Storie di Strada 6: lontano dagli occhi…

Indoor: il fenomeno della prostituzione in casa, in Italia

Stella, Santo Domingo

Stella ha i capelli rosso fuoco, gli occhi scuri e un corpo giunonico.

«Mia mamma dice che sono grassa…secondo te? Secondo me no»

Mi disse, scrutandosi allo specchio, durante il primo accompagnamento sanitario. Supportata dalla sorella maggiore, ha deciso di venire in l’Italia per poter garantire al figlio un futuro migliore.

«Vivo con mia sorella e mio nipote. Anche lei lavora. Si sposta sempre…lavora in tante città. Io faccio poco, lavoro ogni 15 giorni. Affitto delle case in varie città. Ci alterniamo: quando lavora lei io mi occupo della casa e del bambino, quando lavoro io, se ne occupa lei. A me non piace molto questo lavoro qui però. Non ho mai avuto problemi con i clienti, ma ci vuole tanta pazienza!»

Cristina, Romania

Cristina ha i capelli biondi, l’eyeliner grigio fumo ed è solita posizionarsi con il culo rivolto verso la strada, per attirare più clienti.

«Io lavoro anche in casa. Pubblico in vari siti, ma non metto la foto della faccia. La maggior parte delle foto che mettono le tipe sono finte. Le copiano da altre, così come gli annunci. Tutto copiato. Io vado a casa loro o in hotel. Sono una escort io!»

«E i prezzi come sono?» le chiedo

«Insomma. In casa c’è gente che chiede 45. Se fanno così, io, in strada, cosa posso chiedere!? I clienti mi dicono che ci sono pure ragazzine di 16 anni che si fanno pagare 15 euro per farsi la ricarica. Poi in casa ci sono molte che fanno tutto scoperto! Preferisco la strada».

Alice, Ucraina

Alice. ha la mia età. È di origine ucraina, ma è cresciuta in Italia. Dopo aver lavorato nei night, su consiglio di un’amica, da circa un mese, ha deciso di lavorare in casa.

«Nei night non è bello. Devi convincere i clienti a bere e alla fine bevi anche tu. Poi si portano fuori o dentro il locale, alcuni hanno uno spazio adibito. Ora devo dire che mi trovo abbastanza bene. L’unico problema è l’appartamento perché quello dove sto adesso è troppo centrale e brutto».

«Stai già facendo i tour?»

Le chiedo (“tour” è il termine usato per indicare gli spostamenti  delle/dei sex workers tra varie città, a scopo lavorativo).

«La mia amica me lo dice. Vai a Bologna dice. Vai a Milano dice. Ma che cazzo ci vado a fare?! Ci sono già tanti cazzi qua» dice ridendo. «Quando li finisco, ci vado!».

Tania, Perù 

Tania è una trans peruviana. Rispetto alle altre conosciute in strada, è timida e riservata. Tra un bicchiere di birra e una sigaretta mi racconta che, dopo aver lavorato in strada per diversi anni, ha deciso di lavorare in appartamento.

«Mi sento più tranquilla. Ti pagano di più e non devo restare lì ferma in strada per 20/30 euro. In casa 70 o 100 e basta. Poi penso che sia più sicuro, i clienti sono molto diversi da quelli che si incontrano in strada. In strada ci va chiunque…mentre quelli che ti trovano da internet sono più che altro signori di casa che hanno una doppia vita o che magari vogliono soddisfare qualche fantasia».

«E se ti dovesse succedere qualcosa? Non ci sono le tue compagne vicino che ti possono dare una mano…»

Le chiedo, ricordando le parole di alcune persone “pro-strada”.

«Credo che dipenda dalla situazione. Perché può succedere che sei in strada e non c’è nessuna vicina a te, oppure che ti facciano salire in macchina e ti portino lontano. Io quando sono a casa aspetto il cliente fuori e lascio la porta di una stanza socchiusa con la televisione accesa e dico al cliente: “Non parlare ad alta voce perché c’è il mio ragazzo di là che dorme!”. Sono cose che impari con il tempo»

«E come funziona la pubblicazione?», chiedo curiosa.

«Guarda, è facilissimo! Ora ci sono i pubblicisti, basta solo dargli le foto e i soldi e loro ti pubblicano l’annuncio su Bakeca. Ci sono varie opzioni, ad esempio per 4 giorni o una settimana. Io compro i crediti su Bakeca e pubblico da sola quando posso lavorare. Mi programmo da sola. Lascio il numero di cellulare e mi chiamano con preavviso e niente…arrivano i clienti. Io pubblico soprattutto di notte, ma i clienti che vengono la notte mi chiamano durante il giorno, all’ora di pranzo o quando finiscono di lavorare. Ci sono anche quelli che chiamano per disturbarti»

«I guadagni?»

«Chiedo 70 euro. Se loro ti chiedono uno sconto arrivo a 50. Nella mia peggiore settimana guadagno 800 euro. Quando giro dipende dalla città in cui mi trovo. Recentemente sono andata a Como e lì ho lavorato molto bene. In una settimana ho fatto 2000 euro…arrivavano molti clienti dalla Svizzera».


«Ciao! Ho trovato il tuo numero su Bacheka. Ti posso disturbare 5 minuti?»

Solitamente, il contatto – rigorosamente telefonico – con le persone che lavorano in casa inizia così. Ma che cosa significa lavorare al chiuso in Italia? Chi sono gli attori coinvolti nel mercato? E ancora, la prostituzione esercitata in casa può essere una soluzione all’insicurezza?

La prostituzione è strettamente connessa ai cambiamenti storici, politici ed economici; pertanto cambia, si evolve, assume nuove forme, sempre più sfumate, sempre meno circoscrivibili.

Se fino alla fine degli anni 90 la strada si configurava come il luogo principale di esercizio della pratica prostitutiva, a partire dal 2000 si assiste ad un aumento della prostituzione indoor, ovvero quella esercitata negli appartamenti, locali notturni e centri massaggio.

Oggi, agli inizi del 2020, possiamo affermare con certezza che circa 2/3 della prostituzione si svolge indoor.

Il progressivo spostamento dalla strada al chiuso e la compenetrazione dei due mercati ha ragioni politiche, culturali ed economiche.

Le ordinanze comunali antiprostituzione, l’inasprimento delle politiche migratorie, unite ad un’intensificazione dell’utilizzo di Internet e smartphone sono solo alcune di queste.

Peraltro, è del 2002 il disegno di legge Bossi-Fini-Prestigiacomo, approvato dal consiglio dei ministri, che prevedeva l’eliminazione della prostituzione su strada e la regolarizzazione di quella svolta al chiuso – con controlli sanitari inclusi, ça va sans dire.

In una ricerca condotta in Emilia-Romagna[1] nel 2010, emerge la presenza di donne (60-70%), seguite dalle trans (20-30%) e infine dagli uomini (3-5%). La maggior parte delle persone contattate ha un’età compresa tra 18 e 35 anni, con una presenza di over 50enni per le donne italiane e le trans. Per quanto riguarda la provenienza geografica, troviamo soprattutto persone di nazionalità italiana (in aumento), sudamericana, est-europea, cinese e africana.

Al contrario del mercato della strada che sembra più stanziale, quello degli appartamenti è estremamente mobile. Sono molte le lavoratrici che si spostano non solo a livello regionale, ma anche nazionale e internazionale.

Non è raro infatti vedere lo stesso annuncio comparire in un’altra città a distanza di pochi giorni. Le presenze più fisse sul territorio potrebbero essere legate ad appartamenti di prostituzione organizzata, in cui le/ lavoratrici/lavoratori si alternano, oppure a persone che vivono sul territorio da svariati anni, e che magari svolgono anche una seconda professione.

In aumento infatti, le persone che utilizzano la prostituzione come lavoro saltuario: «lo faccio così, ogni tanto…se capita, se ho la casa libera» diceva Rosanna, una travestita conosciuta su Loovo.

Oltre alle/ai sex workers e i/le clienti, nel mercato indoor sono presenti alcuni soggetti terzi, impegnati a vario livello nella gestione e controllo del mercato. Mi riferisco non solo a eventuali protettori/protettrici, ma a delle vere e proprie agenzie immobiliari o singoli intermediari occupati nella ricerca di immobili a scopo prostitutivo, oltre che ai promotori pubblicitari dei giornali e dei siti web.

Infatti, l’elemento che più caratterizza il lavoro indoor è l’attivazione di canali di promozione dei propri servizi sessuali.

La pubblicazione degli annunci avviene attraverso siti internet più o meno specializzati nell’offerta di sesso, riviste cartacee, e – anche se in modo diverso – dating app.

Gli annunci online, croce ma, soprattutto, delizia del mio lavoro di monitoraggio, si dividono in due grandi categorie: l’annuncio diretto, esplicativo, e l’annuncio più pacato, quasi poetico.

Vi avverto: se siete grammar nazi, saltate questo pezzo.

“NEW NEW APPENA ARRIVATA (lallero…sarà qui dal 15/18). REGINA DEL POMPINO E MASSAGGIO PROSTATICO. VERA FIGGA CALDISIMA ❤❤

POMPINO AL NATURALE 👄👄+ SBORRATA LIBERA 💦💦– SCOPATA IN TUTTE LE POSIZIONI-. MI PIACE TANTISSIMO FARE IL 69, HO UN 💓💓💓BELLISSIMO CULO, UNA PATATINA 😋😋STRETTA. UNA BELLA SPAGNOLA ALL NATURALE? PUOI SCOPARMI PER BENE POI PRENDERMI PER I CAPELLI E SBORRARMI SULLE TETTE … _SPAGNOLA. 69… TI ASSICURO TI FARO GODERE💋💋!!

FOTO REALI 100%” (lallero n’altra volta)

Bellissima top trans brasiliana. Una vera bambolina trasgressiva con 23 motivi (adoro) per venirmi a trovare. Disponibilissima per persone distinte ed educate. Fisico mozzafiato, dolce e dalla pelle vellutata e profumata, preliminari unici e sempre pronta per ogni tuo desiderio. Ambiente riservato.

Un minuto per trovarmi…. una vita per scordarmi…. (adoro bis)
No anonimi e no sms

E ancora:

“Caldo uomo italiano, fisico statuario, travolgente ed esperto. Senza limiti e trasgressivo, unico per le tue serate, cene ed hotel. Solo per chi veramente desidera il meglio e vivere i propri sogni ad occhi aperti!!! Sarà mia premura coccolarti in ogni senso… Anzi sarò come il tuo nettare… Disponibile per uomini, donne e coppie, ricevo in ambiente privato, climatizzato e pulito. Non aspettare, potresti pentirti.”


