Velo, sVelo, riVelo: il segreto del tessuto

Quando si dice “vedo, non vedo”: basta cambiare la “d” con la “l” e l’effetto erotico ottenuto è lo stesso.

Tutta l’arte è un’operazione di sublimazione; può esimersi, specificatamente, l’arte erotica? No di certo.

Con i giochi come “Trova L’Erotico” ci stiamo allenando a riconoscere i messaggi subliminali nascosti in oggetti, gesti e dinamiche compositive all’interno delle opere d’arte. Similarmente, oggi vi racconto del velo, un tessuto del quale ruolo è sempre stato più quello di fievole contentino al pudore che effettiva copertura. E questo, gli artisti, lo sapevano fin troppo bene.

La Fornarina, 1520, Raffaello

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La Fornarina, 1520, Raffaello

Di questa preziosa musa conosciamo le leggende: figlia di un panettiere (“Fornarina” now you got it), ha fatto così precisamente breccia nel cuore del pittore, che non se ne andò più, fino alla fine dei suoi giorni. Il loro amore fu talmente forte che neanche Picasso, secoli dopo, ne restò indifferente, dedicando loro uno dei suoi disegni erotici.

Dal quadro, lei ci guarda di tre quarti, come se, durante la posa, qualcunx tra noi avesse sospirato, distraendola. Dietro di lei una fitta piantagione di mirto, pianta dedicata ad Afrodite; in testa un turbante (ché andava di moda, nel ‘500, emulare Odalisca, diva erotica).

Margherita Luti, questo è il suo nome, risplende di luce. Intuiamo che il velo le attraversa la schiena, perché i due lembi cadono su entrambe le braccia. Con la mano destra sembra volersi coprire e Raffaello immortala il momento in cui la mano incornicia il seno, tondo e voluminoso; felice coincidenza! diremmo. Il velo è diafano, lo sguardo complice: abbiamo il suo permesso per guardare.

Venere, 1532, Lucas Cranach il Vecchio

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Venere, 1532, Lucas Cranach Il Vecchio

Non ci distacchiamo che di un decennio appena da Raffaello, con questo suo collega tedesco. Cranach stravolge di parecchio le rappresentazioni tradizionali che vedono come protagoniste la Dea dell’amore e dell’eros: stavolta è da sola, completamente. Niente Cupidi, niente fiori, niente di niente. Sfondo scuro, un suolo curvo che mi ricorda i crateri lunari, il silenzio solenne in cui lei, figura dall’anatomia gotica (allungata, molto morbida) si innalza.

È nuda, vestita solo di gioielli che ne definiscono il suo stato sociale. Ad accompagnare il suo corpo un velo che, stavolta, l’attraversa davanti. La sua posa a “s”, di vago abbandono, si incrocia con la linea trasversale che il velo le disegna, formando una curva discendente che guida il nostro sguardo dal braccio destro a quello sinistro, dove la curva massima poggia giusto sul pube di lei.

Anche lei ci guarda, consapevole della sua bellezza. Ha un che di malizioso che sembra sussurrarci “so che non potete resistermi”.

Inverno, o “La Freddolosa”, 1767, Jean Antoine Houdon

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La Freddolosa, 1787, Jean Antoine Houdon

Come Cranach il Vecchio, anche Houdon si prese la libertà di stravolgere le rappresentazioni (in questo caso allegoriche) per piegarle al suo volere erotico. L’Inverno, per tradizione, è raffigurato come un vecchio (o una vecchia) vestito di pochi stracci, intento a raccogliersi e coprirsi. Houdon, da gran furbone, ruppe la tradizione mettendo come modella una giovine; non le vediamo il volto, ma si intuisce che è di tenera età (tra l’altro, per quanto gli strati di abbigliamento siano sempre pochi, vi assicuro che difficilmente viene lasciata scoperta proprio quella zona lì, eh!).

La Freddolosa ha le gambe chiuse e l’anca leggermente inclinata, una posa che richiama le raffigurazioni delle giovani simbolo di purezza e castità. 
La narrazione è stravolta, l’eccitazione è servita: non più allegoria dell’Inverno, ma ritratto di una giovane vergine.

Il bronzo, per la scultura, non è, come le altre pietre e minerali nobili, un materiale che si manipola per sottrazione (togliendo l’eccesso fino a ottenere la figura), bensì per fusione. Diventa, dunque, difficile dare l’idea di leggerezza e trasparenza. Quello che copre la giovane misteriosa potrebbe essere un velo, come una coperta di lana, da quel che ne sappiamo. Ma dato il trick seminato da Houdon, mi piace pensare che quello sia un velo e che la modella altro non sia che un’altra Venere pronta a farsi Primavera, superato l’Inverno.

Giovane alla toeletta, diciannovesimo secolo, anonimo

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Giovane alla toeletta, diciannovesimo secolo, anonimo

Questo doveva sicuramente essere destinato a un giornaletto porno del tutto privato e, com’era comune per le stampe su carta di riso per quel particolare utilizzo, non se ne conosce l’autore. Oggi sappiamo che appartiene alla collezione privata di arte erotica cinese del signor Ferdinand M. Bertholet. Non si conosce l’autore, è vero, ma l’acconciatura e il mobilio permettono di collocare il ritratto nel diciannovesimo secolo, in Cina.

