Storie di strada 3: la legge Merlin

o di maghi e maghe dell’ipocrisia

Roxana, Romania

Anita è una donna bellissima. Il tacco 12 e i brillantini sono la sua passione. In quei giorni c’erano stati diversi furti in strada perciò ne approfitto per ricordarle che se dovesse avere dei problemi di qualsiasi genere può chiamare la polizia.

«Ormai lo sappiamo. Vengono i drogati neri e rubano. Ma posso chiamare carabinieri? Come mai? Ma non è illegale quello che sto facendo?».

Dopo averle spiegato la normativa italiana in materia di prostituzione, incredula mi dice: «Ma veramente? Beh, buono a sapersi».

Cristina, Romania

Cristina è cinica, diretta e stronza, ma tremendamente divertente. Da un po’ si lamenta del fatto che in strada non si batte chiodo. Quella sera mi racconta di com’era lavorare nel 2014, quando se ti era andata male facevi 800 euro alla settimana.

I: «Ma com’è stato per te all’inizio? Avevi paura di stare qua da sola?»

C: «ho iniziato 4 anni fa con mia cugina, stavamo vicine. Poi ci siamo divise e ora sto qui. In alcuni momenti ho avuto paura. Tipo c’erano dei ragazzi che per un periodo passavano e ci lanciavano le stikla addosso. Come si dice…Vetro ecco! Stavamo sempre attente noi, ma una volta me l’hanno tirata addosso proprio, sulla gamba. Sono finita per terra e in quel momento è passata la polizia, quindi gli ho detto di seguirli, ma credo che abbiano fatto finta. Infatti poi quei ragazzi sono ripassati altre volte».

Nicoletta, Romania

Nico lavora in una via stretta e buia, ma al contrario di S., che lavora pochi metri più avanti, da qualche anno ha deciso di lavorare in macchina.

«Hai sempre lavorato in macchina?» le chiedo.

“Mi sono messa nella macchina dopo che ho avuto dei problemi con due moldavi. Stavo lavorando lì davanti e questi sono passati e mi hanno tirato un sasso. Sono finita nel fosso. Ero da sola. C’era solo S., ma se n’è fregata. Non mi ha mica aiutata. Io invece l’avevo aiutata a lei, quando le hanno tirato una bottigliata. Quei due moldavi ora sono in carcere, li ho subito denunciati. Da allora, sto in macchina così se c’è un problema mi chiudo dentro».

Fabiola,Romania:

Stivali neri fino al ginocchio, legging di pelle rosso fuoco, coda biondo platino ed è subito magia. Fabiola vive con il marito, che sta scontando i domiciliari dopo essere stato accusato di sfruttamento ed aver passato vari anni in carcere.

«Mi hanno intercettato tutte le telefonate, hanno sentito tutto. Un giorno sono venuti qui ed hanno visto che c’era anche mio marito, in un’altra macchina. Il maresciallo mi ha detto che gli sto sul cazzo e che crede che io sia la capa di tutta la strada. Non è così. Che cazzo ne sapevo io che se portavo un’amica mi accusavano? Non si capisce un cazzo».


Chi mi segue su Instagram lo sa: uso spesso BlaBlaCar. Non tanto perché io sia una persona socievole, quanto piuttosto perché trovo che i sedili della macchina siano di gran lunga più comodi di quelli di Trenitalia.

BlaBlaCar è un car sharing in cui oltre al mezzo si condividono aneddoti e frasi di circostanza.

Normalmente, ogni passaggio inizia con il fantastico momento in cui si deve raccontare a dei/delle perfett* sconosciut* chi sei, da dove vieni, che lavoro fai e quanto spesso usi BlaBlaCar.  

Alla mia bellissima presentazione, resa fluida e sintetica da anni di esperienza, segue una domanda, ormai divenuta una certezza: «Quante ne hai salvate?».
E mentre cerco di placare il mio istinto suicida e annoto sul cellulare di formulare una nuova presentazione del tipo “ciao sono Giulia e non salvo nessuna”, solitamente la conversazione procede con una discussione sulla legalità della prostituzione, alla fine della quale la maggior parte delle persone resta convinta del fatto che «la prostituzione non è mica legale».

Ma l’ignoranza e la confusione sulla legislazione in merito alla prostituzione non riguardano solo l’utente medi* di BlaBlaCar, ma anche le persone che si dedicano a questo mestiere; e le storie che ho scelto di raccontarvi oggi lo dimostrano.


Era il 19 settembre del 1958.

«Edizione straordinaria! Chiusura de li casini. Da domani tutti a fasse le pippe» gridava la strillona di via del Tritone.[1]

La legge Merlin fu approvata nel gennaio del 1958 con 385 favorevoli e 115 contrari, dopo un iter parlamentare durato quasi 10 anni (la legge fu presentata per la prima volta il 6 agosto 1948) ed entrò ufficialmente in vigore nel settembre dello stesso anno. Allo scoccare della mezzanotte del 20 settembre, più di 560 “au bord de l’eau” chiusero le porte.

“Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”

recita la legge. Infatti, con la senatrice Merlin, inizia una nuova stagione, quella abolizionista.
Il movimento abolizionista nasce nell’Inghilterra vittoriana e segna una rottura definitiva con il modello regolamentista (introdotto in Italia nel 1860 dal Regolamento Cavour), in cui lo stato interveniva massicciamente e violentemente nel controllo e nella gestione della pratica prostitutiva.

Con l’abolizionismo si crea un vuoto. Lo Stato chiude gli occhi, e li apre solo per perseguire il nobile e cristiano obiettivo di liberare e proteggere le povere vittime (tutte e sempre donne) che decidono di cambiare vita e “lasciare la strada”.


Ma vediamola meglio la nostra Merlin.

La legge n.75 è composta da tre capi (“Chiusura delle case di prostituzione”, “Dei patronati ed istituti di rieducazione”, “Disposizioni finali e transitorie”) ed oltre a disporre la chiusura delle case di tolleranza, introduce i reati di favoreggiamento, sfruttamento, induzione, reclutamento e adescamento (depenalizzato con la legge 689/1981).