Gli annunci, oltre alla descrizione più o meno dettagliata di sé e del proprio corpo comprendono spesso l’elenco delle prestazioni offerte. Rispetto ai servizi, il sex work indoor sembra offrire molta più varietà, rispetto alla strada dove le sex worker offrono una prestazione “standard” («che cazzo vuoi? bocca figa e basta. Noi non siamo come quelle che ti dicono amore di qua amore di là» diceva quel zuccherino di Nicole).

Alcune, come nel secondo caso, esplicitano limiti e richieste: “no stranieri”, “solo educati e distinti”, “solo puliti”. Ad impreziosire l’annuncio troviamo poi foto, video e/o gif che ritraggono la/il lavoratrice/lavoratore in questione in posizioni provocanti, o per così dire, all’opera. Il testo si conclude con l’età, la zona e il numero di telefono.

Come racconta Tania, la pubblicazione ha un costo. In uno dei siti maggiormente utilizzati dalle/dai sex workers, l’offerta Base per 15 giorni costa 100 euro, quella Top 150, quella Class 200, e così a salire.

I costi di pubblicazione, uniti ai costi di affitto dell’appartamento, rendono la prostituzione indoor più dispendiosa, e quindi non adatta a tutt*. Gli appartamenti sono spesso condivisi da più persone della stessa nazionalità e si concentrano per lo più in zone periferiche, facilmente raggiungibili in macchina e maggiormente riservate.

Ed è sulla riservatezza e dunque l’invisibilità che fa leva una linea di pensiero che vede il lavoro in casa come maggiormente tollerabile.

Se proprio devi fare la puttana, falla a casa, e se puoi chiudi bene le tende, nasconditi. Il concetto è questo.

Dall’indagine citata in precedenza, emerge come la percezione sociale della prostituzione indoor sia completamente diversa da quella esercitata in strada, che nelle cronache cittadine appare associata allo sfruttamento e al degrado. Quella in appartamento invece, viene percepita quasi come un’attività imprenditoriale, svolta in completa autonomia.

Però, come sempre, le rappresentazioni uniche non solo restituiscono la complessità della realtà, ma sono anche pericolose. Non mi stancherò mai di ripeterlo: il mondo della prostituzione è un mondo che racchiude tanti mondi.

E il mercato dell’indoor è a sua volta un universo che contiene un numero infinito di storie, luoghi e soggettività.

Quello della riapertura dei bordelli è una carta sfoderata a più riprese, da vari partiti e governi. L’ultima proposta arriva dal senatore leghista Gianfranco Rufa, il quale, il 7 febbraio dello scorso anno, presentava un disegno di legge che vietava la prostituzione nei luoghi pubblici e prevedeva la riapertura delle case chiuse, con registro e controlli sanitari annessi. «E’ un gesto di civiltà nei riguardi delle prostitute che sono in strada, ma anche per il decoro e l’immagine delle strade» ha commentato il parlamentare.

È proprio questo il problema. Non è la legalizzazione delle case chiuse – che in ogni caso assumerebbero più la forma di appartamenti condivisi e autogestiti più che quella dei bordelli di stato pre ’58 – ma l’idea che la prostituzione vada nascosta, resa invisibile in nome del decoro e del buon costume.

Il problema è l’idea che la società debba essere difesa e protetta dalla prostituzione, parafrasando la Serughetti.[2] In questo quadro, il bordello appare quindi il male minore.

L’obiettivo della lega è chiaro: toglierle le prostitute dalle strade. Ma cari amici e amiche, l’apertura delle case, non è direttamente proporzionale alla scomparsa della prostituzione su strada, né coincide con l’eliminazione dello sfruttamento.

La maggior parte delle persone che lavorano in strada sono migranti, senza documenti, e quindi non potrebbero lavorare nelle case legalizzate, destinate alle prostitute bianche, europee, autonome.

Dove finirebbero le altre, quelle straniere, non europee, magari in situazioni di vulnerabilità? La risposta la sappiamo già. Verrebbero espulse e rimpatriate oppure continuerebbero a lavorare nel sommerso, magari in strade sempre più buie o in appartamenti sempre più isolati; sempre che non decidano di aderire a dei programmi di salvataggio e protezione, sempre più eurocentrici e paternalistici.

Signor Rufa, se lo lasci dire: i gesti di civiltà sono altri.


[2] Claudia Torrisi, Cosa succederebbe se in Italia si riaprissero le case chiuse, 19 gennaio 2018, VICE, https://www.vice.com/it/article/a3n8va/cosa-succederebbe-se-si-riaprissero-le-case-chiuse

[1] Nel 2008 in Emilia-Romagna nasce il progetto InVisibile, con l’obiettivo di effettuare azioni di monitoraggio e di contatto con le/i sex workers che lavorano in luoghi chiusi.

Le Ragazzacce del Futurismo – Sesso Manifesto 2

Erano agguerrite, desiderose di rivalsa, creative. Hanno deciso di non mandarle a dire.

Come si seducono le donne?

“[…]Considerare la donna come una sorella del mare, del vento, delle nuvole, delle pile elettriche, delle tigri.[…] Le donne sentono colui che le desidera con maggiore prepotenza d’istinto.[…]Eroismo: ecco l’afrodisiaco supremo della donna!”

Vi vedo già surriscaldare, alleate e (pochi) alleati. Non è che l’inizio, ne leggerete delle belle.
Le parole riportate sono estratte da “come si seducono le donne”, libro pubblicato nel 1917, scritto da Filippo Marinetti mentre è in guerra.

Come già raccontato in Sesso Manifesto 1, l’erotismo e la sessualità erano forze vitalistiche e feroci, al pari della guerra, capaci di stravolgere il sistema.
In questa pubblicazione Marinetti, grande mansplainer, indica al Vero Uomo Futurista come conquistare quella che presumibilmente è la Vera Donna Futurista: lasciando perdere i sentimentalismi, prendendola animalescamente, poiché ella avrà sempre due occhi riguardo al suo  grande – ma che dico – , enorme, poderoso… eroismo, tutto il resto viene meno.

Nella società maschilista e misogina dove i futuristi si formano, l’onore al merito di Marinetti e degli altri grandi del  movimento sta nel fatto che avvenne quantomeno un tentativo di considerare la donna come soggetto pensante, non solo come oggetto. L’inciampo alla mansplaining sta nel fatto che per sapere come sedurre una donna, bisogna chiedere a una donna, no? E infatti:

Donne Futuriste alla riscossa

Sono tante, dalle professioni più disparate, ma prenderò a riferimento tre di loro: Benedetta Cappa, Rosa Rosà e l’immancabile Valentine de Saint-Point.

Quello che queste tre donne hanno in comune è di aver scritto e rappresentato, attraverso le loro opere, una nuova identità di donna. Con tutte le contraddizioni del caso – che vedremo -, fecero un’operazione significativa e rivoluzionaria. Presero, di prepotenza, il loro posto all’interno del movimento: decisero che non bastava più essere raccontate, descritte, rappresentate; piuttosto raccontare, descrivere, rappresentare.

Benedetta Cappa
wikipedia.org

Benedetta Cappa (1897 – 1977) fu pittrice, scenografa, scrittrice e, non me ne voglia Amadeus, in ultimo moglie di Filippo Marinetti. Mentre nella pittura si allineò alle sperimentazioni dei colleghi sulla luce e sul movimento, nei suoi romanzi utilizzò un linguaggio simbolico e mistico (in netta contrapposizione al linguaggio futurista) per individuare le crepe della società patriarcale e a indagare la futura figura emancipata della donna, esponendo e dichiarando ad alta voce il desiderio sessuale femminile non solo al pari, ma persino superiore a quello dell’uomo.

Rosa Rosà
wikipedia.org

Lavoro similare fu quello di Rosa Rosà, pseudonimo di Edith Von Haynau (1884 – 1978), scrittrice e giornalista. Nel suo romanzo “la donna con tre anime”, attraverso la storia di Giorgina, Rosà denuncia la vita domestica, unica prerogativa della donna come reclusiva, limitante, noiosa e oppressiva e narra gli impulsi sessuali, del tutto nuovi nella protagonista, come primo passo verso una rivoluzione personale e definizione della donna del futuro.

E poi lei, last but not least, Valentine de Saint-Point (1875 – 1953): personalità eccentrica, scrittrice, danzatrice, coreografa, attrice, poetessa. Fu la prima a tirare fuori gli artigli e a rispondere a quel “disprezzo della donna” di Marinetti, nel primo manifesto del Futurismo, con “Manifesto della Donna Futurista” nel 1912 e “Manifesto della Lussuria”, nel 1913. Esordisce, nel primo:

“L’umanità è mediocre”

Non esiste superiorità dell’uomo o della donna; donne non si nasce, si diventa. È una questione, quindi, di energie maschili ed energie femminili, secondo Saint-Point, indipendenti dal sesso di nascita, ma anzi presenti in entrambi i generi. L’equilibrio tra le due energie forma la perfetta persona futurista.

la camera di valentina
Valentine de Saint-Point wikipedia.org

Sesso Manifesto

L’unione carnale, continua Saint-Point nel secondo manifesto, è custode dei segreti tra due persone e non necessita né di amore, né del matrimonio per avvenire.
La donna è capace di desideri animaleschi al pari di un uomo, le principesse delle favole sono storielle passate. Vero è che il vigore futurista è affascinante, ma è altrettanto vero che la donna futurista sceglie, non si limita a farsi scegliere;
la donna è talmente potente nella sua forza creatrice che il sistema la vuole chiusa e silenziosa, spiega Cappa nel suo romanzo “Astra e il sottomarino”;
la donna non è immune all’eccitazione e agli stimoli sessuali, non nasce angioletto del focolare, il suo posto non è solo la casa, bensì è reattiva e recettiva ai cambiamenti che avvengono nel mondo e che accoglie in sé, è desiderosa di fare parte di questi, svela Rosà in “la donna con tre anime”.

Queste testimonianze artistiche e letterarie sovvertirono, o almeno ci provarono, il mondo per come era conosciuto fino a quel momento, partendo dal Futurismo stesso. Ci riuscirono?

