “vedo non vedo” spesso utilizzato nell’erotismo, o per qualcos’altro?

Ci sono poche cose in più con le quali abbiamo familiarità oltre le forme umane, quindi persino una silhouette si riconosce immediatamente e nel mio caso la metto in evidenza con tanti colori.

Comunque, lasciare via libera all’immaginazione implica anche un coinvolgimento erotico e dunque a qualcosa più desiderabile.

Parlando dei nuovi mezzi: la tua arte è un lavoro manuale, tangibile. In quanto creativo, cosa ne pensi di queste due “scuole”, quella “analogica” e quella digitale? Possono coesistere e supportarsi oppure no?

Vivendo dipendenti da questo mondo digitale in cui siamo adesso, il svilupparsi di un regno dell’arte digitale è inevitabile. I bambini prima o poi creeranno arte direttamente su questi dispositivi, senza usare più supporti fisici. Comunque sia, sono parecchio della vecchia scuola e vorrò sempre un prodotto tangibile.

Le riproduzioni sono fighe, ma avere quel pezzo d’arte unico-e-solo per me ha molto significato: è come avere il pezzo direttamente dall’artista e non credo che l’artista digitale possa dire lo stesso.

Cos’è quell'”immaginario nostalgico” di cui parli nella tua “about“?

Mi piace usare un sacco di immagini vintage e rielaborarle in chiave moderna. Molto di quello che utilizzo proviene da vecchie riviste che ho collezionato.

“Censor Art” è l’ultimo dei tuoi progetti. C’è qualcos’altro che puoi anticiparci?

Con questa serie ho iniziato diverse cose, ma per il prossimo futuro nulla di più è programmato. Mi piacerebbe lavorare più in grande, ma sto studiando la logistica. Questo progetto è stato accolto davvero molto bene e credo abbia una rilevanza di questi tempi, quindi continuerò a svilupparlo in tutte le sue possibili vie.

Grazie Joka per aver preso parte in questa intervista, trovate i link al suo sito e al suo instagram nell’articolo.

 

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In Bed With Valentina n°4 – Joka (ENG)

Today in Valentina’s bed there’s a great hyperpointillist very uncommon: Joka. Let’s read together about his story and art.

 How long you been painting?

“Professionally”, or with the intent to be, since about 2004. After I was laid off from a job, and having just discovered the pop-surrealism genre of art, I decided that showing paintings in galleries of that vein is what I wanted to pursue. Before that I dabbled a lot and made eclectic paintings of varying styles but with no real direction or intent, because having not gone to school for painting I never had to decide on any of those. 

What did you bring to hyperpontillism?

Most pointillists use a brush or a pen, so incorporating a different tool (toothpicks in my case) and using many colors, I pushed the idea of pointillism into a realm that maybe some hadn’t thought possible. 

Are there any artists you take inspiration from?

These days with so many artists swirling around in the ethos I’ve lost track of a bunch that I used to follow, and just can’t keep up with the masses anymore. But any artist living strictly off the work they’re making is an inspiration to me. 

You wrote that pointillism is a sort of meditation. Does it work for your daily life or just in the creative process?

It is definitely the outlet that my life needs to have direction and focus. Setting a task (the piece of art) and then following through with completing it, is a kind of discipline that would probably be lacking otherwise. 

Subjects of your works always make a sort of “collage”, absurd visual effect, even the erotic ones. Do you think a sense of surreal helps understand eroticism in its different aspects?

I think it re-contextualizes it to make it more artistic and up to a multitude of interpretations, because otherwise anything “erotic” is just us being humans. 

Your campaign of “Censor Art” is deeply effective. I totally agree when you say “the watering down and censoring of something as universal as  human body is counterproductive to the enrichment of the arts”. How do you explain, in your opinion, this regression into “shyness” nowadays? Why is it so difficult to concern with bodies and nudity in art within new media?

Unfortunately I think it all boils down to corporate entities being afraid to taint their product with something that a few might seem inappropriate and then excluding part of their customer base, as well to us all being afraid of certain body parts.

I think nudity, in all forms of entertainment, is more accessible these days than ever before thanks to the internet. The Censor Art Project is meant to shine a light on the hypocrisy of platforms that say it’s ok to cover up a nude image, meant to be erotic, with three little strategically placed dots, but a piece of art, meant to elicit other emotions, is restricted just because it shows a nipple. 

I’m censoring WITH my dot art, instead of having an algorithm exclude it from the masses because it might be deemed adult content.

The “censorship” you do is actually a way to highlight bodies, and it really works as that. Do you believe is because of that “hide and seek” effect that is often used in erotic art or there’s another reasons?

There’s little else that we are as familiar with as the human form/features, so even a silhouette is immediately recognizable, and I’m highlighting that in a colorful way.

Leaving things to the imagination though does tap into ones erotic mindset, and leaves more to be desired.  