All’art.3 rende inoltre punibile da due a sei anni chiunque affitti la propria casa a scopo di esercizio prostitutivo o chiunque, essendo in possesso di un locale pubblico, tolleri la presenza di una o più persone che si dedicano alla prostituzione. Ultima novità della Merlin è l’istituzione di patronati ed istituti di rieducazione, nei quali

«(…) potranno trovare ricovero  ed  assistenza, oltre alle donne  uscite  dalle  case di prostituzione (…), anche quelle altre che, pure  avviate  già  alla  prostituzione, intendano  di ritornare ad onestà di vita».

In nessuno dei quindici articoli la prostituzione viene dichiarata illegale, ma quale sia il giudizio dei 385 favorevoli, mi sembra evidente.

Se formalmente lo scambio sessuo-economico non viene criminalizzato, nei fatti prostituirsi legalmente in Italia sembra impossibile.
Incappare nel rischio di essere accusat* di favoreggiamento e/o sfruttamento è molto comune.
Per non parlare poi delle innumerevoli ordinanze comunali che celate dietro a motivi di “decoro urbano” o  “pubblica sicurezza”, multano clienti e sex workers, provocando una progressiva marginalizzazione e ghettizzazione del lavoro sessuale.

Non stupisce quindi che per la maggior parte della popolazione la prostituzione sia considerata un’attività illegale. Ma la percezione dell’illegalità  non è solo sintomo di una mancanza di conoscenze in materia o del silenzio che avvolge il sex work; bensì dice molto di noi, di quanto l’impianto abolizionista moraleggiante sia radicato nel nostro tessuto socio-culturale.

La legge Merlin infatti si fonda su un presupposto intriso di morale e paternalismo che marchia come vittima chiunque si dedichi alla prostituzione.

L’idea che una persona possa esercitare tale professione per piacere o per pura necessità/convenienza non viene minimamente presa in considerazione.

«Le puttane sono vittime per legge».[2]


La povera Merlin – perdonatemi la battuta – ha creato un casino.

Se in partenza le sue intenzioni erano sicuramente nobili e sotto certi aspetti rivoluzionarie, oggi ci troviamo con una legge inadeguata,  che non è stata capace di stare al passo con i cambiamenti del mercato del sesso, oltre che ad accettare i mutamenti culturali del nostro paese. Una legge confusa, sbiadita, che anziché tutelare le persone che decidono di prostituirsi, le costringe a lavorare con maggiori rischi.

Una legge che mentre premia chi vuole ritornare sull’onesta via, relega le altre ai margini, ai bordi di strade sempre più buie e dense di stigma.

«Non si capisce una cazzo» diceva Fabiola, appoggiata alla sua macchina grigio fumo.

È vero. I fraintendimenti e gli equivoci sono molti. Ma c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare:

la prostituzione tra persone adulte e consenzienti è legale. Considerare questo aspetto è fondamentale soprattutto per le/i sex workers; per (ri)conoscere i propri diritti e soprattutto alleviare quella la sensazione di vergogna che spesso uccide.

Ed è da questa consapevolezza che dobbiamo ripartire per sbattere furiosamente i tacchi e lottare per una nuova legge. Una legge più inclusiva, rispettosa e chiara.

Perché abbiamo infinitamente bisogno di un nuovo discorso sulla prostituzione, un discorso onesto, diretto, che vada dritto al punto, senza perdersi in stupidi paternalismi, che ormai puzzano di chiuso.

[1] Chirico A., Siamo tutti puttane, Marisilio Editori, 2014
[2] ibidem

Il Succhia-clitoride: un’esperienza

Sono entrata in possesso di un giocattolino che sicuramente conoscerete già, la sua nomea di oggetto magico è arrivata in lungo e in largo nel regno della Sexpositivity, e ci credo bene! 

DISCLAIMER: questa non è una recensione. Mi piacerebbe intraprendere anche questa strada, ma non è questo il caso. Se volete idee per deliziarvi, da sol* o in compagnia potrete trovare su instagram e non solo professionist* molto più espert* di me. 

Come per l’articolo sulla cosa a tre, anche in questo caso sono partita da delle domande poste ai e alle follower, dedicandomi principalmente alle donne.
Questo perché ho chiesto loro cosa ne pensassero del succhia-clitoride, se lo volessero provare o se ce l’avessero già. Essendo quindi una domanda mirata al pubblico avente clitoride, pensavo fosse sufficientemente ovvio che non potessero rispondere gli uomini, ma dato che l’estro creativo non manca mai, in molti hanno detto la loro. Grazie, ragazzi, siete i mejo.

Si scherza: certamente l’anatomia non mente e dunque le opinioni di consumo da parte degli uomini non sarebbero inerenti, ma trattandosi di un sex toy può essere usato in coppia e quindi chissà che i partner non trovino un’idea carina per fare un regalo alla propria o alle proprie? I benefici potrebbero essere per tutt*.

Passiamo alle risposte: in molte si sono dette entusiaste nell’utilizzarlo: una vera e propria rivoluzione personale (mi associo a loro: semplicemente, WOW); altre hanno detto che non ce l’hanno ancora e che vorrebbero averlo; alcune hanno detto che l’idea metteva loro ansia ma che proverebbero comunque.

Sull’ansia, posso capire benissimo: è un nome inquietante. Sarà l’atmosfera spooky di ottobre ma, in effetti, restavo alquanto perplessa.

Per risolvere, su instagram ci sono moltissimi account che parlano e recensiscono sex toys, da valiziosa alla coppia rosa le sex en rose e grazie a loro ho scoperto un mondo a riguardo. Ma i primi tempi, pensare un arnese che ti succhiasse il clitoride non evocava un’immagine piacevole. Succhiare come? In che senso? Ti fa da aspirazione? Fa male?