MASCHILISTE!

Il Futurismo campò a pane e contraddizioni; la linfa vitale era la discussione vivace tra parti contrastanti. 
Perciò, nonostante la misoginia di alcuni e il maschilismo di tutti, l’introduzione della compagine femminile non turbò più di tanto.
Anche perché loro, le futuriste, non mancarono di adattarsi al loro sistema. Misogine mai, maschiliste, però, sì.

Siamo nel primo decennio del Novecento quando il dissing manifesto tra Marinetti e Saint-Point va alle stampe. In italia, nel 1908, c’è il primo Congresso Nazionale delle Donne Italiane; l’industrializzazione che aveva concesso alle donne di lavorare nelle fabbriche ebbe, come conseguenza, una riflessione e una domanda riguardo la parità salariale; prendevano piede le prime lotte femministe.

A mettere d’accordo uomini e donne del Futurismo fu, quindi, l’astio nei confronti del femminismo.
Per Valentine de Saint-Point la grande pecca del femminismo fu la richiesta di diritti in quanto, qualora conquistati, sarebbe cessata l’agitazione permanente. E se togliete a un/a futurista l’agitazione, che gli/le resta?

Sia Saint-Point, sia Rosà, come accennato precedentemente, distinguono l’energia tra femminile e maschile. Era tutto così meravigliosamente queer, fino a quando entrambe convennero su quanto fosse auspicabile, per la donna, potenziare la propria energia maschile, in quanto la virilità è l’unica cosa che rende una persona davvero valorosa (e valida).
Cappa sognava sì una donna emancipata, ma lei stessa si definiva una “Madonna moderna” promuovendo il binomio santa-puttana che fa, tutt’oggi, comodo solo agli uomini.


Com’è possibile, quindi, che le stesse donne che tanto favoreggiano l’emancipazione intima e sessuale aderiscano così perfettamente a una concezione tanto maschilista e maschiocentrica della realtà?
A questa domanda si può rispondere guardando al nostro oggi, quando ancora, nonostante tutti i mezzi a disposizione per studiare e comprendere, è possibile trovare donne orgogliosamente maschiliste: il condizionamento sociale.
E per le futuriste, in ogni caso, il periodo storico non regalava neanche piani di dibattito nel politico, né effettivi diritti.

Attraverso i sistemi dell’arte e della letteratura, loro ebbero un coraggio che in nessun’altra Avanguardia fu tirato fuori, per discutere la posizione sociale della donna. Ma, dovendo aprire una strada, non fu facile ribaltare il sistema stravolgendolo dall’interno (soprattutto di se stesse); aprirono la pista in un contesto dove considerare la donna come soggetto era cosa inedita e mai pensata. Fecero un tentativo valido, seppur macchiato da un compromesso di forma.

La loro più grande eredità sono proprio queste prime fondamenta di sessualità positiva (una visione a-monogamica del rapporto sessuale, la detronizzazione del romanticismo come unica validazione del sesso, il desiderio come linguaggio tra gli esseri) nonostante il contesto avverso.
D’altronde, erano Futuriste.

Io le sento un po’ dentro di me, anche se fanno a cazzottoni con il mio tempo.
E tu?

Bibliografia:
Le Manifeste de la Femme futuriste de Valentine de Saint-Point : une étape dans la question des genres 1, Ilenia Antici, academia.edu
Femminilità utopiche nel futurismo italiano. La donna con tre anime di Edith von Haynau, Silvia Rodeschini, academia.edu
1998. La costruzione futurista della donna attraverso l’arte e la letterature di Benedetta (Cappa Marinetti), Department of Romance Languages, Monash University, Melbourne, academia.edu
Come si seducono le donne, Filippo Marinetti

Storie di Strada 5: Whorearchy

Lo stigma che divide e unisce

Natasha, Christy, Ines

Nat e Chris sono nigeriane, mentre Ines è una donna cubana di circa 40 anni che ha fatto un patto con il diavolo per sembrare eternamente una 20enne. Solitamente lavorano nella stessa zona, ma in due posti diversi. Una sera di primavera, la situazione che ci troviamo davanti è questa:

«Vattene! Ti ammazzo!» grida Natasha.
«Sì, te ne devi andare! Questo è il posto delle nere. Le bianche stanno di là!» incalza la più vecchia.
«Io sto qui quanto mi pare. Sono sempre stata qui!» risponde Ines.
«Vai o ti giuro che ti mando all’ospedale con le ossa rotte» controbatte Natasha, lasciandola senza parole.

Anna, Ucraina

Anna è una signora con un sorriso dolce, ma due bicipiti da far paura.

«Ma con le altre ragazze ci parli?» le chiedo.
«Ma che cazzo me frega. Una volta eravamo unite. Se una abbassava i prezzi di questa zona, andavamo tutte a menarla. Ora no».

Monica, Romania

Poco più avanti c’è Monica, una ragazza che lavora in Italia da molti anni e che si veste sempre in modo molto sobrio (no, non sono sarcastica). Provo a chiedere anche a lei in che rapporto è con le altre ragazze rumene.

«Ci incontriamo qualche volta alle macchinette del caffè, ma ci salutiamo e basta. È capitato che una mi chiedesse i preservativi perché li aveva finiti e glieli ho dati… basta».
«Ma non ti piacerebbe creare un gruppo? Per far sentire i vostri diritti, supportarvi?» le chiedo.«Ma no…io mi faccio i cazzi miei e loro si fanno i cazzi loro»

Tania, Albania

Non mi arrendo e anche con Tania, affronto l’argomento amicizia/solidarietà con le altre sex workers.

«Macchè, non me ne frega. Io ho solo un’amica. Con le altre non ci parlo»
«Ma non pensi che potrebbe essere utile formare un gruppo, magari per supportarvi in caso di problemi…» le dico con gli occhi pieni di speranza.«Beh, se ci sono problemi ovvio che ci aiutiamo. Siamo tutte qua».

Patty, Perù

Patty è una meravigliosa trans che ha lasciato la strada per lavorare in maniera autonoma nel suo appartamento.

«Se io non vado in strada è anche perché non posso. Se andassi in strada lavorerei sicuramente. Comunque io non esco tutti giorni come una morta di fame, se esco, esco solo una volta alla settimana, mica come le altre che stanno là tutti i giorni. C’è molta invidia nella strada, ognuna fa i propri interessi. È anche per questo che sto per i fatti miei, lontana dalle mariconas, non sono come la F. che si battibecca con tutte. A me non piace. Ti dico la verità: tutte sono ipocrite, tutte. Davanti sono carine, parlano bene di tutte; poi dietro…te matan (ti ammazzano)! La peggior amica di una peruviana è un’altra peruviana».

Alexsandra, Russia

Conosco Alex al telefono, durante il monitoraggio degli annunci online. Dalle foto sembra giovane. È magra, alta, bionda. Non si vede in faccia. Dice solo di essere russa e di offrire un servizio per uomini educati e di classe. È interessata al progetto, ma qualcosa non le torna:

«Ma andate anche in strada? Io non capisco. Quelle lì sono tutte sfruttate. Quindi dovrei venire in questo posto…mmh. Cos’è? Un ospedale? È sicuro? Perché se vengono quelle lì (le persone che lavorano in strada), non so…non è sicuro. Magari è sporco».


Ogni persona ha una serie di questioni che la attivano emotivamente, che la innervosiscono al punto da farle diventare il volto paonazzo e battere forte il cuore.

La guerra tra sex workers, per me, è una di queste.

Karley Sciortino in “Generazione Slut” la definisce Whorearchy (whore, “prostituta”, e hierarchy “gerarchia”), ovvero:

«la gerarchia (che è emica ed endemica allo stesso tempo) nell’industria del sesso, che rende alcuni lavori più stigmatizzati di altri, e altri più accettabili».[1]


Se volessimo rappresentare il Sex Work e le/i sex workers in una piramide, che va dal meno al più “rispettabile“, alla base troveremo senza ombra di dubbio la prostituzione su strada, seguita dalla prostituzione indoor, e poi a salire le/gli escort, le/gli stripper, l’attrice/attore porno, la mistress/il master, le cam, le linee erotiche, ed infine, in cima alla vetta del rispetto, le/gli sugar baby.

Ma quali sono i criteri secondo i quali si stabilisce chi è più meritevole di rispetto e chi invece lo è di meno, o non lo è per nulla?

Il grado di esposizione/occupazione dello spazio pubblico e la somiglianza/dissomiglianza (o la tipologia di intimità con il/la cliente) alla relazione romantica credo siano alcuni di questi.

Dando per buoni questi indicatori, la prostituzione su strada rappresenta la trasgressione assoluta, in quanto sfida (almeno) due norme che hanno condizionato la sessualità umana (in particolare modo quella femminile) per secoli, schiacciandola e castigandola. Mi riferisco alla relegazione della donna allo spazio privato, “l’angelo del focolare”; e al mito del legame inscindibile tra sesso e amore, dove “fare l’amore” è la massima espressione e coronamento dell’amore romantico, e “fare sesso” un’azione manchevole e colpevole.

Come dice la Serughetti:

«la prostituzione è in ogni tempo e luogo una rottura delle regole di proprietà delle donne».[2]

Per quanto riguarda il secondo criterio, sebbene non si possa generalizzare, nella prostituzione su strada il rapporto tra cliente e prostituta è più veloce, rapido, le prestazioni più “standard” e finalizzate a rispondere ad un desiderio sessuale.

Volendo generalizzare, il cliente della strada non è alla ricerca della messa in scena di una specie di relazione romantica – ovviamente con tutti i benefit della stessa, ma senza nessun inconveniente. Il rapporto tra sugar baby e sugar daddy/mama invece, si basa proprio su questo. Infatti:

«il lavoro da sugar baby è il più accettato visto che è anche quello più vicino al matrimonio per il fatto che imita la monogamia e solitamente prevede lo scambio di beni materiali per denaro contante».[3]

Paradossalmente, seppur il Sex Work sia caratterizzato da uno scambio sessuo-economico, volendo esagerare, sembra che ad essere maggiormente soggetta a stigma sia colei/colui che ha un contatto più diretto e prettamente sessuale. In altre parole, lo stigma è direttamente proporzionale al grado di intimità sessuale. Persino tra sex workers, più fai “solo” sesso, più sei puttana.

