I ragazzacci del futurismo – Sesso Manifesto 1

Erano giovani, erano feroci, non le mandavano a dire; avevano le idee chiare su tutto, anche sul sesso: erano i Futuristi e sono qui per sconvolgerci ancora, e per sempre.

Nel primo Manifesto del Futurismo, Filippo Marinetti scrive che la guerra è “sola igiene del mondo”. Questa esaltazione al limite del fanatismo si sgonfierà velocemente lungo la Prima Guerra Mondiale: saranno stati anche giovani e intraprendenti, ma mica scemi: bello elogiare il viaggio verso la morte come grande atto di ribellione, fino a quando non capisci che, una volta in partenza, non è possibile tornare indietro. Defunti alcuni compagni futuristi (sì, ho scritto “compagni”), Marinetti, Boccioni & co. hanno, giustamente, fatto un grosso dietrofront: per stravolgere il mondo, dopotutto, serve restarci dentro da vivi.

Prima del disincanto, comunque, la loro non era un’esaltazione da bulli fascisti e guerrafondai come forse si può pensare. C’era, anzitutto, una forte fiducia nel senso rivoluzionario della guerra e il suo scopo di disinfettante globale serviva loro per credere che un mondo nuovo, ripulito dal vecchiume stantio, fosse possibile.

Parallelamente, il sesso ripuliva il mondo dal sudiciume dell’ipocrisia borghese che opprimeva la società.

Per far sì che ciò accadesse, i futuristi fecero attenzione a maneggiare con pochissima cura un erotismo esaltante, sconvolgente e scandaloso; brutale e vivace come il sesso può, in effetti, essere.


Mafarka et les autres

Il primo romanzo scritto da un futurista – chi, se non Marinetti – fu proprio un romanzo erotico. “Mafarka il futurista”, del 1910, inizia la sua storia con uno stupro di massa per poi snodare e svilupparsi in un mix di fantasie sessuali grottesche e spinte; è pieno di violenza, di morte – ultima voluttà, secondo Marinetti – e oscenità. Mentre in Francia fu pubblicato senza troppi inghippi, in Italia fu accusato di oltraggio al pudore e costò a Marinetti due mesi di carcere e un processo, dal quale uscì assolto.

Il sesso era l’energia primaria che muoveva ogni cosa, lo scandalo il linguaggio necessario affinché tutti potessero capirlo.

Spoiler: non funzionò, ma loro acquisirono sempre più fama e rilevanza.

In ogni caso la prepotenza, il sopruso, l’aggressività altro non erano che linguaggi artistici e mai reali e, proprio come i dadaisti, la loro necessità e il loro credo erano quelli di sferrare colpi violenti per stravolgere il sistema.

Prima di Mafarka, nel 1908, l’edizione parigina titolava “La Ville Charnelle” (la città carnale) e poi, in italiano, come “Lussuria Velocità”: una raccolta di componimenti marinettiani dove il corpo della donna – anatomia della città in questione – rappresenta il desiderio più grande, fonte inesauribile di voluttà, dentro la quale non c’è spazio per i romanticismi da secolo precedente, ma solo per un’insaziabile voglia di estinguere tutta la lussuria possibile, per l’appunto.

Contro le idee di amore e di sentimento, questi ragazzacci annientarono anche l’istituzione del matrimonio, calpestandolo e accusandolo di essere solo uno strumento di controllo da parte dello Stato (…che poi, a pensarci…).

Il sesso era il solo legame valido, tra le persone. La penetrazione è l’unico vero atto che fa il rapporto: entrare dentro una donna è un impegno, direi addirittura politico; un gesto che richiede determinazione e costanza, in quanto a venir penetrata non è solo il corpo della donna, ma anche la sua essenza.

Per questo motivo il corteggiamento che al massimo punta a uno “strofinamento” non è roba per veri uomini futuristi; anche la penetrazione è azione violenta, dunque audace. Proprio come andare in guerra e attraversarla indomiti è un modo per dimostrare il proprio valore di futurista, così anche conquistare la donna e penetrarla è un modo per dimostrare il proprio valore di… uomo.
Dai, gli mancano un sacco di nozioni sull’orgasmo femminile e so’ cresciuti a pane e mascolinità tossica, però so’ forti, o no?


Come si seducono le donne?

Questa donna, quindi, cos’è? Pari alla macchina come mito per andare in direzione di questo Futuro utopico, la donna è un oggetto che serve a concretizzare l’identità dell’uomo futurista.
Sempre nel primo Manifesto, Marinetti auspicò al “disprezzo della donna”. Ma chi era la donna da disprezzare?

Nell’arte imperava sovrano il mito malefico della femme fatale, donna angelica dalle intenzioni demoniache, che a guardar bene avrà pure partorito capolavori tra lo stupefacente e il sublime ma, per quanto riguarda la figura della donna, non era poi tanto più lusinghiero rispetto a un Marinetti incazzato: tentatrice, serpe, doppiogiochista, padrona solo della propria bellezza fisica per annichilire l’uomo, strega, incantatrice: fiumare di Salomé incantevoli, Odalische esotiche ed erotiche, Giuditte vendicative; a veder bene, quindi sono queste le donne che Marinetti disprezza: distrazioni effimere, giochi a perdere, miti da abbandonare per andare tutti, uomini e donne, verso il progresso.

A concretizzare questa idea, due scritti di una certa rilevanza: “contro il lusso femminile” e “come si seducono le donne”.