Il “succhia” ne “succhia-clitoride” in realtà è più un’allusione che un un effettivo movimento effettuato dal toy: dal beccuccio – che ha questa forma appositamente per concentrare tutta l’energia sul clitoride – fuoriescono delle pulsazioni che stimolano il clitoride e ricordano, vagamente, una succhiata: et voilà “succhia-clitoride”.

Quindi, curiose di tutto il mondo: non abbiate timore, nessun sex toy vi mangerà la vulva a forza di suzioni.

Non fa male durante né dopo e solo dopo averlo provato potrete capire in che modo il vostro corpo reagirà (spoiler: ringraziandovi).

Ormai ci sono succhia-clitoride di ogni marca, prezzo, forma e dimensione. Il mercato dei sex toys è qualcosa che mi affascina enormemente, per la ricerca e le analisi che vengono fatte prima, durante e dopo la creazione di un determinato prodotto.

A tal proposito, il succhia-clitoride come tecnologia dei giocattoli sessuali è rivoluzionario: si affianca alla rivelazione scientifica e culturale del clitoride come organo legittimato al piacere e al godimento. 

Questa concezione non esisteva fino a poco tempo fa e come già in molti e molte hanno detto, approfondito ed evidenziato il piacere femminile era talmente legato e sottomesso a quello maschile che al di là della penetrazione non si andava.

Per molt* è ancora così, tra l’altro: i tabù sulla sessualità fanno anche questo: inibiscono le fantasie e la voglia di conoscenza.

Mentre i sex toys possono diventare strumento di approfondimento di sé, per alcun* sono limitanti, segno di incapacità o debolezza – come se fossero due cose tanto gravi. Voglio dire: ben venga l’incapacità, poiché si può imparare; ben venga la debolezza, ché si impara a proprio ritmo, oltre i propri blocchi, a diventare più forti, più brav*, più capaci.

la camera di valentina
il succhia-clitoride della Satisfyer

Queste sono tecnologie che danno l’opportunità di riflettere su dove siamo, come siamo, da sol* e gli altri. Fatevi un giro fieramente nei sexy shop della vostra città o online, potreste aggeggi che probabilmente non considerereste mai utili al fine sessuale, e invece… 

Quello che ho io è il Satisfyer 1 Next Generation, della Satisfyer. È già vecchiotto tra i succhia-clitoride, sia all’interno della casa di produzione, sia tra i sex toys di questo genere. Però fa il suo lavoro egregiamente ed è molto piacevole.

Non mi fanno impazzire le pile, che oltre a essere poco ecologiche sono sicuramente poco pratiche: in qualunque momento potrebbero scaricarsi e invalidarne l’utilizzo. Non è ancora successo, per fortuna…!
Mi è stato gentilmente regalato da pleasureroom.it e potrete trovarlo online anche sul loro sito.

Siate curiose e avventurose: non si può sapere mai dove si nasconde una rivoluzione personale, finché non ci caschi dentro in pieno, con tutte le sensazioni fisiche e mentali.

 

L’erotismo in Paul Gauguin: Te Faruru

Paul Gauguin è stato un grandioso e controverso pittore post-impressionista. Fuggendo dalla civiltà così come la conosceva ha scoperto l’energia cosmica nell’erotismo.

la camera di valentina
ritratto dell’artista con il cristo giallo, 1889

Paul Gauguin (1848 – 1903) fu un pittore francese tra i massimi esponenti del post-impressionismo. Lui nacque davvero nell’anno del “faccio un ’48” e in qualche modo questo moto rivoluzionario crebbe e convisse in lui.

Gauguin colonizzatore, ribelle, perverso; rivoluzionario, spirituale, passionale. Il mito del pittore si fonde con l’uomo e non sappiamo dove inizi l’idolatria e finisca la verità; probabilmente è stato tutte queste cose e molto altro.

Dopo il ’48 la situazione sociale e culturale fu un colpo basso per tutti gli artisti europei, da Van Gogh a Munch; sognavano uno stravolgimento sociale che non avvenne. Gauguin fu tra i disillusi e forse per questo decise di cercare se stesso in altri luoghi.

La sua rivoluzione personale partì comunque dalla Francia, in Bretagna: una regione “primitiva” dove ai suoi occhi si apriva una visione di vita semplice e umile. A questo periodo appartiene “Il Cristo Giallo” e la serie di ritratti di donne bretoni.

La ricerca di quella semplicità lo indusse a viaggiare per la Polinesia dove ritornò molte volte, tra una vita lasciata in Francia e un’altra fatta a Tahiti. In questi viaggi sviluppò e abbracciò una filosofia piuttosto vitalistica che, a sua volta, divenne poetica esotica e primitiva dei suoi quadri. È in questa ricerca del vero e del puro che si colloca la sua concezione di erotismo e con questo le sue contraddizioni.

Perché vedete, per essere un uomo alla ricerca della libertà e della purezza, lontano dalle corruzioni dell’ipocrita civiltà francese, le sue vicende amorose dal gusto montanelliano stridono con ciò che potremmo aspettarci da uno spasmodico desiderio di incorrutibilità dello spirito, ma tant’è: dovessimo guardare a puntino e scandagliare con la lente di ingrandimento le vite dei più grandi artisti della storia e valutarne la moralità e l’etica, dovrei chiudere blog e burattini e sorvolare miseramente sul loro operato.

L’energia cosmica e la natura: il sesso come essenza vitale

Lo scopo di Gauguin nell’esiliarsi a Tahiti era quello di ritrovare se stesso e il senso della propria esistenza, nonché di quella di tutti gli uomini sulla terra. Se ci riuscì non ci è dato sapere, ma da ciò che ci ha lasciato (vedi “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?“), sappiamo che di domande se n’è poste parecchie.

la camera di valentina
Te Arii Vahine (la moglie del re), 1896

L’erotismo gioca il ruolo di linfa vitale: l’incontro con il corpo è l’incontro con l’essenza più pura della vita; il sesso è l’energia cosmica che ricongiunge lo spirito con l’animale.