La gerarchia poi è alimentata da un altro ordine di sistemi di oppressione e discriminazione, che potremmo spiegare con il paradigma dell’intersezionalità.
Il termine Intersectionality fa la sua comparsa all’interno del black feminism statunitense sul finire degli anni Ottanta, e ad utilizzarlo per la prima volta fu Kimberlé Crenshaw, giurista e attivista statunitense. Immaginiamo un incrocio:

«il traffico […] viene e va in tutte e quattro le direzioni. Così, la discriminazione può scorrere nell’una e nell’altra direzione. E se un incidente accade in corrispondenza di un incrocio, può essere stato causato dalle macchine che viaggiavano in una qualsiasi delle direzioni e, qualche volta, da tutte»[4].

Ogni persona si trova dunque al centro di un incrocio simbolico, ed è dunque attraversata da un numero considerevole di assi identitarie (il genere, l’orientamento sessuale, la religione, la (dis)abilità, la nazionalità, la classe sociale) che interagiscono a molteplici livelli, spesso in modo simultaneo.

Razzismo, sessismo, abilismo, omo-transfobia, xenofobia e tutte le forme di intolleranza non agiscono in modo indipendente e slegato, bensì sono forme di esclusione tra loro interconnesse che agiscono creando un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di molteplici forme di discriminazione.

Così, pur essendo sulla stessa barca, una sex worker donna, bianca, di classe media, godrà di un privilegio di cui una sex worker trans, immigrata e di classe bassa, non gode. In altre parole, entrambe sono soggette allo stigma della puttana, ma per la seconda a questo si aggiungono altre forme di discriminazione.

Ma come la mettiamo per le/i sex workers che lavorano all’interno dello stesso settore? Qui, dove apparentemente non c’è gerarchia, sono possibili forme di solidarietà?

Scendiamo in strada.

Come raccontano le storie di oggi, la solidarietà in strada, soprattutto tra nazionalità diverse, è rara, e lascia piuttosto spazio alla competizione all’ultimo sangue. Sono tanti i fattori che spiegano questa “guerra”.

Prima di tutto occorre ricordare che il lavoro sessuale è un mercato, pertanto è governato dalle leggi che caratterizzano tutte le società capitaliste. Se fino agli anni 80 la strada era il paradiso di quell* che ci lavoravano, l’arrivo della prostituzione straniera prima e la crisi economica (unita ai cambiamenti sociali, culturali e politici) poi, ha sconvolto l’intero mercato, inasprendo la competizione e accentuando le disuguaglianze.

In altre parole, se prima l’offerta bastava e avanzava alla domanda, ora l’offerta è in netto esubero. In un contesto in cui il guadagno di una significa la perdita dell’altra, com’è possibile sperimentare delle forme di unione? La vulnerabilità, la precarietà, e la concorrenza rendono il clima poco adatto a tentativi di organizzazione, soprattutto tra nazionalità diverse.

Inoltre, la prostituzione in strada (e buona parte dell’indoor) è quasi esclusivamente esercitata da persone migranti, e qui si aggiunge un altro dei motivi che spiegano la poca solidarietà. Alcune, sono partite dal proprio paese con un progetto migratorio ben chiaro: fare soldi.
L’intenzione dunque, per molte, non è quella di stabilirsi nel territorio, ma piuttosto quella di guadagnare la maggior cifra nel minor tempo possibile e di tornare nel proprio paese, oppure di migrare – spesso con “l’aiuto” delle organizzazioni criminali – verso altre mete, in un ciclo continuo.
Inoltre, la gran parte delle persone migranti soggiorna illegalmente in Italia, pertanto va da sé che la paura di esporsi e sperimentare, ad esempio, forme di associazionismo sia molto alta.

Ma c’è dell’altro. E quest’altro è caratteristico del Sex Work. Mi riferisco allo stigma.

Com’è collegato lo stigma alla competizione? Ve lo spiego subito.

Anche se come abbiamo visto colpisce con gradi di intensità diversi, lo stigma è universale. Prima o poi tocca tutt*. Lo stigma agisce innescando un meccanismo che porta tutt* le/i sex workers, quasi inevitabilmente, a sentirsi in colpa.

Il senso di colpa e la vergogna ti logorano; e spesso, la soluzione per alleviare questo macigno è tentare con tutte le forze di sentirti superiore alle altre, denigrandole e umiliandole.

«Io non sono come loro» mi disse Anna in tono di sfida, indicando un punto indefinito dall’altro lato della strada. «Quelle già a 15 anni facevano le troie. Io sono libera, se non voglio stare qua non ci vengo».

La colpa e l’emarginazione, che caratterizza soprattutto le storie delle/dei migranti, negano la possibilità di pensarsi come soggetto politico con dei diritti. Perché dovrei unirmi con le altre se non ho nulla per cui lottare, nulla da difendere?

 


Non voglio però concludere queste righe lasciandovi con l’amaro in bocca.

Non sempre lo stigma divide. Sono tante le/i sex workers che in tutto il mondo si sono unite in organizzazioni che chiedono la depenalizzazione del Sex Work e lottano per vedersi garantire quei diritti civili che ogni persona dovrebbe avere.

In Italia, la prima organizzazione fondata dalle prostitute fu il Comitato dei diritti civili delle prostitute; 
In Francia troviamo STRASS e Steel Roses;
In Austria Red Edition; 
In Argentina Ammar;
In India Durbar;
In Spagna Otras;
In Thailandia Empower Foundation;
Nella Repubblica Dominicana Cotravetd
In Nigeria ODWI (Ohotu Diamond Women’s Initiative);
In Olanda PROUD.
E potremo continuare, ma vi voglio lasciare con un’esperienza bolognese appena nata.

Il gruppo delle “Trans peruanas en Bolonia”.

Era estate. Io e V. ci preparavamo ad un’uscita. Avevamo un obiettivo: capire se, tra le sex workers trans, c’era il desiderio e la necessità di incontrarsi periodicamente per condividere difficoltà, idee e gioie. Con nostra grande sorpresa, tutte risposero di sì. Qualche settimana dopo ci fu il primo incontro, e poi molti altri.

Il mio augurio per questo nuovo anno cominciato da poco è che esperienze simili non siano l’eccezione, ma la regola.

Giulia Zollino

 

[4] K. Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex, University of Chicago Legal Forum, 4, 1989

[3] K. Sciortino, op.cit.

[2] G. Serughetti, Uomini che pagano le donne, Ediesse, 2013
[1] K. Sciortino, Generazione slut, Odeya, 2019

 

Storie di Strada 4: le relazioni affettive

Sono una donna, sono una madre, sono una sex worker

Gioia, Perù

Gioia è una trans peruviana. Una delle prime volte che l’ho incontrata mi ha portato con sé nella sua infanzia, vissuta tra le strade di un quartiere di Lima.

«Sono scappata di casa molto presto. Mia mamma però non voleva vedermi per strada, non voleva che scappassi. Per questo mi ha messa a lavorare nel negozio. Facevo tutto: taglio, acconciature, manicure, trucco. Ero brava!».

Nel negozio conosce Christian, un ragazzo più grande di lei. Si innamorano perdutamente, tant’è che decidono di comprare assieme un altro negozio, ma le cose non andarono come sperato.

«È scappato. Un giorno entro nel negozio e non trovo più niente…niente. Si era portato via tutto».

Il ricordo di Christian fa ancora male. Gli occhi sono lucidi, la voce spezzata.

Nicoletta, Romania

Nicoletta ha i capelli biondo platino e porta sempre una lunga coda di cavallo. È dura, diretta. Lei e il suo giubbetto di pelle ne hanno viste tante. Quella sera è particolarmente spenta.

«Sono delusa. Non so, non mi fido più. Non mi fido degli uomini, non mi fido di nessuno».

È sposata da 20 anni ed ha un figlio. Il marito è da poco uscito dal carcere e da quel momento non è più stato lo stesso:

«Non ci parliamo da 4 giorni. È geloso di un tipo che abita davanti a noi, ma non è successo nulla. È un pazzo, cazzo! Ormai non c’è più amore, nemmeno affetto. C’è solo una grande abitudine. È così. Ti giuro che stavo meglio quando stava in carcere. Lui non mi parla? Beh, nemmeno io. Non me ne frega più un cazzo, io voglio stare tranquilla. Non voglio nemmeno trovarne un altro. Perché sopportare un altro se già devo sopportare questo qui? Credimi, non vedo l’ora che arrivi dicembre (andrà in Romania). Passeranno in fretta questi mesi?»

Cristina, Albania

Una delle prime persone di cui mi parlò fu G., il compagno attuale.

«Pensa che lui è stato il mio primo amore quand’ero piccola. Nel frattempo io mi ero spostata con uno che non voglio neanche dire…uno stronzo, violento. Mi ha fatto tanto male, credevo di morire. Poi, a distanza di anni ho incontrato G., e ci siamo innamorati ancora. Adesso viviamo assieme: io, lui e mia figlia (avuta con il marito precedente). Non sa niente di questo lavoro. Io nascondo la borsetta con tutte le mie cose e le scarpe in garage e quando esco gli dico che vado a lavorare in un ristorante».

Joy, Nigeria

Un vulcano pieno di minne e ironia. Questa è Joy.

«Lo sai dov’è Lilian? È andata a Roma. Si è sposata con un bianco, italiano (un ex cliente)
Belle (incinta in Nigerian pidgin) eh. Tra un poco bambino. Mamma mia…»

«E tu?» le chiedo, cogliendo l’occasione per farmi i fattacci suoi.

«Io no sposata. Adesso ho una ragazza. Sono andata a Bari, in Sicilia con la mia ragazza. Abbiamo girato, e poi fiki fiki, coccole».

P.s. Le abbiamo spiegato più volte che Bari non si trova in Sicilia, ma non ci crede.


Le storie di oggi riflettono scene di vita quotidiana, ci portano tra i ricordi di un’adolescenza tumultuosa, e ci fanno appassionare con amori rifioriti ed altri appena nati.

Niente di strano. Banalità assoluta. Eppure tra gli innumerevoli pregiudizi che costellano la vita di un/una lavoratrice/lavoratore del sesso, c’è quello che l* vede protagonist* di una vita stravagante, strana, non ordinaria.

Niente di più falso.

Una/un sex worker fa la spesa, cucina, pulisce casa, e se li ha, sgrida i/le figli/e per l’ennesimo 4 in matematica. Una/un sex worker fa sesso occasionale, ha delle relazioni amorose, combina appuntamenti pessimi su Tinder. Una/un sex worker gode, piange, ride e manda messaggini d’amore.