Talking about new media: your art is a manual, tangible work. As a creator, what do you think of these two “schools”, the digital and the “analogic” one? Could they really coexist and support each other or not?

Living in the digital reliant world that we do now, the digital realm of art is inevitable. There will probably be kids soon that only ever make art on a device, never using any solid materials.

I’m pretty old school though, and will always want a tangible product. Manufactured reproductions are cool, but having the one-and-only of an art piece really means something to me.

It’s gives you something directly from an artist, that I don’t feel a digital artist is able to convey the same way. 

What is the “nostalgic imagery” named in your “about” page?

I like to use a lot of ‘vintage’ references and re-appropriate them to modern times. A lot of what I use comes from actual older magazines that I’ve collected.

“Censor Art” is one of the latest project you’re working. Is there any else you could anticipate?

I’ve started a bunch of different series within the project, but nothing else planned in the foreseeable future.

I’d like to work bigger, but am still figuring out the logistics of that. This project has been received very well, and I think it’s relevant to the times, so I’m going to stick with it until I’ve exhausted all its avenues.

 

Storie di Strada 2- di necessità, lavoro (sessuale)

Alina, Albania

È una donna robusta di mezza età con un viso dolcissimo. La sua storia è piuttosto pesante. Al momento fa due lavori perché, oltre a se stessa, deve mantenere suo figlio, che soffre di una grave patologia.

«Sono stanca, ma devo mettere via i soldi per pagarmi il viaggio per l’Ucraina. Sai, andata e ritorno per due persone costano molto».

Sharon, Nigeria

Sharon è una ragazza molto simpatica. Vive in italia da 3 anni e riesce ad imitare l’accento bergamasco piuttosto bene. Ne ignoriamo la ragione.

“Ho iniziato questo lavoro da poco, luglio. Non mi piace, ma devo pagare l’affitto e l’università alle mie sorelle. Loro vivono in Nigeria e studiano tutte e due. Sai, le tasse costano tanto in Nigeria. Io non ci voglio tornare, voglio stare qui.”

Rosy, Albania

Ve le ricordate il duo invincibile Paola e Chiara? Ecco, Rosy è la mora, Paola. È una donna albanese piena di forza e ironia.

«Come è oggi?» le chiedo.

«Mah, io e Roberta (la bionda, Chiara) non lavoriamo mai cazzo. Perché io e lei non siamo come le altre. Siamo stronze. Non diciamo “Amoreee ciaooo, come sei bello!”. Andiamo dirette: “Bocca figa 50”».

«Ma dai, magari prova ad essere più gentile…» le consiglio.

«Ma vaffanculo. Non siamo fatte per questo lavoro noi. Lo facciamo perché abbiamo bisogno di soldi. Anche le italiane lo fanno sai? Se c’è bisogno, c’è bisogno».

Jennifer, Nigeria 

L. ha una trentina di anni ed è quasi sempre elegantissima. Vive in Italia da molti anni ed ha appena ottenuto il permesso di soggiorno. Di solito è molto allegra, ma oggi è piuttosto triste. 

«Ti devo chiedere una mano» mi dice. «Voglio tornare in Nigeria e aprire qualcosa con i soldi che ho guadagnato qui».

Patty, Perù

La sua storia come lavoratrice sessuale inizia in Argentina. Sentiva di “volere di più”. Ed è qui che rintraccia un vecchio amico travestis che le insegna a putear.

«Affittai una stanza lì vicino e poco a poco imparai a lavorare in strada, a conoscere i clienti. Iniziai a risparmiare soldi per trasformarmi. Poco a poco mi operai..mi feci il naso, il viso, il corpo, tutto praticamente. Però ho bruciato le tappe tappe, incontrato i vizi…perché la calle te enseña todo».

«E ti divertivi?»

«All’inizio mi piaceva sì, perché era qualcosa di nuovo. Ti dico, io venivo dal Perù e vedere tanti ragazzi stupendi qui mi sentivo in paradiso. Mi pizzicavo per vedere se stavo sognando. Quindi all’inizio mi divertivo e poi…diventa più un’abitudine».


Il lavoro sessuale è un mezzo, (quasi) mai un fine. È sempre temporaneo, non definitivo.

Tutt* ci muoviamo in una o più direzioni, abbiamo dei sogni, delle necessità e degli obblighi a cui, ogni giorno, dobbiamo far fronte. E questo è un dato oggettivo, o almeno lo è per la maggior parte della popolazione.
Quello che è soggettivo è il come. Il più delle volte, a meno che non facciamo parte di una ristretta nicchia di privilegiat*, decidiamo come pagare le bollette sulla base delle risorse di cui disponiamo in quel preciso momento storico e di quello che siamo disposti a fare.

Mi spiego meglio. Ancora una volta, partirò da me, dalla mia storia. Non tanto perché mi diverta spifferare i fatti miei, quanto piuttosto perché credo sia più semplice e onesto partire da sé, e anche perché sono una buona e brava femminista (pro-sex, si capisce!)