Questo ritorno alla Natura si concretizza nello stile primitivista della pittura: non è un caso che le modelle e i modelli siano geometricamente semplificati e i colori, esotici di loro, siano saturati all’inverosimile; i volumi appiattiti, sintetizzati ai minimi termini, come a voler raccontare, con un colpo di pennello, che la vita è un incontro senza pretese tra colori vivaci e linee elementari.

Le ambientazioni polinesiane inquadrano una società diversa, immersa nell’Eden selvaggio  e incontaminato, dove ci sono frutti esotici e afrodisiaci e capanne mimetizzate nella foresta.

A proposito di capanne, nella sua dimora tahitiana Gauguin appese sulla porta un quadro con su scritto “Te Faruru“, ovvero: “qui si fa l’amore“. Effettivamente, con le sue muse e modelle intrattenne più di un incontro passionale, con alcune ebbe anche dei figli.

la camera di valentina
Te Faruru

I suoi quadri si alternano tra esplicite posizioni sessuali e ritratti percettivamente erotici, di momenti nella quotidianità.
La naturalezza con la quale gli abitanti di quei luoghi convivevano con la nudità indusse il pittore a cogliere solo qualche volta e sempre volutamente la malizia del corpo, dunque a eroticizzarlo. Per il resto era vita che scorreva libera.

A Paul Gauguin si deve quel fascino tramandato per il primitivismo che poi influenzò artisti quali Modigliani e Picasso. Le sue immagini sono quelle che più si affiancano al “mito del buon selvaggio” di Rousseau.

Per ciò, la sua arte era pornografica come è pornografico il bambino quando, alla scoperta di sé, si tocca e si stimola senza capirsi troppo: istintivamente, senza vergogna, spudoratamente.

la camera di valentina
Due amanti maori, 1891

 

bibliografia:
Mario De micheli, avanguardie del 900, la feltrinelli
Enciclopedia Universale, le garzantine
Gauguin, panda libri
The European Reality of Erotics, Marsha Morton, 2013 (www.academia.edu)
Gauguin: vitalist, hypnotist, Barbara Larson (www.academia.edu)
articolo: http://plume-dhistoire.fr/les-polynesiennes-de-gauguin-muses-erotiques/

In Bed With Valentina n°4 – Joka

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Oggi nel lettino di Valentina c’è un pittore iper-puntinista veramente fuori dal comune: Joka. Leggiamo insieme la sua storia e la sua arte.

Da quanto tempo dipingi?

In maniera professionale, o con questa intenzione, dal 2004. Dopo essere stato licenziato dal vecchio lavoro, avendo scoperto da poco il mondo del pop-surrealismo, ho deciso che esporre nelle gallerie quadri di questo genere era lo scopo che avrei voluto raggiungere. Prima mi cimentavo molto, producendo dei quadri eclettici, di vario stile, ma senza nessuna reale direzione o intento, perché non avevo frequentato scuole d’arte e quindi non avevo mai preso decisioni a riguardo.

Cosa ti ha portato all’iper-puntinismo?

La maggior parte dei puntinisti usano i pennelli o le penne; quando ho aggiunto a questi altri strumenti (gli stuzzicadenti, nel mio caso), utilizzando diversi colori, ho spinto l’idea di puntinismo a un livello, per qualcuno, impensabile.

Ci sono degli artisti dai quali trai ispirazione?

Di questi tempi, con tutti gli artisti che girano in questo ethos, ho perso il conto di quelli che seguivo, non riesco a stare dietro la massa ormai. Però è di ispirazione qualunque artista viva intensamente il lavoro che fa.

Hai scritto che il puntinismo è una sorta di meditazione, per te. Funziona per la vita di tutti i giorni o solo per il processo creativo?

È sicuramente la carica di cui la mia vita ha bisogno per avere una direzione e un focus. Programmare un obiettivo (l’opera d’arte, in questo caso) e muovermi affinché sia compiuto è una specie di disciplina che senza esso mancherebbe.

I soggetti delle tue opere creano come un “collage”, un effetto visuale assurdo, anche erotico, in alcune. Pensi che questo sentore surreale aiuti a comprendere l’erotismo nei suoi diversi aspetti?

Penso che l’assurdo re-contestualizzi l’erotico per renderlo più artistico e aperto a una moltitudine di interpretazioni, altrimenti sarebbe solo noi, corpi. 

La tua campagna di “Censor Art” è profondamente significativa. Concordo con te quando scrivi “l’annacquamento o la censura di cose tanto universali quanto il corpo umano sono controproducenti per l’arricchimento delle arti”. Come si spiega, secondo te, questa regressione al “pudore”, oggigiorno? Perché è così difficile avere a che fare con i corpi e la nudità nei nuovi media?

Trovo, sfortunatamente, che tutto sia ridotto nelle mani delle entità corporative, timorose che i loro prodotti siano danneggiati da qualcosa che pochi ritengono inappropriata, escludendo una parte dei loro clienti, così come alcuni di noi hanno paura di certe parti del corpo. Penso che la nudità, in tutte le sue forme di intrattenimento, sia molto più accessibile, oggi, grazie a internet.

Il progetto “Censor Art” vuole puntare un faro sull’ipocrisia di queste piattaforme che dicono quanto sia giusto coprire un nudo, che abbia l’intento di essere erotico, con tre punti strategicamente posti, ma un’opera d’arte che abbia come scopo quello di suscitare emozioni è oscurata perché magari mostra un capezzolo.

Io censuro con la mia arte a puntini, piuttosto di lasciare fare a un algoritmo che mi oscura l’opera dagli occhi delle masse perché potrebbe contenere materiale adulto.

Infatti, la censura che tu fai in realtà risalta i corpi e che davvero diventano più evidenti. Credi che sia per quell’effetto di “vedo non vedo” spesso utilizzato nell’erotismo, o per qualcos’altro?

Ci sono poche cose in più con le quali abbiamo familiarità oltre le forme umane, quindi persino una silhouette si riconosce immediatamente e nel mio caso la metto in evidenza con tanti colori.

Comunque, lasciare via libera all’immaginazione implica anche un coinvolgimento erotico e dunque a qualcosa più desiderabile.