Il primo è un articolo che inveisce contro “il lusso”, ovvero l’orpello inutile che ricopre la borghesia – la femme fatale è ricca di gioielli e bei vestiti preziosi -, che richiede un determinato standard di corteggiamento e un bon ton perfettamente evitabile e contro il quale, unica soluzione possibile è il nudo, controcorrente e d’impatto. Vuoi che ti inondi di roba luccicante da mostrare al branco di invidiosi perbene? Allora ti spoglio; il secondo è, come solito, un invito all’azione concreta del sesso, all’intraprendenza, all’eroismo “unico vero afrodisiaco della donna”.

Parrebbe paradossale, dopo i discorsi sulla penetrazione, ma questo scritto è, in effetti, uno dei primi nel quale la parità tra uomo e donna è indagata anche per ciò che riguarda il godimento e il piacere sessuale.

Nella società neo-novecentesca i movimenti femministi e l’ideologia comunista avevano iniziato a porre la questione del diritto al lavoro e alla parità salariale, ma era già troppo da integrare e da digerire.

I Futuristi, non contenti, osarono addirittura questo: introdurre l’idea che sia uomini, sia donne, avessero uguale diritto a godere come animali.

Il loro linguaggio aggressivo, comunque, ricevette una risposta di tutto rispetto da parte delle prime donne futuriste che, con tutte le contraddizioni necessarie dell’essere donne in una società del genere, dovettero attrezzarsi di ingegno per controbattere; e lo fecero, con grandezza di spirito, come Futurismo richiede.

Questo, però, lo vedremo insieme al prossimo Sesso Manifesto.

bibliografia:
“Avanguardie Artistiche del Novecento”, Mario De Micheli
link: http://www.arengario.it/futurismo/erotica-futurista-1-la-momie-sanglante-di-f-t-marinetti/

In Bed With Valentina n°5: DaZa

Lo conoscerete di certo e se non lo conoscete, bé: siete nel lettone giusto! Davide Zamberlan, illustratore e vignettista è l’ideatore della coppia più famosa dell’instagram. Scopriamo insieme la sua storia.

Da quanto tempo disegni?

Beh, questa domanda ha due possibili risposte, dipende se intendi professionalmente o anche solo per passione.
Per il lavoro idealmente prendo come data di partenza il 1999, quando sono diventato freelance e ho puntato di più sull’illustrazione rispetto alla grafica (che era la mia professione fino a quel momento).

Ma da che ho memoria ho sempre disegnato, prima della scuola, frequentando il liceo artistico ovviamente, nelle pause pranzo a lavoro… sempre.

Ci sono altri artisti da cui trai ispirazione?

Disegnare è un mestiere che si impara “rubandolo” a qualcuno quindi inevitabilmente sì ci sono tanti artisti da cui prendo ispirazione, chi per una cosa chi per l’altra, e l’elenco sarebbe lunghissimo quindi per non far torto a nessuno non farà nomi. Amo particolarmente gli autori che come me privilegiano la linea, il segno idealizzato e, anche per motivi anagrafici, l’estetica orientale importata da anime e manga.

Su Instagram hai due profili: uno è @_daza_art e l’altro è @bea_and_gio. Nel primo pubblichi vignette e sketches di vario genere con uno stile fumettistico molto interessante: è stato il tuo primo approccio ad un pubblico?

No, bazzico la rete da molto tempo. Ho visto nascere i social militando tra i ranghi della “Stagione delle Blogstrip” (da cui proviene un fenomeno fumettistico di oggi come Sio), quando i blog erano il nuovo del web che spodestava i siti tradizionali, e piattaforme come Splinder erano l’FB di oggi.

Sembra di parlare di secoli fa, ma i tempi della rete sono velocissimi. Ho creato il profilo @_daza_art per tutto ciò che mi andava di condividere che esulasse per stile e tematiche dal progetto di Bea&Giò (il cui profilo è nato prima), illustrazioni in particolare ma anche tutto il resto.

Infatti il tuo progetto più celebre è Bea&Giò: raccontaci com’è nato.

Come penso capiti di fare ad ogni artista, anche con la “A” minuscola come il sottoscritto, ci sono dei momenti in cui cerchi di rinnovare il tuo stile, di superare la comfort zone.

Due anni fa in uno di questi momenti sono nate Bea&Giò. In realtà col senno di poi mi sono accorto che da tempo stalkeravano la mia immaginazione proponendosi sotto forme diverse. Ad esempio nel mio albo antologico di fumetti “Intermezzi” pubblicato con la Tunué compariva già una coppia di ragazze protagoniste della storia romantica “Mio Bel Capitano”.

In ogni caso quando sono nate me ne sono innamorato perdutamente. E nel mio piccolo Bea e Giò sono diventate come i Peanuts per Shultz, Corto per Pratt, Valentina per Crepax. Ho deciso di farne le protagoniste della maggior parte se non totalità dei miei progetti fumettisti futuri.

Le due donne sono modelle esistenti oppure soggetto di tua immaginazione?

Non esistono due modelle reali di riferimento, ma immagino che anche involontariamente abbiano incorporato aspetti di donne reali e non che ho conosciuto o solo visto. Aspetto fondamentale, nella loro realizzazione, che ho voluto raggiungere era una bellezza che, pur col segno idealizzato che caratterizza il mio disegno, non fosse a sua volta ideale ma più “reale”.
Ecco che ad esempio Bea è sovrappeso con gli occhiali e un seno ingombrante (proprio come piace a me!).

È stata una piccola/grande soddisfazione quando più di una lettrice si è in qualche modo riconosciuta nell’una o nell’altra.

Come mai hai scelto una coppia di donne in una relazione amorosa?

È un discorso un po’ lungo che ho affrontato nel “manifesto artistico” di Bea&Giò sulla loro pagina FB, ma brevemente: il primo motivo è che c’era la voglia di riprendere coi fumetti delle tematiche che per vari motivi avevo già affrontato: sex positivity, body positivity, uguali diritti per tutti.
Per veicolarli una coppia lesbica offre più possibilità perché è doppiamente discriminata: come omosessuali anche, appunto, come donne.