Prima di iniziare l’università non avevo idea di quello che volevo fare ‘da grande’, non sapevo fare quasi nulla tranne i dolci, quelli sì che mi venivano bene!

Le mie aspirazioni erano piuttosto basse e i miei obiettivi si riducevano a guadagnare qualche centinaia di euro. Così, trovai lavoro in una gelateria di paese, che segnò la mia dipendenza dal gelato al pistacchio e il feticcio delle palette. Non ci avete mai fatto caso? Acciaio brillante, punta piatta e arrotondata e manico scanalato…

Ehm ehm, ma ricomponiamoci.

Dopo un colloquio che aveva più l’aria di essere un interrogatorio poliziesco, iniziai quella che doveva essere la mia settimana di prova: 10-12 ore al giorno, ovviamente non pagate, çà va sans dire.
Finita la settimana di prova, i signori del gelato avevano deciso che in fondo me l’ero meritato: assunta! «Siii, potrò mangiarmi tutti i gelati che voglio!» pensai ingenuamente.

I mesi successivi furono un ripetersi di una serie indimenticabile di ordini:

Stai dritta, sorridi, sii puntuale, se ti chiamo vieni, se mangi paghi, non stare mai ferma, pulisci, intrattieni, straordinari gratis, nascondi i capelli, no orecchini, no bracciali, spersonalizzati.

Ovviamente c’erano anche dei lati positivi, tutto sommato non ero in miniera o a raccogliere pomodori a 2,50 euro l’ora. Di certo però non posso dire di essermi sentita rispettata e considerata, come non posso dire che pulire i pozzetti e sbrinare le carapine fosse il mio grande sogno. Eppure ero lì.

L’università la volevo pagare e gli Spritz all’osteria pure.
In quel momento, a 18 anni, sulla base delle poche risorse che avevo, la gelataia mi era sembrata l’alternativa più convincente.

La mia è una storia piuttosto banale. Sono più che sicura che tutt* voi avrete vissuto (o state vivendo) il “periodo gelateria”, o meglio detto lavoro in cui vi siete sentit* sminuit* e poco apprezzat*.

Ed è in questo contesto di necessità e doveri economici e sociali che si inserisce il lavoro sessuale.


Le persone che decidono di dedicarsi al Sex Work per un periodo più o meno lungo, hanno ben chiari i loro obiettivi, che non sono poi tanto diversi da quelli di qualsiasi altra persona: mantenere se stess* e le famiglie di origine, garantire una vita dignitosa alle proprie figlie e figli, aprire delle attività, pagarsi gli studi, iniziare un processo di trasformazione come nel caso di Patty,  e potrei continuare a lungo.[1]

Il lavoro sessuale diventa quindi un mezzo temporaneo per raggiungere quegli obiettivi. Semplice. Pratico. «Ma gli piace?» potrebbe chiedersi qualcuno. Non lo so, dipende, ma soprattutto non è questo il punto.
«Perché questo e non altro?» potrebbe chiedersi qualcun altro. Dipende. Soldi veloci (non facili) sono sicuramente un’ottima ragione. Ma ancora, non è questo il punto.

Perché chiedersi le ragioni per cui lo fanno o se provano piacere nel farlo se le stesse domande non ce le porremmo per qualsiasi altro mestiere?

«Perché hai deciso di fare la barista?» come suona? Strano, no?

Invece, domandare «perché fai la prostituta?» ci sembra più accettabile, plausibile, quasi scontato. È come se non riuscissimo ad essere razionali quando si parla di prostituzione, e più in generale di lavoro sessuale.

Diventa subito una questione morale. E la morale ci annebbia, non ci fa andare oltre una rappresentazione pietistica, in cui il lavoro sessuale è sempre una scelta subita.

Ci sembra quasi più semplice pensare che siano tutte vittime. Più complesso e faticoso sarebbe spogliarci degli istinti moralistici che non ci permettono di comprendere un fatto tanto semplice quanto rivoluzionario: la strumentalità e la praticità del Sex Work.

In quest’ottica,  il lavoro sessuale diventa un mezzo, una della tante alternative possibili. Ma per comprendere questo aspetto è necessario fare un altro passo avanti: occorre deromanticizzare il lavoro sessuale, e quindi il sesso.

La sessualità ha assunto nel tempo valori e significati che sono andati ben oltre la sua funzione riproduttiva, per diventare un ambito fondamentale in cui si gioca il benessere dell’individuo.

Oggi, sempre più persone parlano di sesso, sfidano tabù, esplorano i “non detti”. E questo è soprattutto un bene — non fraintendetemi — ma, come tutte le cose, presenta della criticità. La popolarizzazione dei discorsi sul sesso potrebbe andare di pari passo con una sua sacralizzazione, e questo, a mio avviso, comporta non pochi problemi.