Parlando dei nuovi mezzi: la tua arte è un lavoro manuale, tangibile. In quanto creativo, cosa ne pensi di queste due “scuole”, quella “analogica” e quella digitale? Possono coesistere e supportarsi oppure no?

Vivendo dipendenti da questo mondo digitale in cui siamo adesso, il svilupparsi di un regno dell’arte digitale è inevitabile. I bambini prima o poi creeranno arte direttamente su questi dispositivi, senza usare più supporti fisici. Comunque sia, sono parecchio della vecchia scuola e vorrò sempre un prodotto tangibile.

Le riproduzioni sono fighe, ma avere quel pezzo d’arte unico-e-solo per me ha molto significato: è come avere il pezzo direttamente dall’artista e non credo che l’artista digitale possa dire lo stesso.

Cos’è quell'”immaginario nostalgico” di cui parli nella tua “about“?

Mi piace usare un sacco di immagini vintage e rielaborarle in chiave moderna. Molto di quello che utilizzo proviene da vecchie riviste che ho collezionato.

“Censor Art” è l’ultimo dei tuoi progetti. C’è qualcos’altro che puoi anticiparci?

Con questa serie ho iniziato diverse cose, ma per il prossimo futuro nulla di più è programmato. Mi piacerebbe lavorare più in grande, ma sto studiando la logistica. Questo progetto è stato accolto davvero molto bene e credo abbia una rilevanza di questi tempi, quindi continuerò a svilupparlo in tutte le sue possibili vie.

Grazie Joka per aver preso parte in questa intervista, trovate i link al suo sito e al suo instagram nell’articolo.

 

In Bed With Valentina n°4 – Joka (ENG)

Today in Valentina’s bed there’s a great hyperpointillist very uncommon: Joka. Let’s read together about his story and art.

 How long you been painting?

“Professionally”, or with the intent to be, since about 2004. After I was laid off from a job, and having just discovered the pop-surrealism genre of art, I decided that showing paintings in galleries of that vein is what I wanted to pursue. Before that I dabbled a lot and made eclectic paintings of varying styles but with no real direction or intent, because having not gone to school for painting I never had to decide on any of those. 

What did you bring to hyperpontillism?

Most pointillists use a brush or a pen, so incorporating a different tool (toothpicks in my case) and using many colors, I pushed the idea of pointillism into a realm that maybe some hadn’t thought possible. 

Are there any artists you take inspiration from?

These days with so many artists swirling around in the ethos I’ve lost track of a bunch that I used to follow, and just can’t keep up with the masses anymore. But any artist living strictly off the work they’re making is an inspiration to me. 

You wrote that pointillism is a sort of meditation. Does it work for your daily life or just in the creative process?

It is definitely the outlet that my life needs to have direction and focus. Setting a task (the piece of art) and then following through with completing it, is a kind of discipline that would probably be lacking otherwise. 

Subjects of your works always make a sort of “collage”, absurd visual effect, even the erotic ones. Do you think a sense of surreal helps understand eroticism in its different aspects?

I think it re-contextualizes it to make it more artistic and up to a multitude of interpretations, because otherwise anything “erotic” is just us being humans. 

Your campaign of “Censor Art” is deeply effective. I totally agree when you say “the watering down and censoring of something as universal as  human body is counterproductive to the enrichment of the arts”. How do you explain, in your opinion, this regression into “shyness” nowadays? Why is it so difficult to concern with bodies and nudity in art within new media?

Unfortunately I think it all boils down to corporate entities being afraid to taint their product with something that a few might seem inappropriate and then excluding part of their customer base, as well to us all being afraid of certain body parts.

I think nudity, in all forms of entertainment, is more accessible these days than ever before thanks to the internet. The Censor Art Project is meant to shine a light on the hypocrisy of platforms that say it’s ok to cover up a nude image, meant to be erotic, with three little strategically placed dots, but a piece of art, meant to elicit other emotions, is restricted just because it shows a nipple. 

I’m censoring WITH my dot art, instead of having an algorithm exclude it from the masses because it might be deemed adult content.

The “censorship” you do is actually a way to highlight bodies, and it really works as that. Do you believe is because of that “hide and seek” effect that is often used in erotic art or there’s another reasons?

There’s little else that we are as familiar with as the human form/features, so even a silhouette is immediately recognizable, and I’m highlighting that in a colorful way.

Leaving things to the imagination though does tap into ones erotic mindset, and leaves more to be desired.  

Talking about new media: your art is a manual, tangible work. As a creator, what do you think of these two “schools”, the digital and the “analogic” one? Could they really coexist and support each other or not?

Living in the digital reliant world that we do now, the digital realm of art is inevitable. There will probably be kids soon that only ever make art on a device, never using any solid materials.

I’m pretty old school though, and will always want a tangible product. Manufactured reproductions are cool, but having the one-and-only of an art piece really means something to me.

It’s gives you something directly from an artist, that I don’t feel a digital artist is able to convey the same way. 

What is the “nostalgic imagery” named in your “about” page?

I like to use a lot of ‘vintage’ references and re-appropriate them to modern times. A lot of what I use comes from actual older magazines that I’ve collected.

“Censor Art” is one of the latest project you’re working. Is there any else you could anticipate?

I’ve started a bunch of different series within the project, but nothing else planned in the foreseeable future.

I’d like to work bigger, but am still figuring out the logistics of that. This project has been received very well, and I think it’s relevant to the times, so I’m going to stick with it until I’ve exhausted all its avenues.

 

Storie di Strada 2- di necessità, lavoro (sessuale)

Alina, Albania

È una donna robusta di mezza età con un viso dolcissimo. La sua storia è piuttosto pesante. Al momento fa due lavori perché, oltre a se stessa, deve mantenere suo figlio, che soffre di una grave patologia.

«Sono stanca, ma devo mettere via i soldi per pagarmi il viaggio per l’Ucraina. Sai, andata e ritorno per due persone costano molto».