Il secondo motivo è perché disegnare donne mi piace di più, è più divertente e mi riesce meglio.

Infatti, trovo affascinante il modo in cui affronti questi temi. Da quando hai condiviso questo progetto con tutti e tutte, hai avuto difficoltà nel riscontro con il pubblico?

Diciamo solo che quello che vedi adesso è in realtà il terzo profilo su Instagram di Bea&Giò perché due sono stati cancellati su segnalazioni.

Ma ho avuto anche molte soddisfazioni, in particolare il fatto che i personaggi piacciano alla comunità LGBT (Bea&Giò sono state anche tra i testimonial del Pride della mia città), cosa non scontata non facendone io parte.

Dimostra come “love is love” non sia solo uno slogan ma una realtà e che molte delle dinamiche delle relazioni di coppia sono comuni a tutti indifferentemente dal genere e orientamento sessuale.
Quello che serve è solo la sensibilità e disponibilità a riconoscerle.

Come sai la ‘Valentina’ di questo blog non sono io, bensì quella di Crepax. Sorge spontanea quindi la seguente domanda, ritrovandoci ‘tra parenti’: quanto sono andate oltre Davide le tue due eroine? E quanto vi state scambiando, a livello di crescita?

Sono diventate, per me, proprio come Valentina per Crepax quindi lo scambio e la crescita sono enormi, sia artisticamente che umanamente. Mi hanno permesso di affrontare nuove temi e forme di espressione, ma anche di conoscere e frequentare nuove persone e realtà. Sono quasi vive… però io sono molto “geloso” di loro e per questo non so se Bea&Giò siano andate “oltre” me.

Mi piace pensare invece che ci sia sempre con loro una importante parte di me e la portino anche dove io non posso arrivare.

Parli molto anche di censura. Ma da creativo: com’è la tua esperienza sui social, contraddizioni a parte, per divulgare tematiche erotiche?

È un po’ dura, oltre ai profili cancellati di cui ho detto sopra ho subito blocchi su FB e censure su praticamente tutte le piattaforme. Quello che fa più rabbia è la palese ipocrisia dietro questo atteggiamento.

La scusa è che le community guidelines servono a rendere i social “posti sicuri” per tutti, ma non c’è neppure la metà dell’energia spesa nel cancellare nudi per contrastare inserzioni truffe, ad esempio: quelle portano soldi. Per non parlare dell’odio, la delazione anonima e altre cose non “sicure” che abbondano sui social.

Per questo tra le serie a tema ne ho fatta una in cui Bea e Giò rivisitano opere artistiche (dalla “Nascita di Venere” di Botticelli al “Le Violon d’Ingres” di Kiki De Montparnasse) con lo slogan Art never follows Community Guidelines.

Non mi nascondo comunque che buona parte del pubblico non è interessato ai messaggi tra le righe veicolati da Bea&Giò ma si limita ad apprezzarne il nudo e la sensualità.

È fisiologico, mandi un messaggio a 1000 per raggiungerne 100 o 10. Va bene anche così. Almeno godono di un prodotto di un erotismo alternativo e positivo. Guardandomi attorno vedo che ci sono molti altri artisti che sposano questa idea.

Evidentemente era una sensibilità e bisogno che si sentiva nell’aria, forse anche proprio a causa dell’oppressione bigotta dei social e dei tempi, di cui in fondo sono un riflesso.

Ci sono progetti futuri che puoi anticiparci? Dove ti piacerebbe che arrivassero Bea e Giò?

Ovviamente dominare il mondo BUAHAHAHAHAHA! (risata malvagia)
A parte gli scherzi, mi rendo conto che un progetto come Bea&Giò non può aspirare ai risultati di un fumetto mainstream ma mi piacerebbe vederlo ancora crescere. Ottenere ulteriori sostenitori su Patreon che mi aiutino a dedicare tempo al progetto a fronte di un ritorno economico anche minimo.

Nel breve periodo mi sto preparando all’Indecentber 2019, la challenge (un disegno a tema ogni giorno del mese) che ha visto esordire Bea e Giò nel 2017.
Mentre ho intenzione a gennaio di partire con la realizzazione di un secondo webcomics più lungo dopo la bella esperienza di ESP pubblicato sulla piattaforma online OhJoySextoy.com
E poi si vedrà…

Grazie Davide, in arte DaZa. Come sempre, a seguire un assaggio dei lavori dell’artista che potrete trovare nei siti e nei social citati lungo tutto l’articolo. Buona visione!

la camera di valentina
Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa
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Bea&Giò, DaZa

Storie di strada 3: la legge Merlin

o di maghi e maghe dell’ipocrisia

Roxana, Romania

Anita è una donna bellissima. Il tacco 12 e i brillantini sono la sua passione. In quei giorni c’erano stati diversi furti in strada perciò ne approfitto per ricordarle che se dovesse avere dei problemi di qualsiasi genere può chiamare la polizia.

«Ormai lo sappiamo. Vengono i drogati neri e rubano. Ma posso chiamare carabinieri? Come mai? Ma non è illegale quello che sto facendo?».

Dopo averle spiegato la normativa italiana in materia di prostituzione, incredula mi dice: «Ma veramente? Beh, buono a sapersi».

Cristina, Romania

Cristina è cinica, diretta e stronza, ma tremendamente divertente. Da un po’ si lamenta del fatto che in strada non si batte chiodo. Quella sera mi racconta di com’era lavorare nel 2014, quando se ti era andata male facevi 800 euro alla settimana.

I: «Ma com’è stato per te all’inizio? Avevi paura di stare qua da sola?»