Il sesso è un’attività piacevole, così come lo è passeggiare al parco la domenica mattina o mangiare il fegato alla veneziana. Il fatto che per alcune persone il sesso costituisca un ambito di primaria importanza in cui esprimersi ed esplorare il proprio (ben)essere, non significa che sia così per tutt*, e soprattutto, la stessa persona può fare sesso con un’intenzione diversa a seconda del contesto.

Il sesso può quindi farsi strumento ed avere una funzione meramente lavorativa.

Lo so, non è semplice. Ma comprendere la pluralità delle funzioni del sesso è il primo passo per andare oltre stereotipi e pregiudizi che avvolgono il lavoro sessuale.

È solo deromaniticizzando e demistificando il sesso che potremo andare oltre la morale e il giudizio. È abbandonando ogni istinto moraleggiante che potremo portare la riflessione ad un altro livello: più razionale, e se vogliamo, più umano.

NB: Queste riflessioni nascono dalla mia particolare esperienza personale e professionale. Pertanto, rappresentano il mio punto di vista e non la verità assoluta, ammesso che esista.

[1] È importante ricordare che trattandosi di un lavoro che investe il corpo e la sessualità, vi sono poi ragioni che hanno più a che fare con l’esplorazione di sé e il superamento dei propri limiti, piuttosto che on la (sola) necessità economica.

Giulia Zollino

Storie di Strada 1: lo stigma della puttana

Stigma, stigma delle mie brame, chi è la più puttana del reame?


Tania, Albania:

T. è una signora “tamugna”, come diremmo a Bologna. Ha dei capelli biondo platino e un occhio finto, motivo per cui onestamente non mi è molto semplice guardarla (sì, sono impressionabile).

«Avevo trovato lavoro come badante per il padre di un mio cliente» mi racconta una sera di gennaio.

«Ma questo qua la notte veniva a bussare perché voleva sesso. Allora io me ne sono andata. Che cazzo pensava?! Non siamo mica in strada dove fai quello che vuoi. Lì è un lavoro e mi devi rispettare».

Gabriela, Albania:

Gabri è una delle mie preferite. Nel corso dei mesi si è sviluppato una certa complicità. Ci guardiamo, ci prendiamo in giro e spesso ci tocchiamo affettuosamente.

Questa sera è molto triste, si nota subito. Mi racconta delle sue storie d’amore passate e di sua figlia.

«Ora» dice «non ho il ragazzo. Chi si metterebbe con me? Nessuna donna normale farebbe questo lavoro. La gente ti insulta, urla. Poi impari a fottertene»

Monica, Egitto 

Monica, è una donna di circa 60 anni. Fa questo mestiere da anni e ci dice sempre che «non è più come una volta».
È una sera di luglio e dopo tanto tempo al incontriamo, al solito posto.

«Sono stata al mio paese per Ramadan. Spero che Allah mi perdoni, che capisca che sto facendo questo lavoro non perché mi piace, ma perché ho bisogno di soldi. Prego sempre Dio. Prego anche per te, per voi. Spero che Allah non mi punisca»

Cinzia, Polonia

Cinzia lavora indoor, pubblica sui siti di incontri e riceve 5-6 giorni al mese. Quando ci sentiamo la prima volta al telefono è stupita dell’esistenza di questo servizio. 

«Ma perché aiutate noi? Io mi chiedo perché c’è questo servizio in aiuto delle donne che scelgono di fare prostituzione. Perché non aiutate gli italiani? La brava gente? Perché?» mi chiede ripetutamente.


Cinzia, Monica, Gabriela e Tania. Quattro donne di età e nazionalità diverse, con storie di vita completamente differenti tra loro; eppure c’è una cosa che le accomuna: lo stigma della puttana.

Su di loro, e molte altre, pesa un senso di colpa ingombrante, che le fa sentire irrimediabilmente colpevoli in terra e persino in cielo.

Si sentono sbagliate, anormali, immorali. Sono convinte che il lavoro sessuale non sia dignitoso e che pertanto la vergogna che sentono dentro di sé sia buona e giusta.

Questo lavoro, la prostituzione su strada per Monica, Gabriela e Tania e quella indoor per Cinzia, non lo amano.

Il lavoro sessuale non è per loro vocazionale e definitivo, è solo un mezzo per guadagnare dei soldi nel minor tempo possibile. Un giorno, probabilmente, lo lasceranno.

Ma il punto non è questo. Il punto non è se gli piace o meno fare le sex worker. La vergogna e il senso di colpa che abita le loro parole non dipende tanto dal fatto che a loro, questo mestiere, non piace.

La vergogna e la colpa nascono dallo stigma interiorizzato della puttana, che accompagna da millenni le lavoratrici sessuali, e più in generale tutte le donne.

Tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo sentite chiamare “puttana”, “zoccola”, “troia”, et similia.