La veste della ragazza, trasparente, non è però il catalizzatore dell’erotismo come nelle altre opere. Il velo, in questo caso, si contrappone al vero elemento erotico del ritratto (e, in un certo senso, lo aiuta ad emergere): i piedi, racchiusi nella tipica bendatura chiamata “fiore di loto”.

La ragazza, forse una prostituta, ha un’aria sognante e un sorriso frivolo. Anche lei, come le altre protagoniste di questo viaggio, è nuda e anche lei si prende gioco del nostro pudore, portandosi distrattamente la veste al torace, con la mano destra, come se servisse davvero a coprirla. Alla sua sinistra, una pianta di orchidee e una bella candela accesa (perché sia mai che manchino le allusioni?!).

“La visione notturna di una donna avvolta nei veli ricorre sovente in un uomo molto giovane. Egli cerca di nascondere il suo ardente desiderio amoroso per un certo timore che egli ha del rapporto con la donna.”[1]

Un ricamo diafano, un tessuto leggero, una veste scomposta; il velo è un oggetto che scopre, più che coprire. Tutti i panneggi negli affreschi, nelle pitture e nelle sculture sono sempre serviti a nascondere i genitali; Eppure, con i loro volumi e colori sgargianti, senza entrare nell’erotismo, altro non hanno fatto che evidenziare di più dove non guardare.

Nel caso delle opere erotiche, con predominanza di soggetti femminili, la pseudo pudicizia è ancora più sfrontata: tanto più si assottiglia lo spessore del tessuto, tanto più diminuisce la vergogna.


Vi è capitato mai di sfogliare una gallery di intimo sexy femminile e pensare “ma se deve mostrare così tanto, che senso ha? Tanto vale restare nude!”? Magari pure con un certo piglio di rimprovero? A me sì, ovviamente, perché la montagna di cose che non capivo era davvero alta ed ero una gran stronza.

Sorvoliamo in blocco le possibili risposte sull’autodeterminazione e l’autostima sessuale (che possono indurre a una grande libertà di scegliere di vestire – o non vestire – proprio come il beneamato ceppo che ci frega) e soffermiamoci su quelle scaturite dal dialogo tra la storia dell’arte e quello della moda. Il pizzo, i merletti, il tulle, la seta, così come i veli che abbiamo visto in queste opere, hanno in comune l’arte del mostrare e non mostrare; un design dell’evocazione, del sollecito. La nudità? Quanto basta per farti capire con chi hai a che fare. La coprenza? Quanto basta per farti capire cosa devi immaginare. Infatti, quando parliamo di cliché di abbigliamento intimo, è di immaginario sessuale che parliamo. Oggi scopriamo che ha origini antichissime.

Indossateli pure, allora, questi cliché, se vi aggrada, se vi fanno stare bene con voi stessx: Non è detto sia un male (finché tutto è fatto con consapevolezza e non forzatamente). Dovete piacervi, non compiacere. È così che, inaspettatamente, mentre siete impegnatx a sentirvi sexy, scoprite che potete anche sentirvi Arte.

Fonti:
The Art of Erotic, Phaidon edizioni
www.getdailyart.com
[1]“dizionario erotico dei sogni”, Clara Schiavolena, 1979, Bietti edizioni

In Bed With Valentina n°8: Pansy Ass Ceramics

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Non è un pesce d’aprile: l’arte della ceramica ritorna come non l’avete mai vista. Scommettiamo? Leggiamo insieme “Pansy Ass Ceramics” di Kris Aaron e Andrew Walker, Toronto.

Come vi siete conosciuti?

Ci siamo conosciuti a Montreal, Andy viveva lì, Kris invece a Toronto. Un amico in comune ci ha fatto incontrare, una sera che Kris era in città per vacanza.

Quando è iniziato questo progetto?

Pansy Ass Ceramics è iniziato nel 2015. Andy si è trasferito a Toronto e così abbiamo cominciato questo progetto da fare insieme.

Prima della porcellana, avete tentato con altri materiali?

Sì, Kris ha studiato all’Accademia di Belle Arti e dipingeva, disegnava e illustrava, principalmente. L’illustrazione è infatti una componente importante nel nostro lavoro e stiamo elaborando modi per introdurre questo elemento sempre di più all’interno di Pansy Ass.

C’è una scelta specifica nella palette dei colori che utilizzate?

Abbiamo sempre disegnato con i toni pastello, questa palette ammorbidisce di molto i soggetti ritratti, ci diverte. Qualche volta creiamo anche con dei colori saturati, ma i pastello sono sicuramente il punto cardine.

Come funziona promuovere un’arte tanto “analogica”, fatta a mano, in quest’era digitale?

I nostri lavori e la ceramica hanno un forte legame con la vita domestica e l’arte decorativa. Ragionare su uno spazio abitativo queer contemporaneo e moderno ci diverte molto e l’arte artigianale piace ancora molto.

Abbiamo pensato a utilizzare le stampanti 3D, sarebbe molto più facile di come facciamo attualmente, ma ci distaccherebbe dall’intimità che abbiamo con ogni singolo pezzo e da coloro che questi pezzi li comprano.