C: «ho iniziato 4 anni fa con mia cugina, stavamo vicine. Poi ci siamo divise e ora sto qui. In alcuni momenti ho avuto paura. Tipo c’erano dei ragazzi che per un periodo passavano e ci lanciavano le stikla addosso. Come si dice…Vetro ecco! Stavamo sempre attente noi, ma una volta me l’hanno tirata addosso proprio, sulla gamba. Sono finita per terra e in quel momento è passata la polizia, quindi gli ho detto di seguirli, ma credo che abbiano fatto finta. Infatti poi quei ragazzi sono ripassati altre volte».

Nicoletta, Romania

Nico lavora in una via stretta e buia, ma al contrario di S., che lavora pochi metri più avanti, da qualche anno ha deciso di lavorare in macchina.

«Hai sempre lavorato in macchina?» le chiedo.

“Mi sono messa nella macchina dopo che ho avuto dei problemi con due moldavi. Stavo lavorando lì davanti e questi sono passati e mi hanno tirato un sasso. Sono finita nel fosso. Ero da sola. C’era solo S., ma se n’è fregata. Non mi ha mica aiutata. Io invece l’avevo aiutata a lei, quando le hanno tirato una bottigliata. Quei due moldavi ora sono in carcere, li ho subito denunciati. Da allora, sto in macchina così se c’è un problema mi chiudo dentro».

Fabiola,Romania:

Stivali neri fino al ginocchio, legging di pelle rosso fuoco, coda biondo platino ed è subito magia. Fabiola vive con il marito, che sta scontando i domiciliari dopo essere stato accusato di sfruttamento ed aver passato vari anni in carcere.

«Mi hanno intercettato tutte le telefonate, hanno sentito tutto. Un giorno sono venuti qui ed hanno visto che c’era anche mio marito, in un’altra macchina. Il maresciallo mi ha detto che gli sto sul cazzo e che crede che io sia la capa di tutta la strada. Non è così. Che cazzo ne sapevo io che se portavo un’amica mi accusavano? Non si capisce un cazzo».


Chi mi segue su Instagram lo sa: uso spesso BlaBlaCar. Non tanto perché io sia una persona socievole, quanto piuttosto perché trovo che i sedili della macchina siano di gran lunga più comodi di quelli di Trenitalia.

BlaBlaCar è un car sharing in cui oltre al mezzo si condividono aneddoti e frasi di circostanza.

Normalmente, ogni passaggio inizia con il fantastico momento in cui si deve raccontare a dei/delle perfett* sconosciut* chi sei, da dove vieni, che lavoro fai e quanto spesso usi BlaBlaCar.  

Alla mia bellissima presentazione, resa fluida e sintetica da anni di esperienza, segue una domanda, ormai divenuta una certezza: «Quante ne hai salvate?».
E mentre cerco di placare il mio istinto suicida e annoto sul cellulare di formulare una nuova presentazione del tipo “ciao sono Giulia e non salvo nessuna”, solitamente la conversazione procede con una discussione sulla legalità della prostituzione, alla fine della quale la maggior parte delle persone resta convinta del fatto che «la prostituzione non è mica legale».

Ma l’ignoranza e la confusione sulla legislazione in merito alla prostituzione non riguardano solo l’utente medi* di BlaBlaCar, ma anche le persone che si dedicano a questo mestiere; e le storie che ho scelto di raccontarvi oggi lo dimostrano.


Era il 19 settembre del 1958.

«Edizione straordinaria! Chiusura de li casini. Da domani tutti a fasse le pippe» gridava la strillona di via del Tritone.[1]

La legge Merlin fu approvata nel gennaio del 1958 con 385 favorevoli e 115 contrari, dopo un iter parlamentare durato quasi 10 anni (la legge fu presentata per la prima volta il 6 agosto 1948) ed entrò ufficialmente in vigore nel settembre dello stesso anno. Allo scoccare della mezzanotte del 20 settembre, più di 560 “au bord de l’eau” chiusero le porte.

“Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”

recita la legge. Infatti, con la senatrice Merlin, inizia una nuova stagione, quella abolizionista.
Il movimento abolizionista nasce nell’Inghilterra vittoriana e segna una rottura definitiva con il modello regolamentista (introdotto in Italia nel 1860 dal Regolamento Cavour), in cui lo stato interveniva massicciamente e violentemente nel controllo e nella gestione della pratica prostitutiva.

Con l’abolizionismo si crea un vuoto. Lo Stato chiude gli occhi, e li apre solo per perseguire il nobile e cristiano obiettivo di liberare e proteggere le povere vittime (tutte e sempre donne) che decidono di cambiare vita e “lasciare la strada”.


Ma vediamola meglio la nostra Merlin.

La legge n.75 è composta da tre capi (“Chiusura delle case di prostituzione”, “Dei patronati ed istituti di rieducazione”, “Disposizioni finali e transitorie”) ed oltre a disporre la chiusura delle case di tolleranza, introduce i reati di favoreggiamento, sfruttamento, induzione, reclutamento e adescamento (depenalizzato con la legge 689/1981).

All’art.3 rende inoltre punibile da due a sei anni chiunque affitti la propria casa a scopo di esercizio prostitutivo o chiunque, essendo in possesso di un locale pubblico, tolleri la presenza di una o più persone che si dedicano alla prostituzione. Ultima novità della Merlin è l’istituzione di patronati ed istituti di rieducazione, nei quali

«(…) potranno trovare ricovero  ed  assistenza, oltre alle donne  uscite  dalle  case di prostituzione (…), anche quelle altre che, pure  avviate  già  alla  prostituzione, intendano  di ritornare ad onestà di vita».