Avevo 14 anni e me lo sono trovato scritto a caratteri cubitali davanti la casa delle vacanze: “GIULIA E VALE (un’amica dell’epoca) ZOCCULE”.
La scritta rimase per svariati anni, intatta, sulla pietra calcarea del centro storico di Gallipoli. 

Se all’inizio mi ferì profondamente, soprattutto per il dispiacere di mio padre – tipico uomo del sud -, negli anni successivi sviluppai una sorta di orgoglio per quella parola. Tant’è che, ad ogni estate, andavo a controllare se c’era ancora e dicevo al mio compagno: «Sono proprio io! Parlano di me».

A marchiarci con quel temine erano state un gruppo di ragazzine di paese, furiose perché in pochi giorni avevamo invaso il loro territorio e rubato i loro uomini (dei ragazzini poco più che 15enni).

Era bastato qualche flirt e un paio di limoni ed eravamo diventate delle zoccole.

Non ero certo una sex worker. Avevo 14 anni e un corpo di bambina. Eppure ero colpevole. Zoccula.

Lo stigma della puttana dunque ha radici più profonde, che vanno al di là del lavoro sessuale.

Ci dicono puttana se abbiamo più partner, se ci piace il sesso o semplicemente ne parliamo. Siamo puttane quando usiamo, esibiamo e godiamo del nostro corpo.

E se alla (presunta) libertà sessuale, aggiungiamo uno scambio sessuo-economico siamo doppiamente puttane. Una donna che vende una prestazione sessuale sfida l’assetto culturale patriarcale che la vede come un essere passivo, preda e mai predatrice, angelo indiscusso del focolare domestico e portatrice di santa fica.

La lavoratrice sessuale incarna la trasgressione, l’amoralità, fa qualcosa che non si dovrebbe fare: usa in modo autonomo il proprio corpo per offrire un servizio sessuale, per giunta a pagamento. La prostituta è un soggetto di piacere e per questo sfugge al controllo patriarcale sul corpo delle donne. E ciò che non si può controllare è terrifico, scatena la paura.

Ma se da un lato la sex worker incarna il male, dall’altro è funzionale al modello familiare etero-patriarcale. La puttana esiste perché c’è la santa e la santa esiste perché c’è la puttana. Ecco il paradosso di una frangia del pensiero abolizionista: sei una brutta e cattiva puttana, ma sei necessaria. A cosa? A sfogare gli istinti naturali del maschio alfa latino e a far sì che lo stesso maschio continui a pensare che, certe cose, la sua donna non le fa.

Inutile dire quanto questa visione porti con sé stereotipi di genere profondamente sbagliati.

Gli uomini non hanno una particolare predisposizione al sesso, non portano dentro nessun animale da saziare con calde scopate. O per lo meno non più delle donne e di qualsiasi altro genere. E la divisione delle donne in sante e puttane, laddove le prime sono le madri-mogli-casalinghe e le seconde quelle che fanno ruotare la borsetta sul ciglio della strada o si spogliano davanti alla webcam, è quanto di più falso possa esserci.

Anzi, se vogliamo dirla tutta, le meno puttane che ho conosciuto sono proprio le lavoratrici sessuali.

Puttana è un mood, uno way of life che presuppone una certa libertà e apertura sessuale, non c’entra nulla con il lavoro sessuale. Si può essere puttana e sex worker? Certo, ma non per forza. 

La parola “puttana” però è duttile, è come un vestito nero: si può usare per qualsiasi situazione. Se facciamo un torto a qualcuno, siamo sgarbate o poco gentili, o se ancora, cambiamo idea troppo facilmente, adeguandoci alle circostanze per puro interesse, restiamo comunque puttane. E se ad essere stronzo, infido, disonesto è un uomo, è un figlio di puttana. 

Siamo tutte possibilmente puttane, persino la povera madre innocente di uno stronzo qualsiasi. 

E tutte, quindi, viviamo lo stigma della puttana. Certo, ci sono vari livelli, gradi ed intensità dello stigma, in una scala che va dalla puttana base alla puttanissima. Ma lo stigma tocca tutte. 

Per questo, la discriminazione e la svalutazione del lavoro sessuale non sono solo un problema delle sex worker. La lotta contro stigma sociale della puttana e la riappropriazione positiva di questo termine è una lotta che riguarda tutte e tutti, nessuno escluso. 


Per concludere vorrei dire una cosa, anzi due.

A tutte le donne:
se vi chiamano puttana non vi vergognate, anzi, sorridete e ringraziate. Spiegategli che il corpo è vostro e la sessualità pure.

A Cinzia, Monica, Gabriela, Tania e tutte le lavoratrici sessuali:
se vi chiamano puttane, voi ricordatevi sempre che prima di tutto siete delle lavoratrici e che meritate rispetto. E poi ringraziate, spiegategli che del vostro corpo fate ciò che vi pare e che la sessualità è solo vostra. 