Nello statement del vostro sito dichiarate che esplorate le identità gay attraverso la porcellana, che è il medium perfetto per la sua fragilità ed eleganza. Quello che io adoro, letteralmente, è questo contrasto tra i temi kinky e la raffinatezza della ceramica, perché mi sembra che così ci sia una narrazione completa della sessualità, che può essere entrambe le cose. Come scegliete i soggetti e i contesti da ritrarre?

Grazie! Senza dubbio partiamo da soggetti che ci eccitano e ci piace combinarli con un po’ di storia dell’arte, lavorando con l’estetica di Camp così come alcune tradizioni europee dell’arte della porcellana, come l’estro del Rococo.

Porcellana e ceramica sono, per tradizione, decorative per la casa. L’intuizione di fare della ceramica erotica libera la sessualità dai tabù e la mette in luce nel quotidiano, il che è meraviglioso. Come reagiscono le persone, di solito?

È decisamente un mix di reazioni. Direi che che i più giovani, i cosmopoliti, apprezzano davvero il nostro lavoro, ma ce ne sono alcuni che hanno ancora una visione molto conservativa del sesso al punto da esserne offesi. Anche una certa fobia riguardante il corpo maschile che circola… nelle nostre esibizioni siamo stati avvicinati da molte donne cis etero che ci hanno confessato quant’è soddisfacente vedere i corpi maschili oggettificati e oggetto del desiderio.

Questa che vi pongo è una domanda che faccio spesso perché riguarda un po’ tutti gli artisti e tutte le artiste che fanno arte erotica: community guidelines. Siete mai stati nei guai sui social media? Come prosegue il vostro lavoro in questi casi?

Sì, ci è successo, siamo stati molto fortunati su instagram perché c’è una clausola che esclude la scultura, anche se esplicita. Penso anche che a farcela passare sia il fatto che le nostre sculture non sono realistiche a sufficienza. Abbiamo comunque deciso, pochi anni fa, di mantenere il profilo privato. Quando un post è rimosso non è tanto Instagram che sta forzando la cosa, ma i suoi utenti che stanno targetizzando alcuni gruppi, segnalandoli. Infatti avevamo saputo di non utilizzare alcuni hashtag per evitare dei trend connessi con contenuti gay perché ci sono persone che seguono questi hashtag per rimuoverli.

Ho visto che collaborate con il Museum of Sex di New York! Raccontateci, com’è stata questa esperienza?

È fantastico! Ci hanno sempre supportato tantissimo ed è un modo bellissimo di avere il proprio lavoro a contatto con un vasto pubblico che difficilmente potrebbe raggiungerci online.

State lavorando su qualcosa che potete anticiparci?

Stavamo lavorando a due grandi esposizioni personali, una a Los Angeles e una a Toronto. Ma dato che c’è la pandemia abbiamo sospeso tutto. Fortunatamente il nostro studio è isolato abbastanza e possiamo approfittarne per continuare a sperimentare e fare cose nuove alle quali pensavamo, ma per le quali non avevamo tempo.

Il sito di Pansy Ass Ceramics qui

In Bed With Valentina n°8 – Pansy Ass Ceramics ENG

Not just an April’s fool today: the art of ceramics comes back as you never have seen before. Wanna bet? Let’s read together about “Pansy Ass Ceramics”, by Kris Aaron and Andrew Walker.

How did you two meet?

We met in Montreal, Andy was Living there and Kris was living in Toronto. A mutual friend introduced us one night while Kris was in the City on vacation.

When did this project begin?

We Started Pany Ass in the Summer of 2015. Andy had Moved to Toronto and we started it as a creative project we could do together.

Before working with porcelain, have you try experimenting with other materials?

Yes, Kris studied Fine Art and mostly did painting, drawing and illustration work. Illustration has always been a part of what we do and we are currently starting explore more ways we can bring drawing into Pansy Ass.

Is there a specific choice in the color palette of your work?

We have always been drawn to pastel tones, that colour palette really sofetens the subject matter of the work in a fun way. We bring in some more saturated colours occasionally but our mainstay is definitely pastel.

How does it work to promote such an “analogic”, handmade art during a digital time we’re living?

Our work and Ceramics in general have a really strong tie to the decorative arts and domestic life. Thinking about contemporary domestic queer space is really fun for us, and I think there is still an appreciation for handmade art. The idea of working with 3d printing has crossed our minds, and it would definitely be easier that how we currently work, but it would detach the intimacy we have with each piece and those who collect our work.

In the Statement on your site you declare your will to explore male gay identity and through porcelain, that is the perfect medium for its fragility and elegance. What I literally adore is this contrast between kinky themes and prestige of the medium, because it feels like a more complete narration of sexuality, that actually can be both. How do you choose subjects and contexts to depict?

Thank you, we definitely like to start with subjects that turn us on and we like to combine these things with bits of art history, working with Camp aesthetic as well as European porcelain tradition like Rococo extravagance.

Porcelain and ceramics are traditional home decoration. The intuition to turn them into erotica free sexuality from taboos and put it in daily common spotlight, which is awesome. How do people usually react?

It is definitely a mixed reaction, I would say most younger Urban people appreciate it, but there are some conservative views of sex still that people get offended by seeing representations of it in the open. There is also a lingering fear of the male body that goes around . . . we have been approached at shows by several straight, cis women that tell us how refreshing it is so see male bodies be displayed and objectified as objects of desire.