In nessuno dei quindici articoli la prostituzione viene dichiarata illegale, ma quale sia il giudizio dei 385 favorevoli, mi sembra evidente.

Se formalmente lo scambio sessuo-economico non viene criminalizzato, nei fatti prostituirsi legalmente in Italia sembra impossibile.
Incappare nel rischio di essere accusat* di favoreggiamento e/o sfruttamento è molto comune.
Per non parlare poi delle innumerevoli ordinanze comunali che celate dietro a motivi di “decoro urbano” o  â€œpubblica sicurezza”, multano clienti e sex workers, provocando una progressiva marginalizzazione e ghettizzazione del lavoro sessuale.

Non stupisce quindi che per la maggior parte della popolazione la prostituzione sia considerata un’attività illegale. Ma la percezione dell’illegalità  non è solo sintomo di una mancanza di conoscenze in materia o del silenzio che avvolge il sex work; bensì dice molto di noi, di quanto l’impianto abolizionista moraleggiante sia radicato nel nostro tessuto socio-culturale.

La legge Merlin infatti si fonda su un presupposto intriso di morale e paternalismo che marchia come vittima chiunque si dedichi alla prostituzione.

L’idea che una persona possa esercitare tale professione per piacere o per pura necessità/convenienza non viene minimamente presa in considerazione.

«Le puttane sono vittime per legge».[2]


La povera Merlin – perdonatemi la battuta – ha creato un casino.

Se in partenza le sue intenzioni erano sicuramente nobili e sotto certi aspetti rivoluzionarie, oggi ci troviamo con una legge inadeguata,  che non è stata capace di stare al passo con i cambiamenti del mercato del sesso, oltre che ad accettare i mutamenti culturali del nostro paese. Una legge confusa, sbiadita, che anziché tutelare le persone che decidono di prostituirsi, le costringe a lavorare con maggiori rischi.

Una legge che mentre premia chi vuole ritornare sull’onesta via, relega le altre ai margini, ai bordi di strade sempre più buie e dense di stigma.

«Non si capisce una cazzo» diceva Fabiola, appoggiata alla sua macchina grigio fumo.

È vero. I fraintendimenti e gli equivoci sono molti. Ma c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare:

la prostituzione tra persone adulte e consenzienti è legale. Considerare questo aspetto è fondamentale soprattutto per le/i sex workers; per (ri)conoscere i propri diritti e soprattutto alleviare quella la sensazione di vergogna che spesso uccide.

Ed è da questa consapevolezza che dobbiamo ripartire per sbattere furiosamente i tacchi e lottare per una nuova legge. Una legge più inclusiva, rispettosa e chiara.

Perché abbiamo infinitamente bisogno di un nuovo discorso sulla prostituzione, un discorso onesto, diretto, che vada dritto al punto, senza perdersi in stupidi paternalismi, che ormai puzzano di chiuso.

[1] Chirico A., Siamo tutti puttane, Marisilio Editori, 2014
[2] ibidem

Il Succhia-clitoride: un’esperienza

Sono entrata in possesso di un giocattolino che sicuramente conoscerete già, la sua nomea di oggetto magico è arrivata in lungo e in largo nel regno della Sexpositivity, e ci credo bene! 

DISCLAIMER: questa non è una recensione. Mi piacerebbe intraprendere anche questa strada, ma non è questo il caso. Se volete idee per deliziarvi, da sol* o in compagnia potrete trovare su instagram e non solo professionist* molto più espert* di me. 

Come per l’articolo sulla cosa a tre, anche in questo caso sono partita da delle domande poste ai e alle follower, dedicandomi principalmente alle donne.
Questo perché ho chiesto loro cosa ne pensassero del succhia-clitoride, se lo volessero provare o se ce l’avessero già. Essendo quindi una domanda mirata al pubblico avente clitoride, pensavo fosse sufficientemente ovvio che non potessero rispondere gli uomini, ma dato che l’estro creativo non manca mai, in molti hanno detto la loro. Grazie, ragazzi, siete i mejo.

Si scherza: certamente l’anatomia non mente e dunque le opinioni di consumo da parte degli uomini non sarebbero inerenti, ma trattandosi di un sex toy può essere usato in coppia e quindi chissà che i partner non trovino un’idea carina per fare un regalo alla propria o alle proprie? I benefici potrebbero essere per tutt*.

Passiamo alle risposte: in molte si sono dette entusiaste nell’utilizzarlo: una vera e propria rivoluzione personale (mi associo a loro: semplicemente, WOW); altre hanno detto che non ce l’hanno ancora e che vorrebbero averlo; alcune hanno detto che l’idea metteva loro ansia ma che proverebbero comunque.

Sull’ansia, posso capire benissimo: è un nome inquietante. Sarà l’atmosfera spooky di ottobre ma, in effetti, restavo alquanto perplessa.

Per risolvere, su instagram ci sono moltissimi account che parlano e recensiscono sex toys, da valiziosa alla coppia rosa le sex en rose e grazie a loro ho scoperto un mondo a riguardo. Ma i primi tempi, pensare un arnese che ti succhiasse il clitoride non evocava un’immagine piacevole. Succhiare come? In che senso? Ti fa da aspirazione? Fa male?

Il “succhia” ne “succhia-clitoride” in realtà è più un’allusione che un un effettivo movimento effettuato dal toy: dal beccuccio – che ha questa forma appositamente per concentrare tutta l’energia sul clitoride – fuoriescono delle pulsazioni che stimolano il clitoride e ricordano, vagamente, una succhiata: et voilà “succhia-clitoride”.

Quindi, curiose di tutto il mondo: non abbiate timore, nessun sex toy vi mangerà la vulva a forza di suzioni.

Non fa male durante né dopo e solo dopo averlo provato potrete capire in che modo il vostro corpo reagirà (spoiler: ringraziandovi).