Una/un sex worker è una persona comune.

Eppure, l’idea che chi lavora nel mondo del sesso non abbia una vita comune è molto diffusa.

È come se una persona che decide di utilizzare il proprio corpo sessuato come mezzo, non possa conservare una sfera privata, intima, nascosta ai più.

La sessualità è plurale, ha varie funzioni e modalità per esprimersi. Una/un lavoratrice /lavoratore sessuale (e non solo) ha la capacità di vivere il sesso in maniera multiforme. È un’abilità che fa parte di tutte quelle skills che sono proprie del lavoro sessuale.

Ciò non significa che durante il rapporto sessuale con un/una cliente il sesso sia sempre peggiore, meccanico, brutale, e che invece nelle vita privata risieda il vero piacere. Può essere così, ma non necessariamente; e l’euforia di T. ce lo dimostra:

«Mmmh…ho appena fatto l’amore con un omone alto alto, con un cazzo gigante. Ay mami, mi son quasi dimenticata che lavoravo!».

Una/un sex worker stabilisce cos’è per l*i intimo e cosa non lo è, decide che cosa custodire per sé e cosa invece rendere pubblico.

Ma è forse diverso da quello che noi tutti facciamo? All’interno di un rapporto – di qualunque genere esso sia – non negoziamo continuamente il nostro spazio personale, la nostra intimità? La definizione di intimità non è forse un fatto squisitamente personale? Mangiare una pizza in pigiama la domenica sera può essere più intimo di un deepthroat?

Vorrei raccontarvi un breve aneddoto, che vede come protagonista un caro amico, che qualche tempo fa incontrò una ragazza su Badoo. Alla prima uscita lei gli raccontò del suo lavoro: faceva la escort. Lui, da studente squattrinato qual era, in preda al panico, abbandonò l’appuntamento – facendo peraltro una figura barbina.

L’idea che una/un sex worker sia sempre in cerca di uomini da spennare trabocca di pregiudizi e stereotipi.

Le relazioni affettive-sessuali che una/un sex worker instaurano con altre persone non sono sempre mediate dai soldi.

Se una lavoratrice del sesso, come in questo caso, si avvicina ad una persona non è obbligatoriamente per attivare uno scambio sessuo-economico.

Potrebbe essere semplicemente interessata a quella persona, potrebbe trovare stuzzicante il modo in cui muove le mani, impazzire per quei ricci color nocciola o voler stringere quei polpacci così definiti (e intanto vi ho svelato i fetish della Zollino). Oltretutto, di storie di amori e passioni nate sul posto di lavoro ne è piena la strada e tutto il mondo del Sex Work.

Le relazioni affettive, e qui mi riferisco all’universo relazionale più in generale, oltre a costituire una fonte di calore e supporto, possono essere però anche causa di stress e sofferenza.

«Mia mamma non mi chiede da dove arrivano i soldi, mia figlia è troppo piccola per chiedere. Forse (la madre) lo sospetta, ma non chiede. Sarebbe difficile per lei»

Mi confida Bianca, un’altra donna rumena.

La famiglia scatena emozioni ambivalenti. Se da un lato c’è la gioia di poter offrire una vita migliore alla propria famiglia di origine, dall’altro, la sofferenza per la lontananza e il senso di colpa sono altrettanto forti. Ma non per tutte.

La storia di Nicoletta- la biondona con la coda di cavallo- è diversa. Lei, circa 10 anni fa, ha deciso assieme al marito che avrebbe lavorato in strada. Durante i primi mesi, lui stava dietro di lei, nascosto dentro la sua macchina, «sai, controllava la situazione, mi proteggeva » dice Nicoletta.

Il 17 dicembre è stata la Giornata Internazionale contro la violenza nei confronti delle e dei sex workers.

La violenza che vive una/un lavoratrice/lavoratore del sesso oggi, in Italia, non è (solo) quella fisica, visibile, intenzionale, che avviene sul posto di lavoro.

La violenza che vive una/un lavoratrice/lavoratore del sesso oggi in Italia è una violenza che è prima di tutto simbolica e istituzionale.

È la violenza di una società che non è pronta ad accettare l’esistenza di una prostituzione non coatta, volontaria e strumentale. È la violenza di un’Italia bigotta e mossa da stereotipi.

Sono tanti i passi da compiere per lottare contro le violenze esercitate nei confronti delle/dei sex workers. Il primo però lo possiamo e dobbiamo fare tutt*. Per natale, facciamoci un regalo: demistifichiamo il lavoro sessuale.

Normalizzare il Sex Work significa normalizzare le vite della lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Chi si dedica ad un qualsiasi tipo di lavoro di tipo sessuale è prima di tutto una persona.

E le storie di strada servono a questo, a rompere gli argini del pregiudizio, per lasciarci travolgere dal fiume in piena del mondo.

Giulia Zollino

In Bed With Valentina n°6 – Senju

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Spero vi stiate rilassando quanta basta per godervi l’ultima intervista del 2019 nel letto più caldo di tutto il web, con un artista erotico grandioso: Senju! Dalla Svezia al Giappone, un artista che ha scoperto la sua passione per gli “shunga”, portandoci tutti in un viaggio attraverso le sue opere. Vieni a vedere più vicino!

Sul tuo sito la tua storia è raccontata chiaramente. La mia prima curiosità è: hai scritto che sperimenti con diversi strumenti e medium, dalla pittura alla fotografia. Quale di questi è il migliore, per te?

Ho provato davvero tanti modi per creare: da quelli occidentali più tradizionali, come la pittura ad olio o gli acrilici, fino alle matite e ai pennarelli.
Ho adorato sperimentare con i pigmenti tradizionali giapponesi e la carta Washi fatta a mano: è stata un’emozione completamente diversa (dipingere con lo stile giapponese è praticamente impossibile tramite i supporti occidentali).

Funziona così, per me: la combinazione delle cose, che fanno il totale.

Comunque, io ho sempre cercato di rivitalizzare e reinventare me stesso. Ho osato provare la pittura digitale sei anni fa e adesso è diventato il modo preferito di creare: utilizzo gli strumenti digitali spessissimo, come facevo con quelli analogici.
È stato difficile: ho dovuto decostruire un sacco di idee che avevo riguardo il fare arte e ho dovuto, inoltre, mettere su tutto il coraggio che avevo per pormi in maniera aperta rispetto questa cosa.

Nel panorama dei tatuaggi da cui provengo, per esempio, c’è una negatività parecchio forte riguardo la pittura digitale. Non è considerata “reale” e si pensa che usare il digitale comporti un tradimento, in qualche modo: ma il programma non ti fa mica dei favori o ti dà un qualche aiuto magico.

Penso che alcune persone ancora credano che i computer siano una sorta di scatola magica alla quale ordini cosa fare e loro la fanno. Se ponessero la giusta attenzione nel visionare quanta complessità richieda lavorare in ambito domestico, come mettere su un’email, per esempio, capirebbero la complessità della pittura digitale, la quale richiede molto studio e lavoro.

Passo facilmente centinaia di ore a dipingere, spesso anche di più, significa quindi che il digitale non è semplice: resta comunque l’artista che dipinge, tutto dipende dalla tua visione. È un continuo processo di apprendimento con ostacoli e svolte, esattamente come nella pittura analogica.

Dalla tua infanzia di bambino sensibile, attraverso la tua adolescenza punk, fino a ora: c’è una costante, nella tua vita? Se sì, come ti ha condotto agli shunga?

Penso la costante sia ricercare me stesso e chi io sia, cosa significa “realtà” e cosa si può fare per rendere la propria vita e il mondo dei posti migliori. Sono sempre stato guidato dalla stessa sete di progresso, di empatia e di amore.

Oggi direi che è sempre stata la stessa cosa… dipingere, disegnare, scrivere, fare fotografie e tatuaggi… ho sempre avuto le stesse cose in testa, la stessa visione. Ho cercato di applicare nuovi approcci e nuove tecniche, col fine di arrivare dove volevo.

È già di per sé una forma d’arte interrompere quello che sei abituato a fare e imbarcarti in qualcosa di completamente nuovo. Certo, molte persone che ho intorno spesso hanno difficoltà a stare dietro ai miei cambiamenti; qualche volta ho perso degli amici, a causa di questi processi. Ma non è una cosa per la quale aiutarmi, non mi posso fermare. Io devo andare avanti e devo cambiare.

Pensiamola così: l’universo cambia ed evolve ogni nanosecondo che passa. Quindi perché noi umani, animali come altri, non dovremmo farlo? È solo un’illusione pensare che non cambiare sia sinonimo di stabilità e sicurezza. Sul serio, non funziona così. Però ci hanno sempre insegnato questa “verità” da quando siamo piccoli e questa cosa ci martella nel profondo.

Esattamente come tutte le altre cose folli riguardo la sessualità, il mondo, l’amore, cosa è vero e cosa no, la religione: cresciamo credendo che la nostra realtà sia l’unica “reale” e quindi lottiamo tutta la vita per mantenere su il castello di carte, evitando che collassi. Invece lo fa, e noi ci nascondiamo dietro delusioni e illusioni.

È nostro dovere verso noi stessi ammettere tutto ciò e continuare a tirare avanti.

la camera di valentina
gyokumon

Sei diventato un “horishi”, un maestro tatuatore giapponese. Quale supporto è il più soddisfacente: la pelle o la tela?

La tela è molto più soddisfacente per me. La pelle è attaccata al cliente e limita le possibilità.

Ho lavorato con i tatuaggi per 28 anni, 20 di questi erano per il tatuaggio giapponese. Ora sono totalmente devoto alla pittura, ma ho ancora qualche cliente che richiede i tatuaggi.

I tuoi shunga sono molto moderni, sia nello stile sia nei soggetti: sono maggiormente femminili, a differenza di quelli degli shunga tradizionali. Perché?

Semplicemente, penso dipenda dal fatto che non amo ritrarre gli uomini. Mi piace dipingere peni, ma gli uomini, nella loro interezza, non sono granché poetici. Recentemente ho iniziato a sperimentare con tematiche gay e la cosa è cambiata un pochino, chissà come andrà in futuro.

Devo far combaciare i temi con cose che trovo interessanti e ardue: ho qualcosa da dire e ci provo finché non trovo il modo migliore di esprimerla nel visuale.