Sharon, Nigeria

Sharon è una ragazza molto simpatica. Vive in italia da 3 anni e riesce ad imitare l’accento bergamasco piuttosto bene. Ne ignoriamo la ragione.

“Ho iniziato questo lavoro da poco, luglio. Non mi piace, ma devo pagare l’affitto e l’università alle mie sorelle. Loro vivono in Nigeria e studiano tutte e due. Sai, le tasse costano tanto in Nigeria. Io non ci voglio tornare, voglio stare qui.”

Rosy, Albania

Ve le ricordate il duo invincibile Paola e Chiara? Ecco, Rosy è la mora, Paola. È una donna albanese piena di forza e ironia.

«Come è oggi?» le chiedo.

«Mah, io e Roberta (la bionda, Chiara) non lavoriamo mai cazzo. Perché io e lei non siamo come le altre. Siamo stronze. Non diciamo “Amoreee ciaooo, come sei bello!”. Andiamo dirette: “Bocca figa 50”».

«Ma dai, magari prova ad essere più gentile…» le consiglio.

«Ma vaffanculo. Non siamo fatte per questo lavoro noi. Lo facciamo perché abbiamo bisogno di soldi. Anche le italiane lo fanno sai? Se c’è bisogno, c’è bisogno».

Jennifer, Nigeria 

L. ha una trentina di anni ed è quasi sempre elegantissima. Vive in Italia da molti anni ed ha appena ottenuto il permesso di soggiorno. Di solito è molto allegra, ma oggi è piuttosto triste. 

«Ti devo chiedere una mano» mi dice. «Voglio tornare in Nigeria e aprire qualcosa con i soldi che ho guadagnato qui».

Patty, Perù

La sua storia come lavoratrice sessuale inizia in Argentina. Sentiva di “volere di più”. Ed è qui che rintraccia un vecchio amico travestis che le insegna a putear.

«Affittai una stanza lì vicino e poco a poco imparai a lavorare in strada, a conoscere i clienti. Iniziai a risparmiare soldi per trasformarmi. Poco a poco mi operai..mi feci il naso, il viso, il corpo, tutto praticamente. Però ho bruciato le tappe tappe, incontrato i vizi…perché la calle te enseña todo».

«E ti divertivi?»

«All’inizio mi piaceva sì, perché era qualcosa di nuovo. Ti dico, io venivo dal Perù e vedere tanti ragazzi stupendi qui mi sentivo in paradiso. Mi pizzicavo per vedere se stavo sognando. Quindi all’inizio mi divertivo e poi…diventa più un’abitudine».


Il lavoro sessuale è un mezzo, (quasi) mai un fine. È sempre temporaneo, non definitivo.

Tutt* ci muoviamo in una o più direzioni, abbiamo dei sogni, delle necessità e degli obblighi a cui, ogni giorno, dobbiamo far fronte. E questo è un dato oggettivo, o almeno lo è per la maggior parte della popolazione.
Quello che è soggettivo è il come. Il più delle volte, a meno che non facciamo parte di una ristretta nicchia di privilegiat*, decidiamo come pagare le bollette sulla base delle risorse di cui disponiamo in quel preciso momento storico e di quello che siamo disposti a fare.

Mi spiego meglio. Ancora una volta, partirò da me, dalla mia storia. Non tanto perché mi diverta spifferare i fatti miei, quanto piuttosto perché credo sia più semplice e onesto partire da sé, e anche perché sono una buona e brava femminista (pro-sex, si capisce!)

Prima di iniziare l’università non avevo idea di quello che volevo fare ‘da grande’, non sapevo fare quasi nulla tranne i dolci, quelli sì che mi venivano bene!

Le mie aspirazioni erano piuttosto basse e i miei obiettivi si riducevano a guadagnare qualche centinaia di euro. Così, trovai lavoro in una gelateria di paese, che segnò la mia dipendenza dal gelato al pistacchio e il feticcio delle palette. Non ci avete mai fatto caso? Acciaio brillante, punta piatta e arrotondata e manico scanalato…

Ehm ehm, ma ricomponiamoci.

Dopo un colloquio che aveva più l’aria di essere un interrogatorio poliziesco, iniziai quella che doveva essere la mia settimana di prova: 10-12 ore al giorno, ovviamente non pagate, çà va sans dire.
Finita la settimana di prova, i signori del gelato avevano deciso che in fondo me l’ero meritato: assunta! «Siii, potrò mangiarmi tutti i gelati che voglio!» pensai ingenuamente.

I mesi successivi furono un ripetersi di una serie indimenticabile di ordini:

Stai dritta, sorridi, sii puntuale, se ti chiamo vieni, se mangi paghi, non stare mai ferma, pulisci, intrattieni, straordinari gratis, nascondi i capelli, no orecchini, no bracciali, spersonalizzati.

Ovviamente c’erano anche dei lati positivi, tutto sommato non ero in miniera o a raccogliere pomodori a 2,50 euro l’ora. Di certo però non posso dire di essermi sentita rispettata e considerata, come non posso dire che pulire i pozzetti e sbrinare le carapine fosse il mio grande sogno. Eppure ero lì.

L’università la volevo pagare e gli Spritz all’osteria pure.
In quel momento, a 18 anni, sulla base delle poche risorse che avevo, la gelataia mi era sembrata l’alternativa più convincente.

La mia è una storia piuttosto banale. Sono più che sicura che tutt* voi avrete vissuto (o state vivendo) il “periodo gelateria”, o meglio detto lavoro in cui vi siete sentit* sminuit* e poco apprezzat*.

Ed è in questo contesto di necessità e doveri economici e sociali che si inserisce il lavoro sessuale.