Ormai ci sono succhia-clitoride di ogni marca, prezzo, forma e dimensione. Il mercato dei sex toys è qualcosa che mi affascina enormemente, per la ricerca e le analisi che vengono fatte prima, durante e dopo la creazione di un determinato prodotto.

A tal proposito, il succhia-clitoride come tecnologia dei giocattoli sessuali è rivoluzionario: si affianca alla rivelazione scientifica e culturale del clitoride come organo legittimato al piacere e al godimento. 

Questa concezione non esisteva fino a poco tempo fa e come già in molti e molte hanno detto, approfondito ed evidenziato il piacere femminile era talmente legato e sottomesso a quello maschile che al di là della penetrazione non si andava.

Per molt* è ancora così, tra l’altro: i tabù sulla sessualità fanno anche questo: inibiscono le fantasie e la voglia di conoscenza.

Mentre i sex toys possono diventare strumento di approfondimento di sé, per alcun* sono limitanti, segno di incapacità o debolezza – come se fossero due cose tanto gravi. Voglio dire: ben venga l’incapacità, poiché si può imparare; ben venga la debolezza, ché si impara a proprio ritmo, oltre i propri blocchi, a diventare più forti, più brav*, più capaci.

la camera di valentina
il succhia-clitoride della Satisfyer

Queste sono tecnologie che danno l’opportunità di riflettere su dove siamo, come siamo, da sol* e gli altri. Fatevi un giro fieramente nei sexy shop della vostra città o online, potreste aggeggi che probabilmente non considerereste mai utili al fine sessuale, e invece… 

Quello che ho io è il Satisfyer 1 Next Generation, della Satisfyer. È già vecchiotto tra i succhia-clitoride, sia all’interno della casa di produzione, sia tra i sex toys di questo genere. Però fa il suo lavoro egregiamente ed è molto piacevole.

Non mi fanno impazzire le pile, che oltre a essere poco ecologiche sono sicuramente poco pratiche: in qualunque momento potrebbero scaricarsi e invalidarne l’utilizzo. Non è ancora successo, per fortuna…!
Mi è stato gentilmente regalato da pleasureroom.it e potrete trovarlo online anche sul loro sito.

Siate curiose e avventurose: non si può sapere mai dove si nasconde una rivoluzione personale, finché non ci caschi dentro in pieno, con tutte le sensazioni fisiche e mentali.

 

L’erotismo in Paul Gauguin: Te Faruru

Paul Gauguin è stato un grandioso e controverso pittore post-impressionista. Fuggendo dalla civiltà così come la conosceva ha scoperto l’energia cosmica nell’erotismo.

la camera di valentina
ritratto dell’artista con il cristo giallo, 1889

Paul Gauguin (1848 – 1903) fu un pittore francese tra i massimi esponenti del post-impressionismo. Lui nacque davvero nell’anno del “faccio un ’48” e in qualche modo questo moto rivoluzionario crebbe e convisse in lui.

Gauguin colonizzatore, ribelle, perverso; rivoluzionario, spirituale, passionale. Il mito del pittore si fonde con l’uomo e non sappiamo dove inizi l’idolatria e finisca la verità; probabilmente è stato tutte queste cose e molto altro.

Dopo il ’48 la situazione sociale e culturale fu un colpo basso per tutti gli artisti europei, da Van Gogh a Munch; sognavano uno stravolgimento sociale che non avvenne. Gauguin fu tra i disillusi e forse per questo decise di cercare se stesso in altri luoghi.

La sua rivoluzione personale partì comunque dalla Francia, in Bretagna: una regione “primitiva” dove ai suoi occhi si apriva una visione di vita semplice e umile. A questo periodo appartiene “Il Cristo Giallo” e la serie di ritratti di donne bretoni.

La ricerca di quella semplicità lo indusse a viaggiare per la Polinesia dove ritornò molte volte, tra una vita lasciata in Francia e un’altra fatta a Tahiti. In questi viaggi sviluppò e abbracciò una filosofia piuttosto vitalistica che, a sua volta, divenne poetica esotica e primitiva dei suoi quadri. È in questa ricerca del vero e del puro che si colloca la sua concezione di erotismo e con questo le sue contraddizioni.

Perché vedete, per essere un uomo alla ricerca della libertà e della purezza, lontano dalle corruzioni dell’ipocrita civiltà francese, le sue vicende amorose dal gusto montanelliano stridono con ciò che potremmo aspettarci da uno spasmodico desiderio di incorrutibilità dello spirito, ma tant’è: dovessimo guardare a puntino e scandagliare con la lente di ingrandimento le vite dei più grandi artisti della storia e valutarne la moralità e l’etica, dovrei chiudere blog e burattini e sorvolare miseramente sul loro operato.

L’energia cosmica e la natura: il sesso come essenza vitale

Lo scopo di Gauguin nell’esiliarsi a Tahiti era quello di ritrovare se stesso e il senso della propria esistenza, nonché di quella di tutti gli uomini sulla terra. Se ci riuscì non ci è dato sapere, ma da ciò che ci ha lasciato (vedi “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?“), sappiamo che di domande se n’è poste parecchie.

la camera di valentina
Te Arii Vahine (la moglie del re), 1896

L’erotismo gioca il ruolo di linfa vitale: l’incontro con il corpo è l’incontro con l’essenza più pura della vita; il sesso è l’energia cosmica che ricongiunge lo spirito con l’animale.

Questo ritorno alla Natura si concretizza nello stile primitivista della pittura: non è un caso che le modelle e i modelli siano geometricamente semplificati e i colori, esotici di loro, siano saturati all’inverosimile; i volumi appiattiti, sintetizzati ai minimi termini, come a voler raccontare, con un colpo di pennello, che la vita è un incontro senza pretese tra colori vivaci e linee elementari.