This is a very recurring question I do because is something that always link erotic artists together: community guidelines. Have you ever been in trouble on social media? How does your job go on those cases?

We do, we have been very lucky on Instagram because they have a clause in their community guidelines that sculpture is okay. I also think that because our work is not photo-real we pass a little more… We did make the decision, however, a few years ago to have our page private. We found that when photos are removed it is less of instagram’s enforcing the rules than it is users targeting certain groups and reporting them. We were advised in the beginning not to use hashtags with anything gay related because there are people that follow these to target them and have them removed.

I’ve seen you’re featuring the Museum of Sex in New York! Tell us about this experience.

Working with the Museum of Sex is really great! They have been a big support to us and it is such a great way to have the work before a huge audience that may not come across us online.

There are any future project you’re working on?

We were in the works for two big solo shows, one in Los Angeles and one here in Toronto, but then the Pandemic hit and everything has been put on hold. . . we are very fortunate that our studio is fairly isolated and we are going to take the opportunity to explore fun new things that we have been thinking of but haven’t had the time to realize until now.

Pansy Ass Ceramics website here

Storie di Strada 7: il cliente

Il cliente non esiste

Laura, Russia

Laura è una donna di circa 40 anni, ma ne dimostra molti di meno. Come tante altre, la sua prima esperienza con il sesso per lavoro fu all’interno di un night club. Ora lavora principalmente in casa, e solo ogni tanto scende in strada.

«Ho pensato tante volte di smettere, ma è difficile. Poi sai, ci sono tanti bei ragazzi, uomini eleganti. Per la verità c’è di tutto: belli, vecchi, giovani…di tutto».

Anna, Romania

Erano gli ultimi giorni di lavoro prima della sospensione temporanea del servizio. Il clima era già malinconico, ma i toni sempre i soliti. Si scherzava su una nostra (mia e di Pietro, l’altro operatore) possibile entrata nel mercato della strada.

A: «C’è posto, venite» ci dice prendendo la nostra proposta con una certa serietà.
I: «Ma secondo te guadagno di più qui o in casa?» le chiedo altrettanto seriamente. A: «Qua. I clienti mi dicono che in casa vogliono tutto scoperto. Prova, poi decidi. L’altro giorno arriva un cliente e voleva che smettessi perché secondo lui sono da sposare. Mi ha detto che mi dava 2000 euro al mese. Ma vaffanculo, non bastano. Affitto, bollette, spesa…me ne servono di più».

Valentina, Italia

Vale è una donna trans che ha lavorato in strada per circa 17 anni. Ora non lavora più, ma spesso mi racconta delle sue marchette.

«Secondo te è solo sesso quello che cercano i clienti?» le chiedo.
«Il sesso diventa la cosa secondaria. Con il cliente si instaura anche un rapporto particolare, diventi quasi una di famiglia…un’amica. Per tre anni ho avuto un signore di 57 anni che senza fare niente mi portava al ristorante, mi pagava le bollette. Alla fine, ce l’hai tu il controllo. All’inizio questa cosa non la capisci. Pensi: loro ti danno i soldi, quindi comandano, ma non è così. Sei tu che hai il coltello dalla parte del manico. Quando capisci questa cosa cambia tutto. Hai più consapevolezza».

Sandra e Nicol, Perù

Eccoci arrivat* dalle favolose signore della strada: le trans peruviane. Era una notte accaldata di fine agosto, e loro erano splendide splendenti. Sandra, facendo un tiro dalla sua Marlboro rossa, inizia a raccontarci qualche aneddoto sui clienti dell’ultima settimana.

«L’altro giorno arriva uno e mi chiede se sono donna. “Vado solo con donne” diceva».

Nicol, che posizionata qualche metro più in là aveva ascoltato tutta la conversazione, si avvicina e interviene:

«Seee…dopo due minuti te lo stava già ciucciando, vero?».

«Sì» conferma Sandra, annuendo.

Le due si guardano e battono un cinque alto.


Per molti anni, la letteratura e più in generale il dibattito sul fenomeno della prostituzione si sono sviluppati attorno alla figura della prostituta. Dapprima percepita come malvagia, delinquente e difettosa, con la nascita dei valori della famiglia borghese, la prostituta diventa oggetto di politiche sociali volte alla sua redenzione.

Ma nel turbinio di discorsi moralisti, paternalisti e caritatevoli, c’era un grande assente: il cliente.

La pratica di acquistare un servizio sessuale da parte di uomo era culturalmente accettata. Non c’era altro da dire.  Gli uomini – e badate bene solo gli uomini – avevano delle necessità, dei bisogni fisici innegabili. Per dirlo con la Cutrofelli:

«Tutti si chiedono perché la donna vende sesso, nessuno si chiede perché l’uomo compra: questa è la norma, questa è la legge naturale».

Quand’è che allora i clienti diventano oggetto di sapere?

Nonostante un piccolo accenno nel dopoguerra italiano, le prime riflessioni sistematiche nascono intorno agli anni 7080 del Novecento, indubbiamente sulla scia della riflessione femminista della seconda ondata.