Le persone che decidono di dedicarsi al Sex Work per un periodo più o meno lungo, hanno ben chiari i loro obiettivi, che non sono poi tanto diversi da quelli di qualsiasi altra persona: mantenere se stess* e le famiglie di origine, garantire una vita dignitosa alle proprie figlie e figli, aprire delle attività, pagarsi gli studi, iniziare un processo di trasformazione come nel caso di Patty,  e potrei continuare a lungo.[1]

Il lavoro sessuale diventa quindi un mezzo temporaneo per raggiungere quegli obiettivi. Semplice. Pratico. «Ma gli piace?» potrebbe chiedersi qualcuno. Non lo so, dipende, ma soprattutto non è questo il punto.
«Perché questo e non altro?» potrebbe chiedersi qualcun altro. Dipende. Soldi veloci (non facili) sono sicuramente un’ottima ragione. Ma ancora, non è questo il punto.

Perché chiedersi le ragioni per cui lo fanno o se provano piacere nel farlo se le stesse domande non ce le porremmo per qualsiasi altro mestiere?

«Perché hai deciso di fare la barista?» come suona? Strano, no?

Invece, domandare «perché fai la prostituta?» ci sembra più accettabile, plausibile, quasi scontato. È come se non riuscissimo ad essere razionali quando si parla di prostituzione, e più in generale di lavoro sessuale.

Diventa subito una questione morale. E la morale ci annebbia, non ci fa andare oltre una rappresentazione pietistica, in cui il lavoro sessuale è sempre una scelta subita.

Ci sembra quasi più semplice pensare che siano tutte vittime. Più complesso e faticoso sarebbe spogliarci degli istinti moralistici che non ci permettono di comprendere un fatto tanto semplice quanto rivoluzionario: la strumentalità e la praticità del Sex Work.

In quest’ottica,  il lavoro sessuale diventa un mezzo, una della tante alternative possibili. Ma per comprendere questo aspetto è necessario fare un altro passo avanti: occorre deromanticizzare il lavoro sessuale, e quindi il sesso.

La sessualità ha assunto nel tempo valori e significati che sono andati ben oltre la sua funzione riproduttiva, per diventare un ambito fondamentale in cui si gioca il benessere dell’individuo.

Oggi, sempre più persone parlano di sesso, sfidano tabù, esplorano i “non detti”. E questo è soprattutto un bene — non fraintendetemi — ma, come tutte le cose, presenta della criticità. La popolarizzazione dei discorsi sul sesso potrebbe andare di pari passo con una sua sacralizzazione, e questo, a mio avviso, comporta non pochi problemi.

Il sesso è un’attività piacevole, così come lo è passeggiare al parco la domenica mattina o mangiare il fegato alla veneziana. Il fatto che per alcune persone il sesso costituisca un ambito di primaria importanza in cui esprimersi ed esplorare il proprio (ben)essere, non significa che sia così per tutt*, e soprattutto, la stessa persona può fare sesso con un’intenzione diversa a seconda del contesto.

Il sesso può quindi farsi strumento ed avere una funzione meramente lavorativa.

Lo so, non è semplice. Ma comprendere la pluralità delle funzioni del sesso è il primo passo per andare oltre stereotipi e pregiudizi che avvolgono il lavoro sessuale.

È solo deromaniticizzando e demistificando il sesso che potremo andare oltre la morale e il giudizio. È abbandonando ogni istinto moraleggiante che potremo portare la riflessione ad un altro livello: più razionale, e se vogliamo, più umano.

NB: Queste riflessioni nascono dalla mia particolare esperienza personale e professionale. Pertanto, rappresentano il mio punto di vista e non la verità assoluta, ammesso che esista.

[1] È importante ricordare che trattandosi di un lavoro che investe il corpo e la sessualità, vi sono poi ragioni che hanno più a che fare con l’esplorazione di sé e il superamento dei propri limiti, piuttosto che on la (sola) necessità economica.

Giulia Zollino

Storie di Strada 1: lo stigma della puttana

Stigma, stigma delle mie brame, chi è la più puttana del reame?


Tania, Albania:

T. è una signora “tamugna”, come diremmo a Bologna. Ha dei capelli biondo platino e un occhio finto, motivo per cui onestamente non mi è molto semplice guardarla (sì, sono impressionabile).

«Avevo trovato lavoro come badante per il padre di un mio cliente» mi racconta una sera di gennaio.

«Ma questo qua la notte veniva a bussare perché voleva sesso. Allora io me ne sono andata. Che cazzo pensava?! Non siamo mica in strada dove fai quello che vuoi. Lì è un lavoro e mi devi rispettare».

Gabriela, Albania:

Gabri è una delle mie preferite. Nel corso dei mesi si è sviluppato una certa complicità. Ci guardiamo, ci prendiamo in giro e spesso ci tocchiamo affettuosamente.

Questa sera è molto triste, si nota subito. Mi racconta delle sue storie d’amore passate e di sua figlia.

«Ora» dice «non ho il ragazzo. Chi si metterebbe con me? Nessuna donna normale farebbe questo lavoro. La gente ti insulta, urla. Poi impari a fottertene»

Monica, Egitto 

Monica, è una donna di circa 60 anni. Fa questo mestiere da anni e ci dice sempre che «non è più come una volta».
È una sera di luglio e dopo tanto tempo al incontriamo, al solito posto.

«Sono stata al mio paese per Ramadan. Spero che Allah mi perdoni, che capisca che sto facendo questo lavoro non perché mi piace, ma perché ho bisogno di soldi. Prego sempre Dio. Prego anche per te, per voi. Spero che Allah non mi punisca»

Cinzia, Polonia

Cinzia lavora indoor, pubblica sui siti di incontri e riceve 5-6 giorni al mese. Quando ci sentiamo la prima volta al telefono è stupita dell’esistenza di questo servizio. 

«Ma perché aiutate noi? Io mi chiedo perché c’è questo servizio in aiuto delle donne che scelgono di fare prostituzione. Perché non aiutate gli italiani? La brava gente? Perché?» mi chiede ripetutamente.


Cinzia, Monica, Gabriela e Tania. Quattro donne di età e nazionalità diverse, con storie di vita completamente differenti tra loro; eppure c’è una cosa che le accomuna: lo stigma della puttana.

Su di loro, e molte altre, pesa un senso di colpa ingombrante, che le fa sentire irrimediabilmente colpevoli in terra e persino in cielo.