P.s. Mi scuso se ho usato un linguaggio poco inclusivo, ma questa è una questione di genere.

Giulia Zollino

Non finito erotico: Minimalismo sexy per l’immaginazione

Guardare la sessualità con la lente dell’arte non è un modo di decifrarla, più che altro un’opportunità per interpretarla. È questo quello che vorrei offrirvi oggi, parlandovi di “minimalismo erotico” e del perché si sposa così bene con l’erotismo.

Ne vedrete a centinaia sul vostro feed, alcune le avrete pure salvate sul cellulare, magari condivise, persino dedicate: sono le illustrazioni “minimal” che tanto vanno di tendenza sui social e, dunque, tra tutti i creators di contenuti creativi.
In particolar modo esistono migliaia di account di artisti erotici che hanno adottato questo linguaggio sintetico, fatto di poche linee e tanta malizia. 

Minimal, dicevamo, sì.
Il Minimalismo, però, ha una storia poco più vecchia e più ampia rispetto a questi disegni. Eppure non è sbagliato associarli a esso, poiché di questo sposano alcuni concetti.


Minimalismo Storico vs. Minimalismo Erotico

la camera di valentina
Hatra I. 1967, Frank Stella

Vi prometto che non andrò per le lunghe, per non annoiarvi: farò un piccolo accenno a ciò che è il Minimalismo per inquadrare e collocare meglio le parole che leggerete.
Erede del Costruttivismo, la “Minimal Art” nasce negli Stati Uniti intorno la metà degli anni Sessanta. Una giovinetta, tutto sommato (motivo per il quale, in quanto stile – e in quanto filosofia, addirittura – è ancora tanto in voga e si estende in tutti gli ambiti del nostro senso estetico).

Esattamente come tutta l’arte nella storia, anche il Minimalismo nacque in risposta e reazione e, nel suo caso, si trattò di contrapporsi all’Espressionismo Astratto, ovvero: alle forme e ai colori decodificabili secondo un codice soggettivo e intimo, i minimalisti preferirono la sintesi delle geometrie.

“Strutture Primarie”, la mostra che si tenne nel 1966 a New York, consacrò il battesimo di questo movimento artistico e il nome ne rivela il principale interesse: le strutture “primarie” sono quelle delle geometrie semplici.
Avviene dunque questa drastica semplificazione delle forme e dei colori; più che una ricerca espressiva e appariscente, i minimalisti ricercarono – e ricercano, tutt’oggi – la forza emotiva (sembrano freddini, e invece si appassionano pure loro!) nelle componenti strutturali e percettive; semplificazione, struttura, percezione

la camera di valentina
Monumento per V. Tatlin, 1966-69, D.Favlin

Queste tre parole chiave, in particolare l’ultima, sono quelle che l’attuale trend di illustrazioni zozzette su Instagram hanno ereditato in maniera diretta, permettendo loro di essere inserite correttamente in questa definizione artistica.  

La percezione gioca un ruolo essenziale nell’illustrazione erotica e il minimalismo vince su tutto perché non esplicita nulla di quello che ritrae. È per questo che account come Petites Luxures hanno tanta popolarità: con due linee viene descritta una scena sessuale, senza esplicitare quei dettagli che la rendono tanto pornografica. 

In un certo senso, questo è anche un modo di eludere furbescamente i cari “standard della community” (i quali ancora non si è capito quale community tutelino davvero); un continuo riciclo di “vedo, non vedo”, dove il “vedere” si traduce in “immagino, non immagino”. 

la camera di valentina
Introspection, Petites Luxures

Ed è proprio dall’immaginazione che voglio lanciarmi per raccontarvi un’eredità ancora più lontana, più intrinseca, negli sketches che tanto ci fanno fremere.


Il “non finito” michelangiolesco e il suo moderno sex appeal

Ci stai prendendo per il culo, cosa diamine c’entra adesso Michelangelo se hai parlato finora di anni Sessanta, Stati Uniti e via discorrendo?
Niente panico, non voglio farvi impazzire. Il discorso è semplice, anche se serve un altro spiegone: cos’è il “non finito” di Michelangelo?

Tra il 1520 e il 1534 Michelangelo ha scolpito una serie di sculture denominate “Prigioni”, “prigionieri” o “schiavi”. Le avrete sicuramente viste, nell’Internet o dal vivo; sono proprio quelle che racchiudono in loro il concetto del “non finito”. I motivi per i quali questi corpi di marmo non sono del tutto liberi dal loro blocco – missione di tutta una vita del genio rinascimentale – sono molteplici, dai problemi di salute alle zuffe per le commissioni.