La sessualità è intrisa di idee riguardanti cosa sia “normale”, cosa eccitante, sporcacciona, eccetra.
Per prima cosa esploro queste idee per conto mio e creare un’opinione a riguardo. Copiare gli shunga del periodo Edo non avrebbe molto senso, dal momento che quel periodo non è il “qui e ora“.
Però le idee occidentali sul sesso sono minate da un immaginario che passa come “sessuale” in maniera limitante.

Nella realtà, ciò che eccita è sempre qualcosa in più di due (o più) persone nude che stanno scopando. Tutte queste idee servite dall’industria porno – o dalle credenze religiose, devono essere messe in discussione parecchio prima di poterle definire “reali”.

Ci sono domande che aleggiano nella mia testa, quando lavoro, del tipo: se ci illudiamo di poter definire la normalità, che ce ne facciamo di etichette tipo “etero”, “gay”, “lesbica”, o “bisessuale”? Abbiamo davvero bisogno di queste etichette? Perché, piuttosto, non ci limitiamo a definire ciò da cui siamo attratti, come normale? Perché dobbiamo costantemente definire tutto tramite etichette? Perché chiamiamo la masturbazione in questo modo, differenziandola dal resto del sesso? Perché non la chiamiamo “sesso”? Cioè quando siamo con gli altri facciamo sesso, ma da soli diventa in qualche modo qualcosa di meno valido.

Anche l’eccitamento non sempre ha a che fare con la sensualità, ognuno ha un modo tutto personale. Tutto ciò che chiamiamo “feticismo” (altra etichetta) è personale e spesso non c’entra con il mondo sessuale.

Alcune cose sono intrecciate, mescolate e forse il sesso è solo una tra le urgenze primarie che abbiamo, quindi alcune delle situazioni più disparate, delle difficoltà o dei problemi che potremmo avere cerchiamo di risolverli attraverso questo.
Quando fai del sesso spettacolare il tempo si ferma e tutte quelle piccole cose che ti preoccupano spariscono immediatamente.

Deduco che il sesso più intimo e profondo somigli un po’ allo Zazen (la meditazione zen): denuda la realtà da tutte le cose strane con cui l’abbiamo vestita e ce la fa vedere per quella che è.

la camera di valentina
Kuchidzuke

Qual è la risposta del pubblico, davanti alle tue opere?

La maggior parte delle persone che vede la mia arte (quando io sono lì ad ascoltare) reagisce davvero positivamente. Questo mi rende felice e significa che, quantomeno, le cose le faccio un pochino bene. Anche quando dipingo cose che potrebbero lasciare di stucco, la reazione è sempre positiva.

Forse è il modo in cui vedo il mondo erotico? Non amo la violenza o i giochi di potere, cerco di tenermene alla larga nelle rappresentazioni. Dipingo ambientazioni che mi affascinano o mi piacciono. Qualche volta dipingo soggetti omosessuali per sfidare me stesso, per dimostrare che posso andare oltre l’idea di “normale”.
Focalizzo sull’attrazione, l’intimità e l’eccitamento e sugli elementi di piacere.
Mi interessa includere tutti gli aspetti positivi dell’erotismo, anche se per mia esperienza non ho mai fatto sesso con un uomo o provato il bondage.

Voglio che le persone vedano l’aspetto positivo dell’intimità. Non importa chi sta facendo sesso con chi, fintanto che rispecchino le parti positive dell’essere umano.

Qualche volta ricevo risposte stupide se, per esempio, espongo in un Tatoo Convention. Quello è luogo di persone eterogenee , fatto per attrarre diversi tipi, capita che il mio lavoro non piaccia. Spesso sono gruppi di ragazzi – scommetterei che la loro intimità e i loro sentimenti non sono mai discussi – e spesso uno di loro indica una mia opera esclamando “guarda, una topa!”, come se non ne avessero mai vista una.

Mi fa molto ridere la palese insicurezza di questi gruppi di uomini – non che l’insicurezza sia qualcosa di cui ridere: sono le radici per cose brutte come la misoginia e l’omofobia. Solo che loro pensano di essere tanto fighi e con il controllo su tutto, in quanto uomini, per poi scappargli di bocca un “guarda, una topa!”, come se sgusciassero fuori dai loro pantaloni in un attimo.

Quindi sì, le reazioni sono definitivamente positive.

Hai scritto sul blog che, esattamente come gli shunga del periodo Edo, anche quelli tuoi estinguono la tua “sete di intimità”. È ancora così o soddisfano altro, nella tua vita?

Gli shunga del periodo Edo sono stati creati principalmente come aiuto visivo per gli uomini giapponesi durante la masturbazione. Edo (oggi Tokyo) era una città con numerosi uomini single, operai soprattutto.

Esisteva la prostituzione, certo, ma in pochi potevano permettersi un servizio, addirittura non sempre era considerata un’opzione. Quindi la masturbazione era una gran cosa (così come oggi, e va bene). Gli shunga non solo quindi estinguevano il bisogno fisico, ma supportavano le fantasie. Molti shunga ritraggono scene tra marito e moglie, o tra fidanzati: ciò che non possiamo avere ci eccita maggiormente, in quel caso era una normalissima vita domestica, e di queste scene ne erano pieni.

Per quanto mi riguarda, in quanto pittore di arte erotica, sì, soddisfano molte delle mie seti. Inoltre, mi hanno aiutato a vedermi in maniera più vera e accurata e mi sono liberato di alcune idee ed emozioni costrittive.

Se si lavora costantemente con l’erotica si scopre che troppe cose vengono date per scontate in quanto “normali”, per ciò che riguarda il sesso: quanto spesso serva fare sesso, o come serva essere eccitati per stare bene; molte persone pensano che fare sesso tante volte sia il modo “normale” di fare sesso e se non succede, è un problema.

In quanto artista, ho un mucchio di cose che mi soddisfano al pari del sesso: dipingere, leggere, bere del buon vino, avere belle conversazioni, ecc. Una volta che separi un elemento che ti eccita da tutti gli altri e crei un tutt’uno, la vita diventa più piena e reale.

Penso al sesso tutto il tempo, ma non come qualcosa a cui porre una fine, per il raggiungimento di un orgasmo, ma come aspetto vero del cuore umano. Può essere così tante cose; ogni volta che dipingo è come se facessi sesso.

la camera di valentina
Haru

Quali artisti, giapponesi e non, ti ispirano?

Oh, ce ne sono così tanti! E di questi, tante cose diverse mi ispirano. Meglio che dica di impulso una lista disordinata:
Katsuchika Hokusai, Kawanabe Kyosai, Kitagawa Utamaro, Yamaoka Tesshu, Ito Jakuchu, Tsukioka Yoshitoshi, Uemura Shoen, Hashida Shunso, Ikenaga Yasunari, Tetsuya Noguchi, Miho Hirano, Beni Kochiji, Yuji Moriguchi, Toshiyuki Enoki, Masaaki Sasamoto, Reiko Yamasaki, Gustav Klimt, Alphonse Mucha, John Williams Waterhouse, John Singer Sargent, James McNeill Whistler, Van Gogh, John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti, Caravaggio, Carl Larsson, Hilma af Klint e molti altri.

I social network ti hanno aiutato o complicato nel condividere i tuoi lavori?

Bé, instagram è stato, ovviamente, molto importante per me. Senza sarebbe stato difficile riuscire ad andare oltre i tatuaggi.

D’altra parte, instagram ha queste strane regole moralistiche riguardo l’arte che mi fanno temere per la cancellazione del mio account, costantemente. Mi è capitato di avere post cancellati e di essere sotto shadowban. Queso ostacola la mia possibilità di avere nuovi follower: meno follower significano meno possibilità di vendere il mio lavoro, il che è un problema dato che ho una famiglia.

Ho provato a censurare leggermente le mie opere, ma non è divertente e i follower non apprezzano. Credo quindi inierò a pubblicizzare il mio account backup, per sicurezza.

la camera di valentina
Fuukou

Scrivi anche, parecchio. Pittura e scrittura sono collegate?

Mi piace scrivere, ma lo faccio per me, maggiormente. Scrivere è anche un modo per comunicare la natura dei miei dipinti agli osservatori: credo di poter cambiare il mondo, così. Può risultare pomposo e futile, ma io ho fede nel fatto che tanti piccoli cambiamenti possano portarne a uno grande.

Se voglio dimostrare come la mascolinità e la cultura maschile vedano e trattino le donne, ho una grande opportunità dalla mia, utilizzando pitture e parole. Amo questa combinazione: tutti i cambiamenti vanno fatti passo per passo. Mi considero molto femminista, credo che le tematiche dei diritti mancanti delle donne rivelino il nucleo di quasi tutto ciò che è sbagliato.

Solitamente mi ritrovo un sacco di merda addosso da parte degli uomini, nel dire queste cose, ma c’è la cultura maschile in quasi tutte le cose brutte del mondo e dobbiamo riassettare un equilibrio affinché le cose si sistemino. Solo gli uomini possono cambiare se stessi.

Tra l’altro, c’è una tendenza nella cultura maschile nell’ascoltare solo ciò che dicono gli uomini. Mi sembra dunque doveroso, come uomo, di dire agli altri uomini in che direzione andare per creare un mondo migliore per tutti.

Quali progetti futuri puoi anticiparci?

Adesso sto lavorando per un’esibizione che farò a Tokyo, a Dicembre. Sono davvero eccitate e ovviamente anche molto preoccupato.

Sto riflettendo molto, inoltre, su dove andrà il mio lavoro, in futuro, in che direzione. Mi piacerebbe indagare le tematiche omosessuali e transessuali. Non mi interessa dipingere roba di peni e vagine e basta, penso sia questa la differenza tra porno ed erotismo: l’intenzione dell’immagine, non ciò che v’è ritratto: puoi dipingere il sesso anale duro con una grafica molto forte e comunque creare dell’arte erotica.

In Bed With Valentina n°6 – Senju ENG

Hope you’re chilling enough to enjoy the 2019’s closure of the hottest bed in the net with a great erotic artist: Senju! From Sweden to Japan, an artist who discovered his passion for japanese “shunga”, bringing us together to travel through his beautiful work of art. Come watch closely!

On your website your story is clearly narrated. My first curiosity is:
you wrote that you experiment with different tools and medium, from
painting to photography. Which one is the best, to you?