Si sentono sbagliate, anormali, immorali. Sono convinte che il lavoro sessuale non sia dignitoso e che pertanto la vergogna che sentono dentro di sé sia buona e giusta.

Questo lavoro, la prostituzione su strada per Monica, Gabriela e Tania e quella indoor per Cinzia, non lo amano.

Il lavoro sessuale non è per loro vocazionale e definitivo, è solo un mezzo per guadagnare dei soldi nel minor tempo possibile. Un giorno, probabilmente, lo lasceranno.

Ma il punto non è questo. Il punto non è se gli piace o meno fare le sex worker. La vergogna e il senso di colpa che abita le loro parole non dipende tanto dal fatto che a loro, questo mestiere, non piace.

La vergogna e la colpa nascono dallo stigma interiorizzato della puttana, che accompagna da millenni le lavoratrici sessuali, e più in generale tutte le donne.

Tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo sentite chiamare “puttana”, “zoccola”, “troia”, et similia.

Avevo 14 anni e me lo sono trovato scritto a caratteri cubitali davanti la casa delle vacanze: “GIULIA E VALE (un’amica dell’epoca) ZOCCULE”.
La scritta rimase per svariati anni, intatta, sulla pietra calcarea del centro storico di Gallipoli. 

Se all’inizio mi ferì profondamente, soprattutto per il dispiacere di mio padre – tipico uomo del sud -, negli anni successivi sviluppai una sorta di orgoglio per quella parola. Tant’è che, ad ogni estate, andavo a controllare se c’era ancora e dicevo al mio compagno: «Sono proprio io! Parlano di me».

A marchiarci con quel temine erano state un gruppo di ragazzine di paese, furiose perché in pochi giorni avevamo invaso il loro territorio e rubato i loro uomini (dei ragazzini poco più che 15enni).

Era bastato qualche flirt e un paio di limoni ed eravamo diventate delle zoccole.

Non ero certo una sex worker. Avevo 14 anni e un corpo di bambina. Eppure ero colpevole. Zoccula.

Lo stigma della puttana dunque ha radici più profonde, che vanno al di là del lavoro sessuale.

Ci dicono puttana se abbiamo più partner, se ci piace il sesso o semplicemente ne parliamo. Siamo puttane quando usiamo, esibiamo e godiamo del nostro corpo.

E se alla (presunta) libertà sessuale, aggiungiamo uno scambio sessuo-economico siamo doppiamente puttane. Una donna che vende una prestazione sessuale sfida l’assetto culturale patriarcale che la vede come un essere passivo, preda e mai predatrice, angelo indiscusso del focolare domestico e portatrice di santa fica.

La lavoratrice sessuale incarna la trasgressione, l’amoralità, fa qualcosa che non si dovrebbe fare: usa in modo autonomo il proprio corpo per offrire un servizio sessuale, per giunta a pagamento. La prostituta è un soggetto di piacere e per questo sfugge al controllo patriarcale sul corpo delle donne. E ciò che non si può controllare è terrifico, scatena la paura.

Ma se da un lato la sex worker incarna il male, dall’altro è funzionale al modello familiare etero-patriarcale. La puttana esiste perché c’è la santa e la santa esiste perché c’è la puttana. Ecco il paradosso di una frangia del pensiero abolizionista: sei una brutta e cattiva puttana, ma sei necessaria. A cosa? A sfogare gli istinti naturali del maschio alfa latino e a far sì che lo stesso maschio continui a pensare che, certe cose, la sua donna non le fa.

Inutile dire quanto questa visione porti con sé stereotipi di genere profondamente sbagliati.

Gli uomini non hanno una particolare predisposizione al sesso, non portano dentro nessun animale da saziare con calde scopate. O per lo meno non più delle donne e di qualsiasi altro genere. E la divisione delle donne in sante e puttane, laddove le prime sono le madri-mogli-casalinghe e le seconde quelle che fanno ruotare la borsetta sul ciglio della strada o si spogliano davanti alla webcam, è quanto di più falso possa esserci.

Anzi, se vogliamo dirla tutta, le meno puttane che ho conosciuto sono proprio le lavoratrici sessuali.

Puttana è un mood, uno way of life che presuppone una certa libertà e apertura sessuale, non c’entra nulla con il lavoro sessuale. Si può essere puttana e sex worker? Certo, ma non per forza. 

La parola “puttana” però è duttile, è come un vestito nero: si può usare per qualsiasi situazione. Se facciamo un torto a qualcuno, siamo sgarbate o poco gentili, o se ancora, cambiamo idea troppo facilmente, adeguandoci alle circostanze per puro interesse, restiamo comunque puttane. E se ad essere stronzo, infido, disonesto è un uomo, è un figlio di puttana. 

Siamo tutte possibilmente puttane, persino la povera madre innocente di uno stronzo qualsiasi. 

E tutte, quindi, viviamo lo stigma della puttana. Certo, ci sono vari livelli, gradi ed intensità dello stigma, in una scala che va dalla puttana base alla puttanissima. Ma lo stigma tocca tutte. 

Per questo, la discriminazione e la svalutazione del lavoro sessuale non sono solo un problema delle sex worker. La lotta contro stigma sociale della puttana e la riappropriazione positiva di questo termine è una lotta che riguarda tutte e tutti, nessuno escluso. 


Per concludere vorrei dire una cosa, anzi due.

A tutte le donne:
se vi chiamano puttana non vi vergognate, anzi, sorridete e ringraziate. Spiegategli che il corpo è vostro e la sessualità pure.

A Cinzia, Monica, Gabriela, Tania e tutte le lavoratrici sessuali:
se vi chiamano puttane, voi ricordatevi sempre che prima di tutto siete delle lavoratrici e che meritate rispetto. E poi ringraziate, spiegategli che del vostro corpo fate ciò che vi pare e che la sessualità è solo vostra. 

P.s. Mi scuso se ho usato un linguaggio poco inclusivo, ma questa è una questione di genere.

Giulia Zollino