Una delle prime a condurre una ricerca sulla domanda fu proprio Maria Rosa Cutrofelli con “Il cliente: inchiesta sulla domanda di prostituzione”, pubblicato nel 1981.[1] In quegli anni fioriscono numerose indagini sul ruolo sociale del cliente. Guido Blumir con Agnes Sauvage, Carla Corso e Sandra Landi, Luisa Leonini, Roberta Tatafiore sono solo alcun* delle autrici e degli autori che con diverse modalità hanno attivato una riflessione sulla rilevanza sociale e culturale della domanda di sesso a pagamento.

Tuttavia, ricerche accademiche, saggi e dibattiti, non hanno saziato gli animi di chi ancora oggi si chiede perché. Perché gli uomini pagano per il sesso?

Ormai lo sapete, con questa rubrica vogliamo mostrarvi la pluralità dell’industria del sesso, e in modo particolare della strada. Ma la pluralità e la complessità che tanto amiamo non riguardano solo chi offre servizi sessuali, bensì anche chi li acquista.

E dunque, accogliendo complessità e accettando l’assenza di una riposta definitiva, cercherò di andare oltre le narrazioni sensazionalistiche – tuttora in voga – che vedono la sessualità maschile come una bestia rapace in cerca di una preda da dominare.

Infatti, pretendere di spiegare la domanda maschile di sesso a pagamento o con la presunta incapacità dell’uomo di domare i propri istinti, o con la volontà di ribadire e/o rivendicare la propria virilità minacciata è quantomeno parziale se non errato.

Il cliente, inteso come figura dai caratteri ben definiti, non esiste, semmai esistono i clienti e le clienti. Il mercato del sesso è democratico, come dice Laura: “c’è di tutto”. I clienti sono impiegati, imprenditori, camionisti, social media manager. I clienti sono grassi, magri, abili, diversamente abili, giovani, vecchi, di mezza età. I clienti sono eterosessuali, bisessuali, omosessuali, pansessuali. I clienti sono single, sposati, monogami, poliamorosi, anarchici relazionali.

I clienti sono donne. I clienti sono trans FtM. I clienti sono trans MtF. I clienti sono gender fluid.

E così potremmo continuare pressoché all’infinito, perché, alla fine, parafrasando Colombo[2], i/le clienti sono persone e sono persone banali, laddove banale non è sinonimo di negativo.

E in quanto persone banali convivono con desideri, voglie, insicurezze e aspettative da soddisfare.

Pertanto, le ragioni che portano un uomo, una donna o chicchessia ad acquistare un servizio sessuale-erotico-sensuale-romantico sono molteplici, e spesso, poco inquadrabili.

«Il sesso diventa la cosa secondaria»

ci dice Valentina.
La prostituzione è una relazione in cui si giocano sguardi, desideri, finzioni, emozioni. Ma attenzione: ribadire che non si tratta solo di un atto meccanico e distaccato, non significa negare la possibilità che lo possa essere, né tanto meno giudicare coloro che nel sesso a pagamento cercano questo. Non ci capita forse anche nella vita privata di fare un sesso meccanico e distaccato persino con le persone che amiamo? Io credo di sì.

Un’altra questione che puntualmente viene sollevata, soprattutto dal movimento abolizionista è quella del potere.La relazione cliente uomo e prostituta donna sarebbe sbilanciata, ovviamente a favore del cliente. Le storie di strada di oggi, in particolare quella di Vale, ci aiutano a capire che il potere non è unidimensionale, anzi.

La prostituta donna, perché è di lei che si parla, non è un oggetto inerme in attesa di richieste da seguire alla lettera, e guai fare diversamente. No. La sex worker è un prima di tutto un soggetto. Una persona capace di scegliere, stabilire limiti, segnare confini.  La prostituta è capace di dire no. E quando il suo no non viene rispettato, non si sta più parlando di lavoro sessuale, ma di molestia.

Nel 2013 Giorgia Serughetti scrive un testo che, a mio parere, costituisce una pietra miliare per coloro che non solo amano andare oltre, ma che non temono l’assenza di una risposta semplice e lineare. Serughetti, dopo una ricostruzione dettagliata dei discorsi prodotti finora sul mondo della domanda, ci suggerisce una nuova chiave interpretativa.

La prostituzione andrebbe interpretata tenendo conto sia delle trasformazioni economiche, che di quelle che afferiscono alla sfera della sessualità e dell’intimità. In altre parole, le sue, per avere una visione più amplia e complessa, dobbiamo inserire la domanda di consumo sessuale

«all’interno di un quadro di più ampie e profonde interconnessioni tra la sessualità, con le sue evoluzioni ludico-ricreative, e l’economica tardo capitalistica, con le sue trasformazioni in senso post-industriale».[3]

È solo attraverso l’osservazione e lo studio di fenomeni globali complessi che possiamo comprendere non solo la proliferazione e specializzazione di forme di sesso commerciale, ma anche – e questo è il caso che interessa noi oggi – la crescita della pratica del consumo sessuale-erotico-sensuale e la sua costante trasformazione.

Infatti, la domanda, dall’essere pratica e rito collettivo all’epoca delle case, diventa un viaggio solitario a bordo di una macchina o all’interno di una stanza a porte chiuse.[4]

La “solitudine” del cliente ben si sposa con una visione patologizzante che è allo stesso tempo figlia e madre dello stigma. Lo sappiamo, lo stigma si situa su più livelli e colpisce tutt* coloro che hanno a che fare con il mercato del sesso, e dunque anche i clienti.