I have tried a lot of different ways of creating: from more western traditional ones like oils or acrylics to liners and Copic markers. I truly enjoyed delving into using traditional Japanese pigments and handmade Washi papers: that was a completely different feeling (painting in a Japanese style it is almost impossible to use western mediums).

That is how it works for me at least: the combination of right things that make the totality.

However, since I have always been trying to revitalise myself as well as re-inventing myself, I dared to start experimenting with digital painting some six years ago.
This has now become my favourite way of creating: I use the digital painting tools very much, like I would use the analog ones.
It was difficult because I had to deconstruct a lot of ideas I had about making art and I also had to build up a courage in order to be open about.

In the tattoo scene I come from for example, there is a pretty strong negativity towards digital painting. It is not really considered ”real” and perhaps there are some ideas that painting digitally would be cheating in some way: it’s not like the program would do you any favours or give you any ”magical” help.

I think a lot of people still holds a belief that computers are some kind of magic boxes that you can simply tell what to do. If anybody really payed attention to the complexity of menial tasks like setting up an email account, they would really begin to understand that digital painting is a very complex thing that requires a lot of learning and a lot of work.

I easily spend a hundred hours on a painting, often much more, so digital painting is not easy. It is still the artist that paints and it all depends on your seeing and your visions. It is a constant learning process filled with obstacles and breakthroughs. Just like ”real” painting is.

From your childhood as sensitive child, through your punk teenage, up to now: does exist any constant of yourself that remains? If yes, how does it bring you to shunga?

I think the constant is the seeking of who you are, what is really reality and what you can do with that in order to contribute to a better life and world. I have always been driven by the same thirst for progress, empathy, and love.

Nowadays I would really say that it was all the same thing… painting, drawing, writing, photography, tattooing… I always had the same things in my mind, the same visions. I was just trying to apply new approaches and techniques in order to get to where I was heading.

It is an artform in itself to just stop and drop what you are currently doing and instead embark on something completely  new. It is true that a lot of people around me sometimes have a hard time keeping up with my change of moods and paths and sometimes I lose friends and other people for good in that process. It can’t be helped really. I can’t stop. I have to go forward and I have to change.

Think about it this way….the universe is changing and evolving every microsecond of existence, so why would we as humans, an animal like all the others, not have to also constantly change?
It is an illusion that not changing creates stability and safety. It simply doesn’t work that way in reality. But we are all being taught this ”truth” from an early age and they really hammer it into us deep.

Just like all the other crazy things about sexuality, the world, love, what is true, religion; we grow up to believe that our ”reality” is ”real” and then we struggle our whole lives to keep the house of cards from not collapsing. And it is always crashing down upon us and we hide behind illusions and delusions.

It is our duty to our self to admit to all of this and to start travelling on the path ahead.

la camera di valentina
Haru

You became an “horishi”, japan master tattooist. Which medium is the more satisfying between canvas and skin?

Yes, I worked with tattooing for 28 years and 20 of those with Japanese traditional tattooing only. I don’t know why I did that for so long. I guess it was a process and I had to follow along and see through. Slowly, as I was creating the traditional Japanese tattoos I started to find myself somewhere between the lines.
Now I am currently totally devoted to painting, but still continue working on all my regular tattoo clients from before.
I have a responsibility to finish their tattoo and I pour all my energy into that when I do. But there is a slow shift into more and more serious painting and that takes a lot of time and hard work.

The canvas is much more satisfying to me than skin. Skin is always attached to a client and that means that you are never completely free to create.

Your shunga are modern both for graphic and thematics: your subjects are mostly female, intead of traditional ones. Why?

I think this depends on the simple fact that I don’t enjoy painting men too much. I enjoy painting cocks but men as a whole is not so very poetic to me. Lately I have started to experiment with some gay themes and that changes it a bit so we will see what comes out of it.

I also have to adapt the themes to things that I find interesting and challenging. I have some things that I really want to say and I try to constantly find the best way to do that visually as well as content wise.

Sexuality is so very charged with ideas of what is normal, what is arousing, what is kinky, etc.

Firstly I have to explore these ideas for myself and make my own mind up about it.
Copying the Shunga from the Edo period would not make sense since that time is not here and now. Also, current western ideas about sex are a minefield of illusions and imagery that is just passed along as ”sexual”.

In reality, what is arousing is much much more than just two (or more) naked people fucking. All these ideas served up to us by the porn industry, religious beliefs etc, has to be questioned and teared down before we can reach anything ”real”.

Questions that at the moment are floating in my mind when I work are for instance: if we take away the illusion that there is something that can be called normal, then what happens with labels like ”hetero”, ”gay”, ”lesbian” or ”bisexual”? Are there really a need for those labels? Why not be attracted to who you are attracted to in the now and then call THAT normal? Why must we constantly define everything through these labels? Why do we call masturbation for a specific word? Why don’t we just call it sex like all other forms of sex? We call groups of two or more that makes love for ”sex”, but when it’s just you it is not really sex but some kind of lesser form of it.

And arousal is also depending on other factors of sensuality, while most of them very personal. Everything that we call ”fetishes” (another label) are very personal and often do not necessarily come from the sexual world.

Some things gets intertwined, intermingled and perhaps sex is one of the more primal urges and behaviours that we still have with us today. So maybe that is why different situations, difficulties or personal problems seeks a way to get resolved by combining it with sex. When you have really amazing sex time stops dead in its tracks and all the little things that you constantly worry or think about disappear from the immediate now.

So  intimate deep sex is a little bit similar to Zazen (zen meditation). It strips reality of all the strange things we have dressed it up in and makes it appear to us as it really is.

la camera di valentina
Gyokumon

What is the response of public in front of your art?

The overwhelming majority of people that view my art (when I am there to hear it) respond in a very positive way. That makes me very happy and tells me I must be doing things at least a little bit right. Even when I paint scenes or situations that usually would make some people blink once or twice, it seems that they think its beautiful.

Maybe it is the way I view the erotic world? I do not like violence or power structures so I try to stay away from those things. I also only paint scenes that interest or fascinate me in a positive way. Sometimes I paint gay or lesbian scenes only because I want to prove to my self that I am able to go around the idea of ”normal”. I focus on the attraction, the intimacy and the arousal. And also on the pleasurable aspect. I want to include all the aspects of the erotic that I find positive and good even if I personally haven’t had sex with another man or experiment with bondage.

I want people to really see that positive side of intimacy. It doesn’t matter who is having sex with who as long as it is based on the good aspects of human nature.

Sometimes I get stupid responses if I am for example showing my work at a tattoo convention. Those events are arranged to attract a large variety of people so some of those people might react differently to my artworks. Usually it is a group of young men walking by, and I can tell that in this little group perhaps emotions and intimacy are not discussed and talked about, and one of them usually calls out ”Hey, look! A pussy!” Like they never saw one before.

It makes me giggle and I am amused by the sheer insecurity in those little male groups – not that it is something that I think is funny that it exists, this insecurity. It is the root to ugly things like misogyny and homophobia and that is not really a laughing matter. It’s rather that they think they are so cool and so in control as men, and then they blurt out ”Hey! Pussy!”. It’s like they are dropping their pants in a way.

So, yes, the reactions are almost one hundred percent positive.

On your blog you write that, exactly as the ancient shunga of Edo period, your shunga quench your “intimacy thirst”. Is it still this way or they satisfied other aspects of your life?

The Shunga of Edo period Japan was created mainly as a visual help for male masturbation. Edo (now Tokyo) used to be a city with a huge surplus of single men, especially from the common classes, like construction workers etc.

There was of course prostitution, but many men could not afford it or perhaps didn’t see that as an option. So masturbation was a big thing (as it always is, no matter what people say. Men masturbate a lot, and that is good).

So the shunga only didn’t quench the thirst for immediate physical intimacy but also painted fantasies of relationships with women. A lot of the Shunga portrayed common husband-wife or boyfriend-girlfriend situations. It is often what we cannot have that exited us the most. So in this case it was domestic relationships that was difficult to obtain.

That is partly why Shunga did look like it did for the majority of its production and existence .
As far as for myself, so yes, as a painter of erotic art and in the manner I do things, it satisfies and quenches many thirsts. It also has helped me to see myself more truly and accurately and I have liberated myself from some constraining ideas and emotions.

If you constantly work with depicting erotica in your art you will discover that so many things we assume is ”normal” regarding sex. And I don’t mean the missionary position versus kinky things but rather ideas of how often one should have sex, or how horny one is supposed to be in order to be ” healthy”. I think many people think that having sex all time is the ”normal” way and if not then there’s a problem.

For me, as an artist, there is often other things that satisfy me as much as sex: painting, reading, drinking good wine, great conversations etc. Once you stop separating one behaviour that arouses you from all the other things that also do, then life becomes more whole and real.

Sex with another person, even in an intimate marriage like the one I am part of, well, it comes and goes. We talk a lot about it and don’t feel any panic if the physical sexual part is not always there. Real intimacy is your whole reality, not just sex; it is about sharing your whole you with that whole other person. Forget the separating of the physical from the psychological: if you believe that a separation like that is even possible then you are really a fool in my opinion.

I think about sex the whole time, but not necessarily as a means to an end, to reach orgasm, but rather as an aspect of the true human heart. So it can be so many things; since I am painting erotica all the time one can say that I am kind of always having sex.

la camera di valentina
Fuukou

Who are the artists, japan or not, who inspires you?

Oh, there are so many! And so may different things. And they change and shift all the time. Perhaps it is best if I just blurt out a sort of chaotic list of what affects and inspires me right now?
Here we go:
Katsuchika Hokusai, Kawanabe Kyosai, Kitagawa Utamaro, Yamaoka Tesshu, Ito Jakuchu, Tsukioka Yoshitoshi, Uemura Shoen, Hashida Shunso, Ikenaga Yasunari, Tetsuya Noguchi, Miho Hirano, Beni Kochiji, Yuji Moriguchi, Toshiyuki Enoki, Masaaki Sasamoto, Reiko Yamasaki, Gustav Klimt, Alphonse Mucha, John Williams Waterhouse, John Singer Sargent, James McNeill Whistler, Van Gogh, John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti, Caravaggio, Carl Larsson, Hilma af Klint and many more.

These are the artists I frequently look at and steal as much as humanly possible from. But there are some many other things that influence my work. Especially Kimono and Kimono patterns. Japanese fabrics are a never ending source for inspiration.