Ma, dato che parliamo di un genio, nulla è lasciato al caso: infatti Michelangelo, grazie a queste opere non concluse, ha lasciato appositamente in eredità uno strumento che nessun potente scalpello per manipolare la materia può eguagliare: l’immaginazione.
Questo “non finito”, tanto lontano dalla perfezione quanto lo è l’uomo dalla divinità, è una chiave che dall’artista passa all’osservatore per permettere di continuare e concludere l’opera, a seconda di ciò che il proprio gusto e il proprio cervello dicono. Un continuum immaginifico, utile a dare all’opera sempre una vita nuova.

Più avanti, nell’Ottocento, furono gli impressionisti ad abbracciare questa idea: la loro reazione alla fotografia sfociò in una sorta di “non finito” quando i confini entro i loro quadri iniziarono a farsi sempre più scontornati, come dentro un sogno: chiunque osservasse i loro paesaggi, poteva iniziare a trovarne uno diverso ogni volta, specchio di quello interiore.

L’immaginazione, dunque, resta una delle ultime eredità del grande Maestro del Rinascimento ed è quella l’ingrediente segreto per queste illustrazioni che di segreto hanno ben poco.
la camera di valentina
I Prigioni, Michelangelo

Il bisogno dell’immaginazione nell’era iper-pornografica 

Un’amica e follower di LCDV, una volta, mandandomi alcuni screenshot di un’illustratrice erotica di questa “scuola”, mi confessò che quelle immagini la eccitavano più di una scena porno.

Il perché funzionino così bene possiamo ipotizzarlo per più motivi.

Tanto per cominciare, l’immaginazione è liberatoria: Se un disegno ti accenna un incipit, hai pieno potere sulla narrazione totale della scena;
un abbozzo significa anche “discrezione”: il tuo pudore non è né urtato né scioccato da un’immagine esplicita. Dunque non incombe un senso di disagio qualora tu non sia particolarmente apert* e abituat* a visioni del genere. Infine, la curiosità: tanto più qualcosa non è perfettamente definita o dettagliata, tanto più sei indotto/a ad osservala più a lungo

Tutto ciò ci parla di noi e di come viviamo la sessualità, sia come argomento comune sia come percorso interiore. Non è paradossale che un’illustrazione monocromatica – proprio come il Minimalismo prevede -, senza suoni né animazioni, possa essere più eccitante di un porno?
Forse siamo sopraffatt* o assuefatt* , ma oggi, come ieri, l’esigenza dell’immaginazione è ritornata prepotente.

Gli artisti, inoltre, dovranno pur difendersi in qualche modo: paradosso vuole che i social siano, al tempo stesso, la vetrina conoscitiva e divulgativa più veloce ed efficace e il pozzo di oscurità e dannazione più profondo dentro il quale dimenarsi per risalire dopo il primo, inspiegato, passo falso. Censura, oscurantismo, segnalazioni, ban, sono all’ordine del giorno per chi crea e divulga contenuti creativi. 

Se l’arte può servire per scardinare tabù sulla sessualità, allora i social lo impediranno. Gli stessi social dove Questa viene condivisa, però.

Poche linee e pochi colori, qualche didascalia e nessun volume sono gli ingredienti per queste illustrazioni erotiche a prova di ban (forse): alcune accompagnate da didascalie divertenti, altre ancora da titoli bizzarri; ci sono illustrazioni a tema BDSM o altre totalmente romantiche e sentimentali, ma la scuola è quella.

Ancora oggi l’arte ci fa da testimone. Perciò non è un mistero se, anche nei più nuovi mezzi di diffusione ci sono radici profondissime di un passato apparentemente lontano.

Il gioco della percezione del Minimalismo, del non finito rinascimentale, funzionano ancora oggi con i nuovi linguaggi dell’arte visiva; si sposano benissimo con la percezione della sessualità che mostriamo pubblicamente e, soprattutto, intimamente.

Quanti segreti, in mezzo alle linee, eh? 


Account che apprezzo (instagram):
Petites Luxures
Crochetcaché
Frédréric Forest
nuen-eroticart
eroticasanova

Ne conosci altr*? Lascia un commento! 

 

 

In Bed With Valentina n°3- Cawacem

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Ben ritrovati e ritrovate su “In Bed With Valentina”: il letto più largo e hot di tutto il world wide web. È un piacere oggi avere Cawacem, un’illustratrice russa della quale vi innamorerete.

Da quanto tempo disegni? Sei autodidatta o hai fatto degli studi?

Disegno da quando ho due anni, ovvero da quando mia madre, per la prima volta, mi ha dato una matita. In seguito ho frequentato una scuola d’arte dove ho sviluppato le mie capacità e dove, inoltre, ho preso un diploma in architettura. 

Come inizia il tuo processo creativo, dall’idea all’illustrazione finale? 

Il mio processo creativo si basa sulle mie esperienze personali, come quando qualcosa mi spinge a disegnare. 

Che strumenti utilizzi?

Ne utilizzo diversi, per ora sto lavorando con Procreate. 