Se l’obiettivo futuro è quello di andare verso una de-stigmatizzazione del lavoro sessuale e di chi lo esercita, dobbiamo prima sollevare i clienti maschi dal ruolo del carnefice.

Perché se c’è un carnefice c’è una vittima.

P.S. Ho parlato quasi sempre di clienti maschi perché la domanda femminile e/o non binary, nonostante non sia per nulla un fenomeno marginale, non è ancora stata sufficientemente e accuratamente studiata. Chissà perché.

 

[4] Tuttavia, pare che i forum dedicati ai clienti, come Escort Advisor e Punterforum, siano diventati luoghi per ritrovare quella complicità e condivisione monosessuale perduta.
[3] Serughetti G., Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo, Ediesse, Roma, 2013.
[2]La frase originale è: «I clienti sono “maschi” e sono “maschi banali”».
Colombo E., Alcune possibili interpretazioni della relazione cliente-prostituta, in Luisa Leonini (a cura di), Sesso in acquisto. Una ricerca sui clienti della prostituzione, Unicopli, Milano, 1999.
[1] Cutrofelli M.R., Il cliente: inchiesta sulla domanda di prostituzione, Editori Riuniti, Roma, 1981.
per i precedenti articoli di “Storie di Strada”, clicca qui

Scrivi L’Erotico – Marzo 2020

Giovane donna con zucca, 1889, Fausto Zonaro

Bianco

Considerava il bianco un colore scialbo, privo di carattere, ma si ricredette:
la vide andare verso di lui, la spallina dell’abito scivolò leggermente, rivelando la pelle diafana. Le mani troppo occupate e sorreggere la zucca non potevano corre a coprire quella sensuale nudità.

Il lungo abito bianco che l’avvolgeva la rendeva eterea, e lei, per il desiderio di raggiungerlo, ne sollevò la gonna.
I piedi nudi danzavano sul terreno, nonostante l’impedimento del peso che portava. La linea morbida delle gambe era appena percettibile tra l’ondeggiare della gonna, che copriva e mostrava.

Avrebbe voluto accarezzarle quelle piccole dita, una ad una, per passare alle caviglie, poi lentamente ai polpacci, e ancora più su, e ancora, e ancora. Avrebbe voluto scoprirla e farla sua, lì, sul prato.

Se era una creatura così armoniosa a portarlo, allora il bianco doveva essere proprio un bel colore.

Bella_


Prigionia

Venne il momento in cui fu necessario rivelarsi per ciò che veramente era, come altre migliaia di volte era successo nella sua storia millenaria di prigionia: il corpo di radici e terra, due ali sfibrate, due occhi rosso sangue, così come rossa era l’enorme radice calda che spuntava da mezzo le gambe.
Era pronto all’urlo di disgusto che avrebbe nuovamente rinnovato la sua condanna.

Avvicinando il grottesco volto arancione a sé, la donna sussurrò invece: “potrei davvero innamorarmi stavolta… demone”.

Le prime luci dell’alba, accanto a lui una zucca. Aveva rotto la sua maledizione: in una notte era riuscito a sedurre una donna fino in fondo, anche dopo aver mostrato il suo vero aspetto.
Finalmente libero, ma perché sentiva come se il suo cuore fosse rimasto nella zucca, insieme all’anima di quella donna?

Sollevata con fatica la zucca con il suo nuovo debole corpo d’umana, si avviò.

NotaDelRedattore


Stagioni

Arancione.
Tendo la mano verso quell’arancione intenso, tu inclini il capo.
Sì, la prima zucca d’autunno non può che sfamare altri appetiti.
Chi l’ha detto che carnale è maligno? Non può essere Male il bianco del tuo vestito…

Posso io impregnarlo d’arancione, mia Signora, Duchessa delle Campagne? Guidami tu nell’ombra del bosco, e camminando accarezzerò le foglie: guarda, le loro linee quasi ti somigliano.

Desideriamo che il nostro idillio sia lungo: ma quando giungerà l’inverno, mia Signora, tu non avrai potere su di esso, nessuno ne avrà.
Ci coglierà la neve, primi frutti di stagione, ansimanti nella terra. Eppure sarà ancora autunno.

Duchessa delle Campagne, vuoi tu giocare nella neve? Io sono il Marchese delle Zucche.

Monstera Minima


Flora

Il cielo era una tela bianca punteggiata di uccelli migratori. Nel silenzio della campagna in autunno, Guido ebbe l’impressione di sentire il frullare di quelle ali scure.Invidiava la leggerezza delle bestie.

“Vorrei scappare con loro, lontano”. Lontano dalle persone violente che aveva in casa e che era costretto a chiamare genitori.

Una brezza fredda gli accarezzava le guance, calmando le onde che si agitavano nella sua mente.Sentendosi osservato, si girò e scoprì la sorgente di quel gelo piacevole: una giovane avvolta in un vestito leggero.

Gli occhi che lo guardavano non appartenevano alla fanciullezza, ma a qualcosa di antico, divino. Guido deglutì nervosamente quando notò la zucca che la ragazza reggeva con grazia: un seno vegetale perfetto, virginale e al tempo stesso materno. Fece un passo.