It is in fact my goal to stop wearing western clothing and cross over to kimono and other forms of Japanese clothing all together. Western dress is very uncomfortable and it was a long time ago since western fashion displayed any kind of dignity or true poetic beauty.

I kons that people are going to stare and think I am some kind of strange person but I like to give no fucks about thing like that. I tell my children to honestly try not to be ”normal” since that is the first step of eradicating your own self. Nothing good will come out of that at all.

Have social-network help or complicate sharing your art?

Well, Instagram has of course been very important for me. Without IG it would have been difficult to even attempt crossing over from tattooing full time to painting full time.

On the other hand, Instagram has these very blunt and strange moral rules about art and it is a constant worry that my account will be deleted.
I regularly have post deleted by them and end up being shadow banned for weeks o end.

This of course hampers my ability to grow my following. New followers means new opportunities to sell prints and I desperately have to put food on the table since I have a family.

I have experimented with softly censoring myself but that is no fun and the followers doesn’t really appreciate that. So maybe I will start advertising about my back up account more and just take my chances with being deleted.

la camera di valentina
haru

You also write a lot. How writing and painting are linked together?

I love to write but do it way to seldom. I actually feel that writing is the creative outlet that I am best at. I also love painting and time is limited-

Writing is a way for me to tell my viewers about my intentions and visions around my paintings. I do have an agenda with my work.
As with everything else, I am always out to change the world. That might sound like a pompous and perhaps futile goal but I believe that many small changes will lead to big change.
One big bang of change rarely leads to anything constructive.

So if I want to change how masculinity and male culture sees and treats women I have a great opportunity if I use images and words together. I mean, who doesn’t like to watch erotic paintings (except perhaps Instagram and fearfully religious people) and if I can get somebody to view my work the step is not far to get them to read about it as well: that is where I really get a chance to discuss serious issues, like a clever mix och cocks, pussies and fucking paired with poetry, intellect and politics.

I love that combination. I also feel that being too confrontational leads only to more polarisation.
All change must come from within and many times slowly. I call myself a feminist and truly believe that the issue of women’s rights and equality is at the core of almost anything else that is wrong.

I usually get a lot of shit from men for saying it, but it is male culture that is behind most of the bad things in the world and we need to balance and change that male culture. And only men can change themselves. Also, there is a tendency in the dominant part of male culture to only pay attention to what other men say, so I see it as a calling to be a man that tell other men which way to go in order to make the world a better place for everybody.

Do you have any future project you can anticipate us?

Right now I am working on new pieces for a group exhibition in Tokyo, Japan if December this year. I am very exited about this and I am of course suffering a lot because of that. What to paint? Will they like it? That sort of thinking plagues me all the time.

I am also thinking a lot about where to take my future work. I want to explore more themes like gay, lesbian, bi and transexual ones. Of course I will also paint a lot of ”normal” erotica. But mixing all these things up seems exiting and by doing so, by making it more ”normal” to do so, perhaps some people being aggressive towards what is not ”normal” will slowly change their minds.

The important thing is to keep the heart in it at all times. I don’t want to paint common cock in pussy things. That is the difference between porn and erotica I think: the intention of the image, not necessarily what it portrays.

You can paint very hard anal sex in very graphic way and still call it erotica. It the heart is sin it.

I also want more and more people to see my work so I am thinking about how to get the opportunity to exhibit my work more. Meeting the viewers in person and talking with them about my art is perhaps the best part of being a painter of sex.

la camera di valentina
kuchidzuke

La coppetta mestruale: un’esperienza

Due cose hanno cambiato la mia vita: la coppetta e il magnesio. Entrambe hanno a che fare con le mestruazioni; a pensarci prima, forse avrei capito molte cose…

Come molti degli articoli di Porno Piazza, anche questo non è scritto solo da me: i vostri contributi hanno reso possibile la composizione di questo mosaico di parole e adesso lo vediamo insieme.

La coppetta mestruale: cos’è?

È un’alternativa agli assorbenti: è un dispositivo di silicone, a forma di coppa, appunto, il quale raccoglie il sangue, piuttosto di assorbirlo. Sta crescendo in popolarità, dunque troverete in giro per Youtube e per tutto l’internet molti articoli e video a riguardo; su instagram come posso non indirizzarvi alla Queen della divulvazione, Violeta Benini, che ha fatto video igtv e articoli a mai finire? Se vi serve un’idea più chiara e precisa, sapete di poter andare da lei.

C’è un gran bisogno di parlare delle alternative – che sono diverse, la coppetta è solo una di queste – per vivere le proprie mestruazioni in maniera differente, rispetto a come siamo state abituate e cresciute. Farlo anche attraverso le testimonianze è davvero importante, perché in certi casi non bastano i manuali.

Prima di entrare nel vivo delle mie e delle vostre esperienze a riguardo, un ultimo indirizzamento a proposito: l’articolo di sessolopotessi: leggetelo e sarete ancora più sicure di voler quantomeno provare. Ma entriamo nel vivo:

“E poi la butti nella pasta?”

Non prendetemi per pazza, se inizio il paragrafo così. Mi sembrava giusto riportare, data la frequenza, questa battuta disgusto-sarcastica da parte dei ragazzi che si sono trovati a orbitare intorno le RCPDM (Ragazze Che Parlano Di Mestruazioni). Vi assicuro che questa battuta è tornata più e più volte e sempre da loro; mi sembrava giusto quindi, grazie l’immagine grottesca, darle un posto d’onore.

Che i ragazzi siano a disagio nel sentire “questi discorsi” è solo sintomo dell’altra metà dello stigma che viviamo. Semmai c’è da chiedersi il perché l’idea di una raccolta di sangue in una coppa gli faccia venire in mente così facilmente il sugo, con cui condire un piatto. No, sul serio: why?

Dalle risposte delle utenti, alcune sono ancora poco convinte sull’utilizzo della coppetta; molte temono che in realtà non possa raccogliere tutto il flusso, rovinando disastrosamente biancheria e abiti, altre non sono persuase dall’idea di inserire un oggetto di silicone dentro – appena proverete i sex toy, ne riparliamo -,  altre ancora sono indecise su ciò con cui dovrebbero “combattere” in seguito: il sangue, appunto.

la camera di valentina

Il sangue: stigma e rivelazione

In effetti, quando provai io la prima volta, avevo la stessa identica preoccupazione: che cosa combinerò? La risposta fu chiara e semplice: i primi tempi, un gran macello.  L’ho inserita male e, per l’estrazione, l’ho afferrata peggio; da toilet a scenografia tarantiniana è un attimo. Ma poi, dialogando meglio col proprio corpo e trovando la posizione più giusta per l’inserimento, è stato tutto in discesa.

Intanto bisogna combattere con l’idea repulsiva che il sangue venga raccolto, restando dentro, invece di essere comodamente assorbito per poi vederlo buttato nel cestino, lontano da sé, come si fa con tutto ciò che viene fatto in bagno. Ritrovarsi, cioè, a guardare ciò che nessuno ci insegna a osservare, in uno dei momenti di massimo funzionamento del nostro corpo e segno di ottima fertilità.

La prima sfida della coppetta, infatti, è questa: convivere con questa parte di noi, tra le più stigmatizzate; affrontarla.
Con le pubblicità e, più genericamente, con la narrazione che viene fatta delle mestruazioni, assorbenti e tamponi usa e getta sono le soluzioni più consone per vivere la ciclicità nella maniera più distaccata possibile, pronta al tabù. Li usi, si riempiono, li butti. Addio.

Prendendo dimestichezza con la coppetta ho imparato a osservare il mio sangue: il colore, la quantità, l’odore. Ed è proprio come affrontare il mostro: capisci che è in te, temerlo, dunque, non serve a granché. Trasformarne la visione, invece ti aiuta a comprendere che non è un mostro, qualcosa di cui vergognarsi.

No, non ci condisco la pasta, però vivo meglio le mie mestruazioni e, dato che parliamo di buona parte della mia esitenza, vivo meglio la mia vita. Capisco che oltre a fare del bene all’ambiente e al portafoglio, faccio anche una nuova narrazione delle mestruazioni, le quali da sempre sono state svalorizzate, socialmente e storicamente.

la camera di valentina

Period sex: ma con la coppetta?

Abbiamo parlato anche di questo e la maggioranza delle vostre risposte si dividono in: masturbazione e stimolazione esterna, sesso orale e, ovviamente, rimozione al momento della penetrazione. Totalmente d’accordo con voi.

La coppetta non richiede molti sforzi nell’incastonarsi nella vostra vita, solo molta attenzione. Così come succede quindi per gli impegni quotidiani – nei quali il dubbio su quando, come, dove e perché svuotare la coppetta fuori casa è più che lecito, ma risolvibile con l’attenzione alle ore di capienza della coppetta e conseguente adattamento di orari -, così anche nella vita sessuale.

Ecco un’altra cosa che la coppetta mestruale vi mette di fronte: il sesso non inizia né termina nella sola penetrazione, ma può variare nelle pratiche e nelle attività. Quindi la coppetta è di ostacolo? Ma quando mai! Provatela e andate di fantasia!

Conclusioni

Leggete e guardate quanto più materiale possibile, informatevi; esiste, a quanto pare, un gruppo su facebook dove ci si aiuta a capire come prendere le misure e a distinguere ogni coppetta.
Io, personalmente, sono andata d’azzardo e mi è andata bene: ero certa, nonostante le percezioni sbagliate che l’assorbente dà, che il mio flusso fosse regolare e quindi molto contenuto. A Parigi – dove sono stata, per trovare un’amica -, ho comprato una small (ah, lì le trovate nei supermercati, qui in Italia dobbiamo ringraziare se le farmacie ce l’hanno).

Mi sono informata in seguito e comunque non è stato inutile, quantomeno per comprendere cose del mio corpo che altrimenti avrei considerato pochissimo.

Se la coppetta non vi convince, esistono ulteriori alternative come gli assorbenti lavabili e le “period panties”, mutande assorbenti; oppure ancora le spugne.
Mi piacerebbe poterle sperimentare tutte, magari ne riparleremo.
Ma sicuramente, per il momento, la coppetta mestruale è una grandissima esperienza: per il mio ciclo mestruale, per le cose che ho imparato su di me, invece di ignorarle o provarne disgusto, per le altre, che adesso chiedono.

Siamo vicino Natale: pensierino?