Le ambientazioni polinesiane inquadrano una società diversa, immersa nell’Eden selvaggio  e incontaminato, dove ci sono frutti esotici e afrodisiaci e capanne mimetizzate nella foresta.

A proposito di capanne, nella sua dimora tahitiana Gauguin appese sulla porta un quadro con su scritto “Te Faruru“, ovvero: “qui si fa l’amore“. Effettivamente, con le sue muse e modelle intrattenne più di un incontro passionale, con alcune ebbe anche dei figli.

la camera di valentina
Te Faruru

I suoi quadri si alternano tra esplicite posizioni sessuali e ritratti percettivamente erotici, di momenti nella quotidianità.
La naturalezza con la quale gli abitanti di quei luoghi convivevano con la nudità indusse il pittore a cogliere solo qualche volta e sempre volutamente la malizia del corpo, dunque a eroticizzarlo. Per il resto era vita che scorreva libera.

A Paul Gauguin si deve quel fascino tramandato per il primitivismo che poi influenzò artisti quali Modigliani e Picasso. Le sue immagini sono quelle che più si affiancano al “mito del buon selvaggio” di Rousseau.

Per ciò, la sua arte era pornografica come è pornografico il bambino quando, alla scoperta di sé, si tocca e si stimola senza capirsi troppo: istintivamente, senza vergogna, spudoratamente.

la camera di valentina
Due amanti maori, 1891

 

bibliografia:
Mario De micheli, avanguardie del 900, la feltrinelli
Enciclopedia Universale, le garzantine
Gauguin, panda libri
The European Reality of Erotics, Marsha Morton, 2013 (www.academia.edu)
Gauguin: vitalist, hypnotist, Barbara Larson (www.academia.edu)
articolo: http://plume-dhistoire.fr/les-polynesiennes-de-gauguin-muses-erotiques/

In Bed With Valentina n°4 – Joka

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Oggi nel lettino di Valentina c’è un pittore iper-puntinista veramente fuori dal comune: Joka. Leggiamo insieme la sua storia e la sua arte.

Da quanto tempo dipingi?

In maniera professionale, o con questa intenzione, dal 2004. Dopo essere stato licenziato dal vecchio lavoro, avendo scoperto da poco il mondo del pop-surrealismo, ho deciso che esporre nelle gallerie quadri di questo genere era lo scopo che avrei voluto raggiungere. Prima mi cimentavo molto, producendo dei quadri eclettici, di vario stile, ma senza nessuna reale direzione o intento, perché non avevo frequentato scuole d’arte e quindi non avevo mai preso decisioni a riguardo.

Cosa ti ha portato all’iper-puntinismo?

La maggior parte dei puntinisti usano i pennelli o le penne; quando ho aggiunto a questi altri strumenti (gli stuzzicadenti, nel mio caso), utilizzando diversi colori, ho spinto l’idea di puntinismo a un livello, per qualcuno, impensabile.

Ci sono degli artisti dai quali trai ispirazione?

Di questi tempi, con tutti gli artisti che girano in questo ethos, ho perso il conto di quelli che seguivo, non riesco a stare dietro la massa ormai. Però è di ispirazione qualunque artista viva intensamente il lavoro che fa.

Hai scritto che il puntinismo è una sorta di meditazione, per te. Funziona per la vita di tutti i giorni o solo per il processo creativo?

È sicuramente la carica di cui la mia vita ha bisogno per avere una direzione e un focus. Programmare un obiettivo (l’opera d’arte, in questo caso) e muovermi affinché sia compiuto è una specie di disciplina che senza esso mancherebbe.

I soggetti delle tue opere creano come un “collage”, un effetto visuale assurdo, anche erotico, in alcune. Pensi che questo sentore surreale aiuti a comprendere l’erotismo nei suoi diversi aspetti?

Penso che l’assurdo re-contestualizzi l’erotico per renderlo più artistico e aperto a una moltitudine di interpretazioni, altrimenti sarebbe solo noi, corpi. 

La tua campagna di “Censor Art” è profondamente significativa. Concordo con te quando scrivi “l’annacquamento o la censura di cose tanto universali quanto il corpo umano sono controproducenti per l’arricchimento delle arti”. Come si spiega, secondo te, questa regressione al “pudore”, oggigiorno? Perché è così difficile avere a che fare con i corpi e la nudità nei nuovi media?

Trovo, sfortunatamente, che tutto sia ridotto nelle mani delle entità corporative, timorose che i loro prodotti siano danneggiati da qualcosa che pochi ritengono inappropriata, escludendo una parte dei loro clienti, così come alcuni di noi hanno paura di certe parti del corpo. Penso che la nudità, in tutte le sue forme di intrattenimento, sia molto più accessibile, oggi, grazie a internet.

Il progetto “Censor Art” vuole puntare un faro sull’ipocrisia di queste piattaforme che dicono quanto sia giusto coprire un nudo, che abbia l’intento di essere erotico, con tre punti strategicamente posti, ma un’opera d’arte che abbia come scopo quello di suscitare emozioni è oscurata perché magari mostra un capezzolo.

Io censuro con la mia arte a puntini, piuttosto di lasciare fare a un algoritmo che mi oscura l’opera dagli occhi delle masse perché potrebbe contenere materiale adulto.

Infatti, la censura che tu fai in realtà risalta i corpi e che davvero diventano più evidenti. Credi che sia per quell’effetto di “vedo non vedo” spesso utilizzato nell’erotismo, o per qualcos’altro?