Nessuno parlò, se non un vento leggero e, poi, i loro corpi. Guido volò via. Lontano.

Ottavia M. Corazza


La Notte Perfetta

Il suo morbido incedere lungo la terra umida non provocava rumore. Le pieghe della sua veste si sfogliavano nella brezza autunnale. Finalmente sentii che avrei scoperto il suo mistero. Mai una donna mi aveva messa in soggezione quanto lei. Poche parole, sguardo divoratore.

Dimmi cosa vuoi fare stasera, ma scelse lei. Mi raccontò di libertà e non-relazioni. La trovai bella, nonostante il dolore. Picchiettai le dita sul bicchiere. Vivitela, mi dissi. Mi prese la mano, pagai il conto.

Mi condusse lungo le scale di casa sua. Dove andiamo, le chiesi. Mi sentii tradita dalle mie stesse intenzioni. Ci ritrovammo a letto.

Il calore tra le mie gambe si irradiò lungo le sue. Ci rendemmo conto di aver paura. Nessuna delle due riuscì a raggiungere il climax. Ci guardammo.
Va bene così, dicemmo. Non chiudemmo occhio. Le toccai i capelli. Scrissi poesie d’amore.
La luce del mattino ci abbagliò. Sorseggiai un tè. Mi sorrise. Si mosse con torpore. La zucca del giorno prima era a terra, accanto ai suoi piedi. L’abito di nuovo bianco. Ti voglio, le ricordai. Mi avrai, sospirò.

Chiara Venuto


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1. Il racconto breve deve essere di 900 battute, spazi inclusi;
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Una Vulva Realista – l’avventura de “L’Origine Del Mondo”

La storia di una vulva, di chi la creò, di chi la comprò e di come anticipò tutti, inaspettatamente.

la camera di valentina
L’Origine du Monde, 1886, Gustave Courbet
musee-dorsay.fr

C’era una volta, nel 1886, un ambasciatore turco-egiziano di nome Khalil Bey, dell’allora Impero Ottomano, che viveva a Parigi passando una vita di feste e bagordi. I ricconi di allora, come i ricconi di oggi, non s’accontentavano mica d’essere ricchi sfondati, dovevano anche farlo sapere a tutti.

Il nostro Khalil scelse, allineandosi alla moda riccanza dei tempi, di comprare una galleria di quadri per la sua salle de bain; così, tra un Delacroix, un Gêrome, super accademici e acclamati dalla critica, comprò due quadri di un giovane rivoltoso, figlio di benestanti della Francia Contea, con un talento spiccato per la pittura al punto che i suoi genitori lo mandarono nelle migliori accademie della Francia, compresa quella di Parigi, dalle quali fu sempre, puntualmente, espulso; un tipo, dicevamo, piuttosto reattivo e presente agli sconvolgimenti della Francia di quegli anni (alle spalle ci sono i moti del ’48, la seguente repressione, la Comune di Parigi…).

Talmente irrequieto e agitato da sentire l’esigenza di fondare, insieme con colleghi pittori (come Millet e Daumier) e amici letterati (come Baudelaire, Zola, Flaubert) il Realismo, un movimento culturale che per una volta non si dimenticasse che a muovere il mondo sono anche i più poveri, i più umili, i lavoratori di terra e di officina, gli ultimi.

Insomma, un tipino avente tutte le carte in regola per essere definito un genio: tale, Gustave Courbet.

Di tende verdi e shitstorm ante litteram

Khalil Bey comprò due quadri di Courbet: “le dormienti”, già fatto e già parecchio discusso e uno da commissionare. Parliamo dello scandaloso, scioccante, terribile, piccolo quadro intitolato “L’Origine du Monde”, l’origine del mondo. Piacque moltissimo a Khalil Bey, che entusiasta lo mise nella sua sala da bagno nascondendolo dietro un tendaggio verde. Ma come, direte: gli piace così tanto e lo nasconde? “L’origine” era l’unico quadro con un tendaggio. Ma, più che per pudore, Monsieur Bey era divertito dalla curiosità che scaturiva nei e nelle sue ospiti, nel ritrovarsi quell’unico oggetto del mistero il quale, una volta svelato, lasciava tutti a bocca aperta.

Il destino delle commissioni private, a meno che non siano architettoniche o di dimensioni giganti per luoghi pubblici, è comune a tutte le opere: non sono mai aperte al grande pubblico. Essendo “L’Origine” tale, è straordinario il modo in cui, nonostante ciò, ebbe tanta risonanza: come fu possibile, per quei tempi, che quasi nessuno ebbe modo di vedere di presenza questo quadri ma tutti, all’unisono, concordarono su quanto Courbet fosse un porco, pervertito e pornografo?

l’hebdomadaire, copertina

Khalil Bey ospitò, ovviamente, molti degli artisti e dei critici letterari dell’epoca. Chi demolì quest’opera, quindi, furono loro, molti di questi amici e collaboratori di Courbet – quando si dice “amici e guardati…”: scrissero e recensirono l’opera dando alle stampe un’immagine orrenda sia di questa che del pittore. L’unico accenno de “L’Origine” che il pubblico ebbe fu una vignetta satirica che ritraeva Courbet con i suoi quadri alle spalle: il quadro incriminato lo si riconosce dalla grossa foglia di fico, in alto a destra del pittore.