Da dove trai ispirazione?

La mia vita è parecchio intensa, lavoro e viaggio spesso. Così, sono sempre esposta a una vastità di esperienze che ogni giorno mi forniscono nuove fonti di ispirazione. 

La tua palette di colori è quasi sempre la stessa. Quei colori hanno un significato? 

Lavoro spesso sulle mie emozioni, riflettendo su cosa c’è nell’immagine e i suoi colori. Uso il blu per dei disegni particolari, sebbene abbia utilizzato sempre colori differenti per temi differenti. 

C’è un legame tra l’umanità e la natura nelle tue illustrazioni e ciò che mi ha colpita di più è proprio il nudo femminile e la presenza degli animali. Che cosa significano?

Molti anni fa sono stata a Bali e lì ho visto una donna bellissima correre, nuda, con accanto un cane sporco, di larga taglia. I miei occhi sono stati testimoni diretti di questa scena e ho pensato che il loro affetto reciproco e il modo in cui giocassero tra di loro fossero un simbolo dell’amore tra uomo e natura, nella sua forma più pura. 

Molti animali sono ricorrenti. Hanno un significato, per te? Sono simbolici?

Il mondo animale è estremamente ricco di personaggi. Quindi provo a disegnare una varietà di animali che evocano, in me, sentimenti diversi e che simboleggino diversi stati d’animo dove io, o le persone che amo, si possano ritrovare. 

La donna in questi disegni sei tu o è una modella?

Dipende, da disegno a disegno. A volte ritraggo le mie amiche, mentre altre volte incappo casualmente in una donna bellissima che mi ispira.

Le ambientazioni sono sempre celestiali, sospese in un’altra dimensione.  È perché c’è una forte relazione tra spiritualità e carnalità?

Assolutamente sì. La relazione tra corpo e spirito è la chiave per una sorta di disegno emozionale. 

Il tuo lavoro è adorabile, c’è un qualche progetto futuro di cui puoi anticiparci qualcosa?

Al momento sto lavorando in un progetto per un romanzo, cosa assolutamente nuova per me, in quanto non ha nulla a che vedere con il lavoro fatto finora. È una sfida completamente nuova per me, ma amo spingermi sempre oltre i miei limiti. 

Grazie ad Aleksandra Semenova, aka Cawacem per condividere tutto ciò con noi. Cercate il suo instagram e fateci sapere quale illustrazione vi piace di più!

Cawacem anche su facebook, qui

In Bed With Valentina n°3 (ENG)- Cawacem

Welcome back to “In Bed With Valentina”, the largest and hottest bed world wide web. Today it’s a pleasure to talk with Cawacem, a russian illustrator whose works you will fall in love with. Like, litterally fall from heaven…!

How long have you been drawing? Are you self-taught or did you attend any studies?

I have been drawing since I was two years old, when my mum gave me a pencil for the first time. Afterwards, I attended art school where I continued to improve my drawing skills, as well as receiving a degree in architecture.

How does your process of creation start, from the idea to the final illustration?

My process of creation is based on my own personal experiences—i.e. something instigates me and propels me to begin drawing.

Which tools do you use?

I use a wide range of tools, but recently I have been working with procreate.

Where do you get inspirations?

My life is quite intensive, I work and travel so often. Thus, I am exposed to a wide range of experiences that provide me everyday with new sources of inspiration.

Your colour palette is almost the same among your work. Those colours have any significance?

I work often with my emotions, thinking about the relationship between what is found in the image and its colours. I used blue colour for a particular kind of drawing, but I could have used a different colour for a different theme.

There’s a bond between humankind and nature in your illustrations and what fascinate me the most is actually female nude and animals. What’s the meaning? 

When I was in Bali several years ago I saw a beautiful women running naked alongside a large-sized dirty dog. Witnessing this scene with my own eyes, I found their mutual affection and how they played with each other as a symbol of love between human and nature in its purest form.

Lots of animals are recurrent. What they mean to you? Do they have an actual symbol?

The world of animals is extremely rich and full of characters. Therefore, I try to draw a variety of animals that invoke in me various feelings, symbolising for me different state of moods in which myself or my loved ones are found. 

The woman in these sketches is you or a model?

It differs from drawing to drawing. Sometimes I draw my friends, while in other occasions I coincidently come across beautiful woman who give me inspiration for my new drawings. 

Settings are always celestial, suspended in an altered dimension. Is that because there’s a strong relationship between spirituality and carnality? 

Of course, the relationship between body soul is key for an emotional form of drawing.

Your work is so lovely, do you have any future project to anticipate to us? 

In the current moment I work on a novel project which is completely new for me and does not relate to my earlier work. It is a brand new challenge for me, but I love pushing the limits of my myself.

Thank you to Aleksandra Semenova, aka Cawacem to share this to us and have a look into her instagram: let us know which illustration do you like the most!

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