Ci sono poche cose in più con le quali abbiamo familiarità oltre le forme umane, quindi persino una silhouette si riconosce immediatamente e nel mio caso la metto in evidenza con tanti colori.

Comunque, lasciare via libera all’immaginazione implica anche un coinvolgimento erotico e dunque a qualcosa più desiderabile.

Parlando dei nuovi mezzi: la tua arte è un lavoro manuale, tangibile. In quanto creativo, cosa ne pensi di queste due “scuole”, quella “analogica” e quella digitale? Possono coesistere e supportarsi oppure no?

Vivendo dipendenti da questo mondo digitale in cui siamo adesso, il svilupparsi di un regno dell’arte digitale è inevitabile. I bambini prima o poi creeranno arte direttamente su questi dispositivi, senza usare più supporti fisici. Comunque sia, sono parecchio della vecchia scuola e vorrò sempre un prodotto tangibile.

Le riproduzioni sono fighe, ma avere quel pezzo d’arte unico-e-solo per me ha molto significato: è come avere il pezzo direttamente dall’artista e non credo che l’artista digitale possa dire lo stesso.

Cos’è quell'”immaginario nostalgico” di cui parli nella tua “about“?

Mi piace usare un sacco di immagini vintage e rielaborarle in chiave moderna. Molto di quello che utilizzo proviene da vecchie riviste che ho collezionato.

“Censor Art” è l’ultimo dei tuoi progetti. C’è qualcos’altro che puoi anticiparci?

Con questa serie ho iniziato diverse cose, ma per il prossimo futuro nulla di più è programmato. Mi piacerebbe lavorare più in grande, ma sto studiando la logistica. Questo progetto è stato accolto davvero molto bene e credo abbia una rilevanza di questi tempi, quindi continuerò a svilupparlo in tutte le sue possibili vie.

Grazie Joka per aver preso parte in questa intervista, trovate i link al suo sito e al suo instagram nell’articolo.

 

In Bed With Valentina n°4 – Joka (ENG)

Today in Valentina’s bed there’s a great hyperpointillist very uncommon: Joka. Let’s read together about his story and art.

 How long you been painting?

“Professionally”, or with the intent to be, since about 2004. After I was laid off from a job, and having just discovered the pop-surrealism genre of art, I decided that showing paintings in galleries of that vein is what I wanted to pursue. Before that I dabbled a lot and made eclectic paintings of varying styles but with no real direction or intent, because having not gone to school for painting I never had to decide on any of those. 

What did you bring to hyperpontillism?

Most pointillists use a brush or a pen, so incorporating a different tool (toothpicks in my case) and using many colors, I pushed the idea of pointillism into a realm that maybe some hadn’t thought possible. 

Are there any artists you take inspiration from?

These days with so many artists swirling around in the ethos I’ve lost track of a bunch that I used to follow, and just can’t keep up with the masses anymore. But any artist living strictly off the work they’re making is an inspiration to me. 

You wrote that pointillism is a sort of meditation. Does it work for your daily life or just in the creative process?

It is definitely the outlet that my life needs to have direction and focus. Setting a task (the piece of art) and then following through with completing it, is a kind of discipline that would probably be lacking otherwise. 

Subjects of your works always make a sort of “collage”, absurd visual effect, even the erotic ones. Do you think a sense of surreal helps understand eroticism in its different aspects?

I think it re-contextualizes it to make it more artistic and up to a multitude of interpretations, because otherwise anything “erotic” is just us being humans. 

Your campaign of “Censor Art” is deeply effective. I totally agree when you say “the watering down and censoring of something as universal as  human body is counterproductive to the enrichment of the arts”. How do you explain, in your opinion, this regression into “shyness” nowadays? Why is it so difficult to concern with bodies and nudity in art within new media?

Unfortunately I think it all boils down to corporate entities being afraid to taint their product with something that a few might seem inappropriate and then excluding part of their customer base, as well to us all being afraid of certain body parts.

I think nudity, in all forms of entertainment, is more accessible these days than ever before thanks to the internet. The Censor Art Project is meant to shine a light on the hypocrisy of platforms that say it’s ok to cover up a nude image, meant to be erotic, with three little strategically placed dots, but a piece of art, meant to elicit other emotions, is restricted just because it shows a nipple. 

I’m censoring WITH my dot art, instead of having an algorithm exclude it from the masses because it might be deemed adult content.

The “censorship” you do is actually a way to highlight bodies, and it really works as that. Do you believe is because of that “hide and seek” effect that is often used in erotic art or there’s another reasons?

There’s little else that we are as familiar with as the human form/features, so even a silhouette is immediately recognizable, and I’m highlighting that in a colorful way.

Leaving things to the imagination though does tap into ones erotic mindset, and leaves more to be desired.  

Talking about new media: your art is a manual, tangible work. As a creator, what do you think of these two “schools”, the digital and the “analogic” one? Could they really coexist and support each other or not?

Living in the digital reliant world that we do now, the digital realm of art is inevitable. There will probably be kids soon that only ever make art on a device, never using any solid materials.

I’m pretty old school though, and will always want a tangible product. Manufactured reproductions are cool, but having the one-and-only of an art piece really means something to me.

It’s gives you something directly from an artist, that I don’t feel a digital artist is able to convey the same way. 

What is the “nostalgic imagery” named in your “about” page?

I like to use a lot of ‘vintage’ references and re-appropriate them to modern times. A lot of what I use comes from actual older magazines that I’ve collected.

“Censor Art” is one of the latest project you’re working. Is there any else you could anticipate?

I’ve started a bunch of different series within the project, but nothing else planned in the foreseeable future.

I’d like to work bigger, but am still figuring out the logistics of that. This project has been received very well, and I think it’s relevant to the times, so I’m going to stick with it until I’ve exhausted all its avenues.