Questa cosa fa molto ridere, se ci pensate: con tutto il progresso e le tecnologie a disposizione, questa abitudine massiva di affidarci a un’unica voce autoritaria e autorevole senza verificare con i nostri occhi, c’è rimasta, un po’. Vi pare?

L’inizio del viaggio

Comunque sia, non era destino di questa vulva scandalosa restare al caldo di una tenda verde: poco dopo che Monsieur Bey ebbe la sua commissione, dovette disfarsene, insieme con tutte le altre e venderle, poiché finito in bancarotta dovette rientrare in sede, ad Atene. Vendette tutto, quindi, e lasciò Parigi. Da qui inizia il lungo mistero di questa Signora Senza Volto ritratta da Courbet: non si seppe più che fine fece. Venne ritrovata una ventina d’anni dopo, all’incirca, in un mercatino, sempre a Parigi. L’opera fu riconosciuta e comprata, ma il mistero del suo viaggio non si concluse.

A un certo punto, intorno gli anni Settanta, appartenne alla collezione privata di Jacques Lacan – ma ve lo immaginate, mentre studia e scrive, di tanto in tanto alza lo sguardo e si delizia, si distrae… – e poi, finalmente al grande pubblico, nel 1988… a New York: una retrospettiva dedicata a Courbet. Nel 1988, negli Stati Uniti: il momento della Monnalisa col sorriso verticale – e altrettanto misterioso – davanti a un popolo vasto, tanto quanto quello dei Salon francesi ai tempi di Courbet.

Infine, così come lo sappiamo oggi, nel 1995 venne comprato dal Musée D’Orsay, dov’è rimasto. Ma vi assicuro, essendo salita a Parigi da poco, che il suo potere attraente e repulsivo è rimasto intatto, dal 1866 a oggi.

foto Gea Di Bella

Scandalo senza fine: gli insegnamenti della Vulva Realista

Questo è un quadro geniale per moltissimi motivi. Innanzitutto è il primo, fino ai tempi di Gustave Courbet, di quel genere: nessuno aveva mai osato un taglio prospettico così audace e non solo per il soggetto ritratto, ma proprio per la struttura visiva. La difficoltà del pudico sta nel fatto che si ritrova quella vulva proprio in faccia, all’improvviso, senza orpelli, senza trucchi geometrici, senza ritratti: solo una scioccante, oscena vulva.

A infastidire, inoltre, è la sua sfacciata, onesta pornografia. Quello di Courbet è un quadro senza pretese, senza messaggi, senza allegorie; molti dei suoi colleghi accademici avevano provocato la loro fetta di scandalo, con determinati nudi femminili.

Ma, in qualche misura, l’erotismo prorompente di un corpo di donna, fintanto che è associato a un volto e a una composizione, può essere ancora accettato, compreso; può avere un’interpretazione a giustificare l’esibizionismo e, soprattutto, è sempre più gradevole ed esteticamente comprensibile.

Ma quello, quello cos’è? Cosa rappresenta? I genitali non sono mai belli da mostrare. Quelli femminili, poi, men che meno! Solo se necessario si guardano, sicuramente si penetrano, sempre per un piacere univoco, ma mai osare affrontarli!

Una sconvenienza senza confini. Con un quadro piccolissimo Courbet ha sfidato non solo l’Accademia, ma anche una certa visione maschiocentrica dell’accettazione del corpo. Ha sfidato, con uno zoom degno dei video hard, il buonsenso maschile che solo può approvare o meno un corpo femminile; ha stravolto il concetto di bellezza, laddove solo la bellezza era giustificabile per un nudo di donna. Certo, non un problema solo degli uomini, anche le donne ebbero di che dire.

D’altronde ora sappiamo quanto sia importante guardarsela, osservarla, vederla, capirla. Ma chi ce lo insegna? Chi ci dice che non solo è giusto, ma pure necessario, per conoscerci? Chi ci dice che va bene toccarla, sentirla, per toccare e sentire noi stesse? Nessuno, anzi, ci insegnano tutto l’opposto: ci insegnano a tenerla chiusa, nascosta, a vergognarcene; a mostrarla solo in un determinato modo, se proprio deve venir fuori e a utilizzarla per il piacere altrui, non per il nostro.

Gustave Courbet, fuori posto in ogni posto, ci ha regalato un’opera che non smetterà mai di fare discutere. Servono tante cose perché non abbia più effetto: serve una società meno sessuofobica e anche meno maschilista; serve un’educazione al nostro corpo senza condizionamenti estetici; serve un nuovo dialogo sulla pornografia.

Per il momento, abbiamo “L’Origine del Mondo” che ci scuote da qui, fino alla fine del mondo.

Bibliografia

The Last Word in Realism: Modernism and Courbet’s L’Origine du Monde

L’Origine du monde : une approche technique (Cet obscur objet du désir : autour de l’Origine du monde; exh. cat., Ornans, musée Gustave Courbet, 2014)

Le scandale de l’origine du monde

A feminist and allegorical art of Gustave Courbet and Carolee Schneemann